Delfini
Autore:Banana Yoshimoto
Feltrinelli – pp. gg. 175 – euro 12,00 – 2010
Premessa indispensabile: ho comprato questo libro per un motivo soltanto. Vado al chioschetto vicino casa a ritirare dei libri ordinati tempo prima, ne prendo degli altri usati, tanto, oltre allo sconto del venti percento sulle nuove uscite, mi fa un prezzo forfait. Ad un certo punto sor Loreto mi dice, così, a bruciapelo: “C’ho pure Banana Yoshimoto”. Al mio tiepido “mmh…” controbatte con il definitivo “Te faccio er quaranta percento.”
Ma veniamo a lei, l’autrice dell’effimero, della letteratura facilmente godibile, consumabile, deperibile come il frutto di cui porta il nome. Irriverente nei confronti della tradizione e delle autorità, fin dall’esordio con Kitchen ha sempre guardato il mondo con gli occhi di un’adolescente, rifiutando provocatoriamente la maturità e i rigidi modelli imposti alle donne dalla società giapponese e affermando nuovi modelli familiari e di femminilità, come notano gli specialisti. Eppure il mondo di stereotipi, di buoni sentimenti e di una spiritualità fin troppo materiale rischia di sommergere il lettore come una densa colata di miele.
L’ultimo della lunga serie di romanzi dell’autrice nipponica racconta di Kimiko, una trentatrenne scrittrice di romanzi d’amore, emancipata e senza troppe illusioni, la cui vita subisce una svolta improvvisa. Una sera esce con Gorō a vedere i delfini nell’acquario di Tokio e subito si crea un’intesa unica e forte, anche se un’eventuale relazione appare fin da subito senza futuro. Il ragazzo, infatti, è da lungo tempo legato a una donna molto più anziana di lui, con cui intrattiene una relazione particolare, aperta e allo stesso tempo quasi morbosa. Kimiko decide di ritirarsi per qualche periodo in un tempio vicino al mare, dove conosce Mami, una ragazza dotata di poteri soprannaturali. È lei ad annunciare a Kimiko la gravidanza, e a metterla al riparo dalle influenze funeste esercitate dagli animali impagliati nascosti nella casa dove soggiorna per rimanere ancora vicina al tempio, forse trasmesse dall’amante di Gorō.
Neanche in questo nuovo romanzo, dunque, rinuncia al tema della morte, così come non rinuncia a tracciare, sempre con i tratti lievi della fiaba, i contorni della solitudine e della malinconia inevitabili per i giovani contemporanei. Kimiko è decisa ad affrontare la nuova esperienza da sola, accettando serenamente l’idea che il padre della bambina viva con un’altra. Le cose, però, vanno meglio di quanto la protagonista si aspettasse: tutti si stringono attorno a lei, la sorella, il padre, naturalmente Gorō, e persino la sua amante. Ne vien fuori un quadretto idilliaco che, per quanto porti tutti i segni del moderno sfaldamento familiare e sentimentale, diffonde una luce purissima che, forse, si è rivelata accecante per l’autrice.
Al di là della bella e profonda metafora dell’acqua e dei delfini come stato di sospensione fra la vita e la morte prima della nascita, cara Banana, ma c’era proprio bisogno? Il Ventre? Il Pancione? La Mia Creatura?La Piccola Vita? La Mia Piccola? Il Centro del Mio Mondo? Il lettore è costretto ad uno slalom nauseante fra definizioni stile “Oggi mamma” (domanichissà), “Nove mesi e mezzo”, “Io e il mio bambino”, e tutto un fiorire di particolari psicologici e fisiologici raccapriccianti. Il moto di disgusto nasce spontaneo.
Voto: 5
In tre righe? Cara Banana, ma c’era bisogno?
Parole di Myriam Pettinato
























