Peperoncino Festival

È ormai divenuto un classico, un appuntamento cui tutti gli appassionati della buona cucina (indifferente se davanti o dietro i fornelli) non possono mancare: è il Peperoncino Festival che quest’anno raggiunge trionfalmente la 22ª edizione (10-14 settembre 2014). Non sono poche in un’epoca che brucia rapidamente idee e proposte: significa non solo aver avuto l’intuizione giusta, ma non avere mai deluso i visitatori e saper adeguarsi ai cambiamenti sempre in atto.      La sede non poteva non essere che in Calabria, regione nota per il suo amore per la cucina saporita se non piccante, nella bella cittadina di Diamante in provincia di Catanzaro.
 

A Bolgheri il Sassicaia incontra il teatro

Uno degli angoli più suggestivi e particolari della Toscana - immortalato da Carducci negli splendidi versi di Davanti a San Guido di cui tutti ricordano almeno quelli relativi ai cipressi - è indubbiamente Bolgheri la cui fama varcherà i patri confini circa un secolo dopo per divenire grazie al Sassicaia simbolo in tutto il mondo del gusto italiano e della capacità del nostro Paese di creare prodotti d’eccellenza e soprattutto non imitabili, ancor più degli endecasillabi del poeta.   In questa piccola frazione del comune di Castagneto Carducci si produceva un vino rosato senza pregi particolari, surclassato per fama dal Chianti che della Toscana era il vino simbolo.
 

IL FU MATTIA PASCAL@PIRANDELLIANA 2014 - Pirandello all'Aventino, fra suggestioni letterarie e filosofiche

Nella splendida cornice del Giardino della Basilica dei Santi Bonifacio e Alessio va in scena “Pirandelliana”, un evento giunto ormai alla XVI Edizione: quest’anno in scena “Il fu Mattia Pascal” dal 16 luglio ogni mercoledì, il venerdì e la domenica e “Il giuoco delle parti”, che verrà rappresentato il martedì, il giovedì e il sabato fino al 10 Agosto.

Abbiamo assistito a “Il fu Mattia Pascal” messo in scena dalla compagnia Bottega delle Maschere, con la regia dello stesso Amici: bisogna riconoscere a questa Compagnia, che dagli anni 80 porta in scena testi pirandelliani, il merito di aver dato nuovamente vita ad un testo letterario, e non teatrale, difficile da proporre per via delle tante vicende presenti e inconcepibile senza la citazione degli articolati riferimenti eruditi e filosofici che Pirandello sparge nel brano. Il testo rappresentato ci riesce, forse indugiando troppo (nel primo atto) in quei passaggi riflessivi del Pascal, che sono i ritrovi “filosofici” dell’autore, momenti però estremamente significativi e ineludibili: l’opera si prende così lo spazio di due atti, che corrono piacevolmente in quasi due ore di spettacolo.

L’opera ha un suo brio rappresentativo interessante: in scena lo stesso Mattia Pascal, interpretato da Amici, che racconta, a ritroso, la sua vita incredibile, messa in scena dagli attori della Compagnia. Si racconta del matrimonio del Pascal, della sua presunta notizia di morte, della vincita al Casinò e del trasferimento a Roma sotto falso nome fino al ritorno a casa per riprendersi ciò che è suo. Il tutto intramezzato da spunti comici (divertenti gli scambi comici con Oliva Malagna, interpretata da una spassosa Antonella Arduini) che andrebbero forse maggiormente valorizzati.
Il riadattamento è curato dallo stesso Amici, mantiene il tono umoristico pirandelliano e solo a tratti si apre a spunti ironici con studiata precisione: resta piuttosto attento a non perdere le preziose divagazioni letterarie - filosofiche del testo originario, affidate quasi tutte allo stesso Amici, pagando, però, nel primo atto una certa lentezza, poi recuperata in alcuni passaggi comici successivi. Il secondo atto, invece è quello più interessante dove lo stesso Amici smette di narrare e partecipa alle vicende in prima persona, dando maggiore ritmo alle vicende rappresentate che qua e la potrebbero essere ridotte.

Oltre alla bella soluzione scelta per la rappresentazione di un testo letterario molto complesso, Amici da prova di consumato attore, domina la scena anche quando è in ombra; qualche imprecisione è ampiamente permessa in un testo come quello pirandelliano, verboso volutamente concettoso e rispettato in questa sua caratteristica con grande attenzione e rispetto.
Gli attori della Compagnia, che spesso interpretano più ruoli, gestiscono bene gli spazi scenici, si muovono con grande coordinazione nelle continue entrate e uscite dalle scene: fra tutti spicca Anna Varlese nel ruolo della Zia Scolastica e soprattutto nel ruolo di Silvia Caporale, dove riesce a comunicare intensità drammatica e spigliatezza al pari di Amici.
Un’opera assolutamente da vedere, non solo per il bellissimo contesto rappresentativo dell’Aventino, ma anche per (ri)scoprire i contenuti e le riflessioni de “Il fu Mattia Pascal”, un’opera letteraria resa Teatro con la grande cura e maestria, frutto del pensiero di uno dei più grandi letterati e drammaturghi del ventesimo secolo.
 

Giovani alla ribalta con DIETA MED-ITALIANA

In questo nostro Paese con una certa vocazione a piangersi addosso e una predilezione per la cronaca nera e le cattive notizie che riempiono pagine di giornale, finalmente è apparsa una nota che apre il cuore alla speranza perché i protagonisti sono giovani e poi perché vivono e operano nel Salento, area compresa tra le regioni meridionali, anche se la Puglia in realtà da diversi anni è caratterizzata da iniziative commerciali e culturali che la pongono all’avanguardia e ne fanno un modello a livello nazionale.
 

CALENDARIO Spettacoli: in scena a Roma...

Riassumiamo gli appuntamenti teatrali in vista nelle prossime settimane.
Gli spettacoli di teatro, sono in ordine di Prima.
Ulteriori comunicati sono disponibili nella sezione "In Scena a Roma".
 

GIGI MAGNI@Casa del Cinema - Epigrammi all'inchiostro di china

Domenica 13 luglio è stata inaugurata la mostra di parole e immagini dedicata a Gigi Magni, mai posto avrebbe potuto essere più giusto: la Casa del Cinema!

Le due sale antistanti il cinema vero e proprio, ci accolgono sfavillanti e ricche di disegni, qualche tempera e molta china, per raccontare mondi di ogni tempo che altrimenti andrebbero dritti in qualche dimenticatoio, per essere poi magari revisionati a seconda della bisogna: La Politica, I giochi delle carte, La Santa sulla scopa, I farmacisti di casa, Roma e i Romani di ieri e di oggi, I militari, Beatrice l’istitutrice, La Befana, L’uomo, In Sicilia, I setti Re di Roma, In Africa, e ancora altri.

Vignette che fotografano vari periodi storici, visti attraverso l’ironia e la sensibilità di Gigi Magni: a volte devi tornare a rivedere qualche pannello per accorgerti del disegno che avevi perso, di quello che non avevi visto con attenzione, e quello che probabilmente ha dato la suggestione che ti mancava.
Fotografi che cercano di immortalare le celebrità si aggirano nelle sale, si fermano incantati davanti ai pannelli per poi 
 

ROMA FRINGE FESTIVAL 2014: cronache di vincitori vecchi e nuovi

L’11 luglio scorso il Fringe Festival ha chiuso i battenti dopo 37 giorni di teatro indipendente che hanno riempito di visitatori, amanti del teatro, compagnie e uffici stampa a Villa Mercede, a San Lorenzo

Il Fringe Festival ha organizzato ben 72 spettacoli in maniera completamente autoprodotta e autofinanziata con una formula che sembra funzionare anche in un periodo di crisi economica che tocca inesorabilmente il circuito teatrale romano. Ma il Fringe non si ferma con la premiazione finale: continua per tutto l’anno attraverso la promozione degli spettacoli durante la stagione autunnale e invernale.

I finalisti
La serata finale ha visto esibirsi i 4 finalisti più votati da pubblico e giuria di cui ha fatto parte anche Gufetto che ha seguito diversi spettacoli con tutta la sua redazione, dal 7 giugno al 10 luglio 2014, su una rosa di 72 provenienti da Italia, Belgio, Regno Unito, Francia e Stati Uniti: i finalisti sono stati
-84 Gradini (di e con Giuseppe Mortelliti),
-Groppi d’Amore nella Scuraglia (di Tiziano Scarpa con Silvio Barberio),
-Taddrarite (Accura Teatro, regia di Luana Rondinelli con Claudia Gusmano, Luana Rondinelli, Anna Clara Giampino),
-Il Fulmine nella Terra. Irpinia 1980 (Teatro dell’Osso, di Mirko Di Martino, con Orazio Cerino).

I vincitori
Ed ecco i premi e i vincitori del Roma Fringe Festival 2014:
Miglior Spettacolo Roma Fringe Festival 2014: Taddrarite – Accura Teatro
Miglior Regia: Migrazioni – Collectif faim de loup (Belgio)
Miglior Drammaturgia: Taddrarite – Accura Teatro
Premio Special Off: 84 Gradini, di e con Giuseppe Mortelliti
Premio del Pubblico: Zitti zitti – Actores Alidos
Miglior Attrice: Claudia Gusmano – Taddrarite, Accura Teatro
Miglior Attore: Silvio Barberio – Groppi d’amore nella Scuraglia
Premio Spirito Fringe: The Chase – Pinch of Salt Theatre (UK)
Premio Gaiaitalia.com: Lamagara – Confine Incerto
Premio Periodico Italiano Magazine: NO. Una giostra sui limiti dei limiti imposti – Collettivo Controcanto
Menzione Speciale Giovane Talento: Daniele Fedeli – Orlando Bodlero, Innamorati Erranti

Da un vincitore all’altro

A brevissimo tempo dalla proclamazione del vincitore del Fringe Festival, con Taddrarite, un’altra compagnia siciliana registra un nuovo importante successo: Vucciria Teatro: vincitori del Roma Fringe 2013, hanno vinto il San Diego International Fringe Festival (California) con “Io Mai Niente con Nessuno avevo fatto” si è aggiudicato anche la vittoria al San Diego International Fringe Festival (California), affermando il teatro italiano negli Stati Uniti.
"Io, mai niente con nessuno avevo fatto” è la storia di Giovanni, incarnazione dell’ingenuità e della passione allo stato puro, dell’innocenza che supera tutte le barriere della conoscenza e dell’ignoranza: un pezzo unico di anima che dice tutto quello che pensa, che crede a tutto quello che gli viene detto. Giovanni è la forza e il coraggio di chi non riesce a vedere il mondo se non come uno spartito di note da danzare. L’istinto alla vita, alla sopravvivenza. Oltre la malattia. Oltre il male.
Sicilia anni ‘80, omosessualità, malattia, violenza, morte sono lo spunto per raccontare e suscitare emozioni, superando i contesti e le categorie, ma allo stesso tempo focalizzando l’attenzione su tematiche umane e sociali quanto mai presenti e scottanti.
Nel 2015 sui palchi internazionali del Fringe sarà Accura Teatro a portare Taddrarite (Regia di Luana Rondinelli con Claudia Gusmano, Luana Rondinelli, anna Clara Giampino) sulle scene e a rappresentare il teatro indipendente nel mondo

Cos’è il Fringe
Il Roma Fringe Festival si svolge senza fondi, con il supporto di una rete di associazioni, teatri, professionisti e realtà romane che prestano il loro lavoro per lo sviluppo del teatro indipendente italiano: Associazione Nero Artifex, La Cattiva Strada, Teatro Studio Uno, Teatro Trastevere, Byron Bay e altri.

Per info: www.romafringefestival.it - www.facebook.com/RomaFringe
 

Taddrarite@Fringe Festival – Donne fuori dall’ombra

Taddrarite, ultimo dei quattro semini finalisti del Fringe Festival, è un’opera tragicomica e intelligente, che racconta la vita di tre sorelle siciliane alle prese con il funerale del marito di una di loro e, soprattutto, con il proprio personale rapporto con gli uomini. Nella notte di veglia della bara, le tre condividono diverse confessioni amare sulla propria vita matrimoniale e sul proprio rapporto coi figli, condite da elementi comici e spunti di riflessione sociale sul ruolo della donna nella cultura siciliana, ma non solo in quella.

Taddrarite, che vince il Fringe Festival 2014 fra gli applausi giustamente tributatigli, è un’opera di ironica analisi sociale: le tre sorelle vogliono incarnare quelle donne ancora vittime di una società siciliana (ma per estensione, nazionale) arretrata, maschilista e un po’ brutale che le relega ad un ruolo marginale e azzittito (“siamo donne nell’ombra” e “più nere del nero di seppia”). Una delle tre ha perso il marito ma non ne è affatto dispiaciuta,la maggiore è rassegnata a dividere il marito con un’altra, la terza preferisce farsi viziare e vivere nel lusso pur di dimenticare le botte subite. A loro modo le tre vivono in una società piena di chiacchiericci dove occorre salvare le apparenze, far finta di niente, dimostrarsi sempre superiori o mascherare l’infelicità e la solitudine, oltre ai soprusi compiuti dal maschio padre-padrone, autoritario ma anche molto, molto ingenuo.

L’opera, nonostante i diversi e spassosissimi spunti comici cui si presta, rientra nel più ampio genere di piéce che in qualche modo denuncia e condanna la piaga della violenza sulle donne, ma a differenza di molte di queste in “Taddrarite” le donne pur restando “vittima”, non rinunciano ad un personale atto di rivincita contro l’uomo violento, sopraffattore o dimèntico di loro. E soprattutto il tema della violenza sulla donna non è l’unico argomento: la rappresentazione non ruota soltanto intorno al male subito, quanto piuttosto intorno al rapporto uomo-donna, al tema della dignità negata, e sugli altrettanto difficili rapporti con sorelle e figli. La bara dell’uomo morto, e lo scarso rispetto che la vedova dimostra nei suoi confronti è proprio l’emblema di una donna arrivata al punto di svolta, pronta a fregarsene delle apparenze che la vorrebbero in lacrime e disperata. Durante la notte, tutte e tre si confideranno debolezze e cercheranno spunti di rivalsa, trovandole in primis nell’affetto filiale (superiore a tutto, anche ai soprusi) e di riflesso, nel conforto reciproco e collaborativo fra sorelle.
Un testo davvero divertente e intelligente quello di Luana Rondinelli (che interpreta una delle due sorelle) che però finalmente ci disegna ritratti di donna non del tutto sconfitte, ma combattive, in un certo senso sprezzanti (almeno una su tre) o comunque convinte che nella solidarietà femminile ci sia la chiave della rivalsa anche in una società rappresentata come retrograda.

“Taddrarite”ha dunque sorpreso il pubblico del Fringe anche per due grandi pregi: innanzitutto l’uso del dialetto che conferisce un certo realismo “mistico” e tutto paesano, un punto di forza sicuro a cui affidare la battuta comica. In secondo luogo, è da lodare la bella prova recitativa delle tre attrici tra le quali c’è una buona intesa, non c’è sopraffazione recitativa quanto piuttosto un buon coordinamento ed una sincronia nei passaggi comici (grazie ad una attenta regia), mentre i momenti riflessivi sono affidati a monologhi cui la regia conferisce uguale dignità. Divertenti gli scambi fra le tre sorelle, veloci e spesso all’unisono nelle scene corali: la recitazione poi è sempre attenta a dosare bene le pause.

Spicca fra le tre, Claudia Gusmano, che vincerà il premio Fringe per la migliore attrice: pur essendo piccola e fragile nella figura, lontana dall’archetipo di donna siciliana imponente e formosa, è lei l’incarnazione della rivalsa: l’impostazione tutta sarcastica della sua recitazione, l’inserimento di grida e balli liberatori e l’aria un po’ sprezzante sono l’elemento straniante e di forza di tutta l’opera: è lei quella che grida, che non maschera il dolore e che mette in bella mostra il proprio cinismo, senza sentirsi minimamente in colpa. Un piglio tutto siciliano che ha conquistato il pubblico del Fringe e speriamo di tanti altri palchi, sempre più prestigiosi, magari dello stesso Fringe di Orlando cui lo spettacolo parteciperà in rappresentanza italiana.
 

FESTIVAL DI SPOLETO: il calendario dell'evento

È in corso a Spoleto, il Festival dei Due Mondi. Il tradizionale appuntamento che la città riserva a tutti gli amanti del teatro, della danza con 17 giorni di opere, concerti, balletti, recital, pièce teatrali, insieme a rassegne di cinema, laboratori, convegni, incontri, premi, concorsi, eventi speciali, con uno sguardo attento anche all'arte contemporanea.

Il festival si chiuderà ufficialmente il 13 luglio ed ha inaugurato con un trittico di tre opere brevi, La mort de Cléopâtre di Berlioz, La dame de Montecarlo di Poulenc, Erwartung di Schönberg, interpretate da Ketevan Kemoklidze, Kathryn Harries e Nadja Michael, con l'Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi diretta da John Axelrod e la regia di Frèdèric Fisbach, e con il dramma di August Strindberg Danza di morte per la regia di Luca Ronconi.
Si concluderà con il Concerto Finale "Il musical americano degli anni Quaranta e Cinquanta", una serata dedicata ai più celebri musical di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein e di Frederick Loewe e Alan Jay Lerner, con il soprano June Anderson e il baritono Paulo Szot, diretti da Wayne Marshall e con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI.

Molte le presenza internazionali:
Robert Wilson, Tim Robbins, Gerard Depardieu, Isabelle Huppert, Anouk Aimée, il Berliner Ensemble, Christoph Marthaler, Leonard Eto; per la grande danza il San Francisco Ballet e la Paul Taylor Dance Company; dalla scena italiana, le due grandi interpreti Adriana Asti e Franca Valeri, e fra gli altri, Luca Barbareschi, Paolo Graziosi, Marina Confalone, Micaela Esdra, Giovanni Crippa, i registi Paolo Magelli, Giancarlo Sepe, Walter Pagliaro; per la musica Andrea Griminelli, Edoardo Bennato, la Banda Musicale dell’Arma dei Carabinieri, Riccardo Muti,Piero Tosi, Corrado Augias, Giovanni Villa, Ernesto Galli della Loggia, Massimo Bernardini, Paolo Mieli, Achille Bonito Oliva.

Il Festival di Spoleto ha il sostegno del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo,Regione Umbria, Provincia di Perugia, Città di Spoleto, Camera di Commercio di Perugia e di fondazioni private Fondazione Cassa di Risparmio di Spoleto e Fondazione Carla Fendi, degli Istituti bancari - Intesa Sanpaolo, Casse di Risparmio dell’Umbria, Banca Popolare di Spoleto e grazie a partnership e sponsorship con Eni, Monini, Mercedes - Benz Italia.
Alle numerose promozioni già attive sull'acquisto dei biglietti, si aggiunge un regalo speciale di 5000 biglietti al prezzo di 1 € che il Festival di Spoleto metterà a disposizione di un pubblico meno favorito in questo tempo di crisi.
 

KEYS TO ROME: Roma celebra il bimillenario di Augusto: ANTEPRIMA

Nel grande progetto che vede Roma, dal marzo scorso con varie iniziative festeggiare il bi millenario della morte di Augusto, sarà inaugurata il 23 settembre a Roma, nelle sale del Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano, "Le chiavi di Roma, la città di Augusto". La straordinarietà dell’evento, che dopo quattro anni di studio ha preso forma, è un ampio progetto che vede la mostra in contemporanea in quattro luoghi di grande fascino e grazie all’integrazione di diverse applicazioni tecnologiche, aprirà uno sguardo sul museo del futuro.

Keys To Rome. Le chiavi di Roma” è un evento organizzato dalla più grande rete di eccellenza europea sui Musei Virtuali, V-MUST, coordinata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quattro città forniranno quattro prospettive diverse sulla cultura romana: il cuore di Roma, con il Museo dei Fori Imperiali; Alessandria d’Egitto, nelle splendide sale della Biblioteca Alessandrina; Amsterdam presso l’innovativo Museo Allard Pierson e, infine, Sarajevo all’interno della storica biblioteca, sede del municipio, da poco restaurata. Le quattro locations, che simboleggiano i “quattro angoli” del mondo romano, sono alla base dell’idea della mostra europea e saranno un’occasione senza precedenti per guardare all’Impero da punti di osservazione storici, geografici, culturali e umani molto diversi.
 

PER I CAPELLI@Fringe Festival: una coppia in crisi

Prima di accomodarsi a vedere "Per i capelli", al Fringe Festival di Roma in questi giorni, gli spettatori sono invitati a prendere due o tre palline colorate da una cesta all'ingresso. Saranno le bombe da usare in una guerra tra attori e pubblico, rispettivamente dimensione privata e mondo esterno. Solo le bombe sembrano infatti capaci di intaccare momentaneamente la condizione di isolamento autoreferenziale della coppia protagonista, tutta impegnata nel corso della rappresentazione ad esprimere il proprio disagio interno, ma soprattutto la mancanza di volontà di rapporto con quanto è al di fuori da essa, nonostante l'insofferenza nella relazione.

Al bordo del palco fa da cornice una porta, a delineare il confine privato-pubblico, mentre sul retro due cuscini in alto compongono il letto. Lui e Lei si muovono per lo più sopra una sorta di piedistallo, ognuno il proprio. Dal piedistallo del proprio Io, ben intenzionati a non scenderne, mettono in scena ognuno le sue personali nevrosi ed ossessioni, in una querelle ininterrotta che fa ridere e sorridere, pur generando una riflessione su modalità tipiche della relazione umana.
Il battibecco nasce da una motivazione banale: "La tartaruga e la lumaca sono o non sono la stessa cosa?". È lo spunto che dà avvio ad un recriminare su questioni del passato, sugli anni di rapporto vissuti e sulle incomprensioni ed insoddisfazioni sempre patite. Tutto risulta essere infine nient'altro che una questione di diversa tempistica: "Io e te non si ha mai caldo e freddo nello stesso momento". Il dialogo è interdetto poiché ognuno vive nel suo tempo.

I due personaggio, Lui e Lei, sono minimamente caratterizzati, ma divengono più che altro simbolo di una condizione generale, di esseri che, intrappolati nelle proprie abitudini, non riescono a dare un senso alla loro esistenza. Fortissimo il senso di isolamento. C'è curiosità per quanto avviene fuori, ma non voglia di partecipazione. Si sa che fuori si sta combattendo, ci sono altre individualità che "vincono, perdono, mangiano, bevono, ridono". Perché lo fanno? " Per passare la vita!"

Morena Rastelli e Gabriele Guerra coinvolgono lo spettatore in una battaglia nella quale voci e corpo sono gli unici strumenti, accompagnati solo da alcuni rumori della guerra che si combatte di fuori, strumenti utilizzati magistralmente ad esprimere un crescendo emozionale che giunge ai limiti del parossismo, per essere infine sciolto dall'allegra catartica guerra di palline colorate.
 

A CUORE APERTO@Fringe Festival questo amore che ci fa impallidire

Al Fringe Festival di martedì 1 luglio è andato in scena “A cuore aperto” scritto e diretto da Patrizio Cigliano, lo spettacolo è alla sua 12° edizione in 10 anni, andato in scena per più di 300 repliche, ha avuto oltre 7000 spettatori, ed è in replica il 3 luglio sempre al Fringe.

Un curriculum, per dirla banalmente, che non ha bisogno di troppe presentazioni, il tema è quello classico che fa girare il mondo: l’Amore, un argomento che non avrebbe bisogno di troppe spiegazioni, ma di cui si ha sempre bisogno quando si corre dietro alle storie d’amore, quelle letterarie, quelle cinematografiche, quelle musicali, e quelle nostre che ci hanno fatto palpitare, che ci hanno ridotto a brandelli e che stiamo ancora aspettando.

Sul palco un materassino che lo riveste, con ai lati due secchi, una tinozza e una caraffa di alluminio che parlano di un altro secolo, Giorgia Palmucci e Cristiano Priori, due giovani attori si muovono in questo spazio impersonando una coppia che ha alle spalle 60 anni di vita insieme.
Ricordando il primo incontro e poi la loro prima volta, i ricordi, come spesso accade non corrispondono, ma non importa perché il ricordo è personale e nelle diversità c’è il margine di gioco e di commozione.
Nei secchi c’è l’acqua con cui si spruzzano le mele da sgranocchiare o da tagliare con maestria, e nei loro occhi scorgiamo l’amore per l’amore e la cura verso l’altro.

Ci sono dei momenti in cui la piece ci tocca, momenti in cui rammenta la celebre poesia “Questo amore” di Jacques Prevert, con tutte le sfaccettature di una vita in comune che rivorresti indietro e se l’avessi poi indietro probabilmente rifaresti tutto, o quasi, alla stessa maniera.
Un’operazione nobile e audace, a tratti un po’ acerba nel suo insieme, ma sicuramente quando si parla d’amore, si compie un lavoro che non finisce mai, e che cambia di volta in volta anche negli occhi e nel cuore di chi guarda e ascolta.
La musica è morbida, dura, d’effetto e giusta, accompagna la coppia nei ricordi, nei giochi e non li lascia soli nel viaggio del tempo che compiono a ritroso.
Un’attenzione ai giovani attori che rappresentando due vecchi signori: lo hanno saputo fare con leggerezza e ironia, e nell'amarsi ci hanno colpito con il loro grande amore che hanno saputo conservare, e per citare ancora il grande Prevert direi: “questo amore che li faceva impallidire”.
 

I LEONI NON SI ABBRACCIANO@Fringe Festival: leoni per una notte

L'incontro e il racconto di due ragazzi, amici per una notte, è l'espediente narrativo de “I leoni non si abbracciano”, spettacolo di Stella Saccà, presentato al Fringe Festival per la regia di Paolo Floris e Daniele Mariani (nel ruolo anche di attori insieme a Fabrizio Colica).

Mentre il pubblico prende posto, un uomo (Paolo Floris) sdraiato sul palco si rigira tra cartacce sparse, poi siede su una panca di legno, unico elemento della scenografia. Introdotto da un arpeggio di chitarra eseguito dal vivo, entra in scena Buff (Daniele Mariani). Più che di due personaggi, si tratta di tipi umani: il perdente e l'indifferente.

Un confronto tra stili di esistenza che non trova soluzione né evoluzione, ma solo un rapido punto di contatto nell'abbraccio più volte cercato da Buff e negato da Leo: i leoni non si abbracciano. Alla coppia si aggiunge, per un breve episodio, il vincente (Fabrizio Colica), controcanto di Buff, beffardo provocatore ed esempio inafferrabile di una strategia di esistenza che non potrà mai appartenere ai due protagonisti.

Lo spettacolo procede lentamente, vivacizzato a tratti da una recitazione ispirata, ma nel complesso poco incisivo. La ripetizione ossessiva dei gesti, l'assenza di una solida struttura narrativa, la tipizzazione dei caratteri non si armonizzano in un'atmosfera surreale. Restano elementi sparsi, difficili da ricomporre efficacemente in un'ora di spettacolo.
Lunghe pause e silenzi rendono lo spettacolo poco godibile nella tradizionale fruizione teatrale; forse più vicina a una performance artistica, la rappresentazione non sostiene il ritmo narrativo e si sviluppa a intermittenza, tra guizzi espressivi e attese insoddisfatte.
 

GLOBE THEATRE: le novità dell’edizione 2014

Dall’8 luglio al 22 settembre, nella splendida cornice di Villa Borghese, riapre il Globe Theatre, il teatro elisabettiano, esempio unico in Italia, che da 11 anni ospita i maggiori capolavori del grande William Shakespeare.

Nato nel 2003, grazie all'impegno del Comune di Roma e della Fondazione Silvano Toti, per una geniale intuizione di Gigi Proietti, quest’anno dedica la sua stagione ad uno dei grandi protagonisti delle passate edizioni: Roberto Cavallo, venuto a mancare nell'ottobre scorso, e che ha diretto “Molto rumore per nulla”, uno delle opere di Shakespeare, più amate dal pubblico.

La nuova stagione è stata presentata il 26 giugno dai registi dei quattro spettacoli che andranno in scena quest’anno: Gigi Proietti (Romeo e Giulietta), Claudia Barboni (Sogno di una notte di mezza estate), Loredana Scaramella (Molto rumore per nulla) e Alvaro Piccardi (Pene d’amore perdute). La conferenza stampa è stata inoltre presenziata dal Sindaco di Roma: Ignazio Marino. Gigi Proietti torna con “Romeo e Giulietta”, capolavoro senza tempo e amatissimo dal grande pubblico, in programma dall’8 luglio al 3 agosto. Proietti quest’anno porta in scena un gruppo di giovanissimi attori che daranno vita ad una nuova versione della storia che si snoderà tra due epoche: dai nostri giorni fino poi a tornare indietro nel tempo in cui si passa dal gioco iniziale fino alla tomba. Proietti ci confida inoltre della meraviglia e della bellezza di vedere un teatro pieno di giovani anche per gli spettacoli più difficili come “Re Lear” o “La Tempesta”.

A dirigere “Sogno di una notte di mezza estate” in omaggio a Riccardo Cavallo e in scena dal 6 al 17 agosto, ci sarà Claudia Barboni, che ci tiene ad evidenziare il grande amore che c’è stato tra il compianto regista e i suoi compagni di viaggio. All'ottavo anno consecutivo di rappresentazione, questa storia continua ad emozionare il pubblico raccontando il tempo breve della felicità con un sottofondo di malinconia.

Loredana Scaramella, regista di “Molto rumore per nulla”, in scena dal 22 agosto al 7 settembre, sottolinea, all’interno della compagnia la presenza di artisti molto giovani che provengono da scuole romane e nazionali e molti dei quali già lavorano al Romeo e Giulietta. Una favola illuminante sul potere della parola, una commedia invasa da una gioia luminosa resa ancora più accecante da una lama d’ombra che per alcuni istanti l’attraversa.
Infine Alvaro Piccardi, ci racconta qualcosa del nuovo allestimento di “Pene d’amor perdute” da lui diretto, tradotto e adattato. E’ la storia del re di Navarra e di tre amici che, alla ricerca di eternità, giurano di dedicarsi solo allo studio e alla contemplazione per tre lunghi anni. Proposito che viene meno con l’entrata in scena della principessa di Francia e delle sue tre amiche. Una delle opere meno note del poeta inglese, ma comunque bellissima e arricchita da numerosi inserti musicali.

La vera novità di quest’anno è la Shakespeare Fest, che sarà presentata a fine stagione e celebrerà i 450 anni dalla nascita di Shakespeare. Un grande evento di teatro, cinema, musica ideato da Carlotta Proietti e Daniele Dezi. Durante la serata verranno presentati i cortometraggi realizzati da giovani registi per il bando “Ancora Shakespeare:perché?”. in cui veniva chiesto di esprimere con un cortometraggio il proprio punto di vista sul più grande drammaturgo di tutti i tempi.
 

GROPPI D'AMORE NELLA SCURAGLIA@Fringe Festival: l'irresistibile ingenuità popolare

Ha stregato il pubblico del Roma Fringe Festival Groppi d’amore nella Scuraglia”, il testo di Tiziano Scarpa, messo in scena da Silvio Barbiero per la regia di Marco Caldiron e giunto fra i seminfinalisti della terza settimana della Rassegna di teatro indipendente ospitato a Villa Mercede.

Silvio Barbiero veste i panni di un uomo di paese, uno di quelli semplici, che vive di piccole cose (la sua gente, il suo grande amore, il lavoro); il suo paese sta per appoggiare la creazione di una mega discarica e l’allegria giocosa della dimensione popolare verrà sopraffatta dall'affarismo meschino e senza scrupoli del "Guberno", che rovinerà l’armonia e logorerà per sempre i rapporti d’amore tra il protagonista e la sua gente con la propria terra.

Il racconto è tragicomico, a tratti commovente, in parte per la bravura di Barbiero, espressivo, pregante, dalla recitazione precisa e mai monocorde, perfettamente in grado di interpretare più personaggi del Paese con raffinatezza. Dagli occhi spiritati e dal parlato trascinante, Barbiero ci regala un’interpretazione del brano unica e spassosa. Ci guida per mano in una dimensione ingenua quanto può essere quella popolare, dove l’amore si fa rigorosamente al buio (nella scuraglia) e duranti interminabili “notti nottose” dove all'amore si accompagnano mille pensieri. Perfetto Barbiero si presenta nei dialoghi con Dio, un Dio che non risponde, a cui ci si appella non per chiedere qualcosa ma per domandare il perché di certi avvenimenti.

In bilico fra commedia e dramma sociale, “Groppi d’amore nella Scuraglia” ha una carta vincente: il testo recitato in un dialetto immaginario, che sembra ispirarsi a più dialetti del Sud ed è comprensibile da chiunque per assonanza di parole e significato. E sta proprio qui la forza di quest’opera che gode di una regia minima ma presente, di buone musiche (di Sergio Marchesini e Debora Petrina) e soprattutto di un testo difficile da capire, doloroso nei suoi aspetti più moderni, paradossale nelle sue trovate comiche a volte quasi ataviche (l’accoppiamento fra Uomo e Asino rimanda a Luciano di Samosata) oppure pseudo romantiche e vagamente erotiche (indimenticabili i tentativi di corteggiamento con “Serrocchia”, la fidanzata del protagonista).

Un mix di suggestioni dove prevale l’elemento popolare, l’ingenuità della gente di borgo che guarda alla modernità con diffidenza e insieme speranza, gente che viene sommersa dai rifiuti e rischia di sparire o di andar via, oppure non si rifiuta di fuggire(come la vecchietta del paese) e guarda a quella “Croce davanti all'immondizia” cercando un dialogo con Dio sul perché dell’esistenza e di quei fatti ineluttabili che ci cambiano per sempre.
 

BELLISSIMA.OMAGGIO AD ANNA MAGNANI@Fringe festival: Indimenticabile fino in fondo

Spettacolo arduo quello che la Compagnia GDO ha messo in scena, giovedì 26 giugno, al Fringe di quest’anno con "Bellissima. Omaggio ad Anna Magnani" L’operazione è raffinata, se pensiamo che la protagonista e regista Simona Lacapruccia ha inserito la poesia della danza che i due artisti Karen Fantasia e Daniele Toti, hanno espresso al meglio.

La musica, di suggestione onirica, apre il cassetto dei ricordi: l’attrice e i danzatori, si alternano con una valigia sul palco, simboleggiando i timori e le aspettative di una vita nuova da scoprire e da realizzare. I ballerini, vestiti di nero e a piedi nudi, volteggiano, si inseguono, si lasciano, si trovano e sorridendo danno il senso, in comunione con la musica, di un percorso di ricerca che la grande Magnani non ha mai smesso di seguire. I momenti di danza e recitazione si alternano, l’attrice si esprime in prima persona identificandosi con Anna: l’infanzia particolare, il non rapporto con la madre, quello fondamentale con la nonna e la scoperta del teatro che l’ha infiammata giovanissima.

La strada scelta dalla protagonista è stata quella di mettere in luce il carattere forte, generoso ma ricco di spigoli, che la Magnani ha sempre ostentato vantandosi della sua sincerità anche quando colleghi e amici ne avrebbero fatto volentieri a meno. Non potevano mancare i riferimenti alla burrascosa vita sentimentale, la relazione con l’attore Massimo Serato, da cui ha avuto Luca, e l’intenso rapporto con Roberto Rossellini che l’ha lasciata per Ingrid Bergman.

E qui c’è una citazione celebre che non possiamo mancare di annotare: “Non esistono i grandi amori, ma solo quelli piccoli, che possono durare tanto o poco”. Scomoda e difficile da digerire, ma con il tempo poi si finisce purtroppo per condividere, almeno un pò. Tra le parole l’abbiamo trovata la nostra Nannarella, ma chiunque si misuri con il mito e il ricordo che lei stessa evoca, corre dei rischi; ma siccome gli audaci e coraggiosi hanno dalla loro un’aureola che li contraddistingue, lo spettatore del Fringe ha premiato Simona Lacapruccia nella sua performance densa di ostacoli, applaudendola con entusiasmo sulle note del “O surdato innamurato” con la voce calda, roca e appassionata di Lei, indimenticabile, fino in fondo.
 

DOV'è DESDEMONA?@Fringe Festival: la menzogna, un dovere sacro

Spiazzante e ben recitato, “Dov’è Desdemona”, andato in scena al Roma Fringe Festival 2014, reinterpreta il dramma di Otello in una chiave surreale e divertente dove Otello è visto come un bambinone pieno di se, incapace di vedere il male negli altri mentre Jago si conferma affascinante macchinatore e mefistofelico, non senza qualche richiamo dark.

Come nel dramma shakespeariano, anche qui i due personaggi sono sufficientemente contrapposti: Otello è fisicamente imponente ma inoffensivo, Jago piccolo ma subdolo, veste panni scuri mentre Otello chiari; Jago è un cospiratore nell’interesse del suo padrone, Otello non comprende la realtà che gli sta intorno e nemmeno i piani del suo “fedele” compagno. Entrambi sono legati da un rapporto ambiguo, quasi di dipendenza: la potenzia fisica di Otello serve a Jago per i suoi propositi; senza Jago, Otello è perso fra mille dubbi riguardo il mondo che lo circonda.

Il testo messo in scena è pulito e armonioso. La messa in scena, estremamente ben curata, tenta di proporre diverse ambientazioni della vicenda riuscendoci in modo originale. Simone Bobini ed Eugenio Coppola si dimostrano ben coordinati, perfetti nei tempi di entrata e uscita e nelle battute; danno prova di grande estro, scivolando fuori dal tradizionale personaggio shakespeariano senza banalizzarlo se non funzionalmente al messaggio dell’opera.

Simone Bobini nel ruolo di Jago è quello che cattura di più l’attenzione del pubblico. Rompe spesso al quarta parete rivolgendosi alla platea, quasi a condividere con essa il suo losco piano: far passare Desdemona per una traditrice e guidare Otello alla comprensione della realtà che si cela dietro un’apparenza bellezza. Intelligente questo spunto narrativo che conferisce originalità ad un testo shakespeariano oggetto comunque di molte interpretazioni. Lo stravolgimento della figura di Otello spiazza, soprattutto per l’infantilismo sottolineato più volte nei gesti e nelle espressioni di Coppola,un dettaglio funzionale a mettere Jago nella condizione di educatore dell’amico, perso nelle sue frivolezze.

Intelligente la scelta della regia di Michele Galasso, di riempire la scena con dei pali bianchi da spostare agevolmente dagli stessi attori durante la piéce: in tal mondo si creano diverse scene e ambienti: un labirinto, un giardino e anche una “gabbia” metaforica intorno a Otello che cresce e diventa sempre più stretta man mano che Jago instilla un nuovo dubbio nella mente del malcapitato, ammettendo infine, come “c’è un limite nell’aiutare gli altri, oltre il quale c’è l’imporre se stessi”. E sebbene in questa rappresentazione Jago sembri molto più scaltro e meritevole di Otello, proprio per quest’ultimo egli prova una sorta di obbligo, una necessità incombente di fargli aprire gli occhi sulla realtà, anche attraverso la menzogna su Desdemona, giustificando il proprio comportamento fraudolento perché, in questo caso, “Non si tratta di un delitto ma di un dovere sacro”.
 

NO@Fringe Festival – la fustigazione dei divieti

“No” va in scena al Fringe Festival 2014 con un grande successo di pubblico ed una missione: farci aprire gli occhi su quanti divieti, limitazioni e costrizioni siamo costretti a sopportare fin da piccoli, e come esse permeino il nostro vissuto quotidiano, fino a soffocarlo.

Il Collettivo Controcanto, che mette in scena questa “Giostra dei limiti imposti” crea numerosi sketch durante i quali si inscenano battaglie, combattimenti verbali, sessioni d’esame fittizie, scenette familiari, ipotetiche confessioni fra amici in palestra e ring di combattimento in cui si evidenziano, fino all'esasperazione, tutte quelle espressioni che cominciano con “Non…” e che sono divieti classici imposti dalla nostra società, dalla nostra famiglia, dai nostri amici.
Può trattarsi di raccomandazioni, divieti, obblighi o semplicemente consigli, eppure la parola “No” e la limitazione conseguente è la costante di numerosi momenti della nostra vita, emerge involontariamente negli altri e limita spesso il nostro agire, soprattutto se corre sulle labbra di qualcun altro che ci giudica, ci consiglia, ci comanda.

L’originalità del tema, lontano dalla performance teatrale classica, sta nella mise en scéne che vede i 6 uomini e una donna del Collettivo vestiti con abiti colorati e sportivi, quasi si preparassero per una corsa, e tutti hanno con sé una corda che si presta a molteplici utilizzi: può fungere da parete di un ring o come elemento di una piramide umana, può servire da arma impropria o rappresentare un fucile.
La corda è l’emblema del divieto: spesso gli attori la utilizzano per legarsi fra loro, come a significare che in fondo, è la società ad usare le limitazioni come regole di convivenza per tenerci tutti insieme. Ma ogni volta che il Collettivo cerca di unirsi stabilmente , ecco che i legami si spezzano, e qualcuno a quei continui “no” alla fine si ribella.

Davvero un bel messaggio quello rappresentato dal Collettivo che ha dato prova di una spiccata originalità visiva (performance di grande fisicità- salti e combattimenti in gran quantità-) ed espressiva ossessivamente appuntata sulla parola “No”. Divertenti e sorprendenti i “match” in cui gli attori si sfidano a trovare il divieto “vero” più assurdo nel mondo: il pubblico viene così a sapere che in certi stati americani non si può farneticare coi porcospini, o non ci si può baciare in pubblico, o non si può tenere in tasca un tot di dollari.

Ma i divieti assurdi esistono anche in Europa ed in Italia e più lo spettacolo li mette in luce, più ci accorgiamo che i limiti piccoli e grandi, assurdi o coerenti che siano, frutto o meno di consigli e raccomandazioni bonarie ci tengono per tutta la vita “sulla corda”, costringendoci a saltare ossessivamente e ritmicamente fra un obbligo e l’altro, mentre la corda conferisce il ritmo ai nostri salti in un saliscendi di emozioni contrastanti dentro di noi: dalla sudditanza benevola al “No”, alla sua accettazione sconsolata, dalla rassegnazione forzata fino alla ribellione contro un mondo fatto di regole spesso davvero senza senso.
 

TRE TERRIERI@Roma Fringe Festival: divertenti giochi di potere

Viene proposto al Roma Fringe Festival “Tre Terrieri” – La politica della terra”, ancora in scena oggi, 27 giugno alle 20.30.
La trama racconta delle gesta di tre fratelli che si ritrovano a gestire la fattoria di famiglia dopo la morte dei genitori: ognuno cercando di far prevalere la propria idea fra litigi, incomprensioni, trame oscure e battute in un dialetto inventato che, se pur distante dal linguaggio tradizionale, rappresenta alla perfezione il pensiero dei protagonisti.

Doppiopetto (Angelo Sateriale) si mostra pieno di se, convinto che la sua mente illuminata sia l’unica in grado di governare alla perfezione la fattoria in un’ottica berlusconiana di un solo uomo al comando in grado di stravolgere la consuetudine, ma che allo stesso tempo deve guardarsi dai nemici pronti a sferrare il colpo decisivo per toglierlo dal centro della scena.
Water (Fulvio Maura) è il fratello che vorrebbe ma non può, che alterna momenti di decisionismo e altri di insicurezza, sempre pronto a dire di sì a chi assiste “dall’alto”, intento a svoltare a sinistra, ma che sul più bello torna sui propri passi e rimane al centro: incarnerebbe alla perfezione il modo di agire del Partito Democratico. E infine Taveggio (Roberto Di Marco) il fratello più piccolo, quello che vorrebbe stravolgere tutto con l’utilizzo della “rete”, che si incazza e sale sui tetti a protestare, che immedesima il pensiero del Movimento 5 Stelle.

I veloci giochi di parole riconducono a ragionamenti politici: la fattoria deve essere gestita, le galline, viste come il popolo, governate e “l’uomo del colle” non smette mai di ricordarlo. Fra possibili alleanze, promesse e ricatti i tre fratelli provano ad unirsi per governare al meglio. Si adattano così, in un contesto surreale, i recenti fatti politici non attraverso una satira vera e propria, quanto attraverso un linguaggio “terra terra” che ripropone alla perfezione il torbido e insipido spettacolo politico cui assistiamo da oltre vent’anni.
Ispirato alle suggestioni che già utilizza George Orwell ne “La Fattoria degli animali”, si ripetono fatti, dialoghi e ragionamenti per far capire al pubblico la differenza di pensiero e di agire dei tre fratelli. Spicca una scenografia unica, rustica che rappresenta la casa dove essi vivono, composta da due sedie, un tavolo, due comodini, un telefono e, alle spalle, il ritratto dei genitori che osservano le gesta dei propri figli e che nel corso dello spettacolo viene illuminato di verde, bianco e rosso.

Una commedia ben fatta e ben recitata, dal forte carattere grottesco e da una comicità pungente: gli interpreti sul palco sono affiatati e danno il meglio di sé rappresentando con precisione il momento politico che vive il nostro Paese. Calzante la scena finale in cui Doppiopetto, messo alla porta, rientra dalla finestra, un atteggiamento tipico della nostra classe politica che non va mai in pensione ed è sempre pronta a riciclarsi in ogni contesto, epoca e situazione.
 

HOLE@Roma Fringe Festival: confuse perversioni

Hole va in scena al Roma Fringe Festival per raccontare una perversione: quella dei Glory Hole, i buchi sui muri diffusi nei bagni di locali e discoteche equivoci, attraverso i quali soprattutto una certa parte del mondo omosessuale, cerca di trovare un piacere effimero per poi ritornare, nella maggior parte dei casi, nel proprio comune squallore una volta consumato l’orgasmo con persone che non vedranno mai.

In una discoteca equivoca, un ragazzo si rifugia nei bagni e nei buchi della perversione per dimenticare il ragazzo che l’ha lasciato da poco. Un pazzo lo bloccherà nel bagno e lo torturerà, riuscendo quasi a fargli superare la delusione d’amore.

L’argomento dei Glory Holes, già di per se ostico, non aiuta la messa in scena che risulta confusa e esasperata, colma di luoghi comuni sul mondo gay, di un certo mondo gay, che esiste e che non merita tanta rappresentazione: quello delle discoteche con la musica sparata, dei baristi infoiati, dei clienti più improbabili (da ragazzini in crisi amorosa a travestite improbabili e alcoliste) che escono da bagni dove si smarrisce tradizionalmente la propria dignità.
Il tutto è condito in una cornice roboante: la recitazione è volutamente sopra le righe, punta alla esasperazione ed estremizzazione dei personaggi, finendo quasi per ridicolizzarli. Regia frettolosa, trama inconsistente e recitazione spesso fuori tempo. L’ambientazione “americana” degli anni 80/90 non aiuta ad avvicinare la tematica all'attualità, ma sembra piuttosto svilirla e allontanarla dall'immaginario moderno (quando invece la pratica dei glory hole è tutt’ora diffusa).

Ma soprattutto, non si riesce a percepire il messaggio di fondo. Quale cambiamento può instillarsi nell'anima di chi si perde in questi ritrovi degenerati e scopra peraltro che il tanto amato ragazzo è perverso come lui? Il rifugio in una condizione di schiavitù con un master posto al di là del muro è davvero la soluzione? Lo spettacolo non sembra rispondere alla domanda lasciando tutto in sospeso, si perde in ambigui elementi metaforici fuori contesto quali la rosa bianca, il thè e il coniglio (sembrerebbe un richiamo alla simbologia di Alice nel paese delle meraviglie se non fossero gli elementi della storia d’amore tradita ) che compaiono dallo stesso glory hole senza un reale significato (o senza che si riesca a coglierne chiaramente il nesso).

La coraggiosa scelta di raccontare dei Glory Hole non è sbagliata di per sé, almeno a mio sommesso avviso, perché richiamano (impropriamente e neanche troppo da lontano) una certa letteratura di genere (e si risale a Tondelli) dove si utilizzavano i luoghi della perversione gay come un rifugio di anime profondamente desolate e sole, figure portatrici di drammi così alti che non potevano essere superati senza prima perdersi (e a volte senza ritrovarsi affatto, pensiamo a “Camere Separate”). Qui invece il dramma del giovane gay abbandonato/tradito dal fidanzato è ben poca cosa da giustificare il ridursi a schiavo di qualcuno al di là di un muro, qualcuno che, al di là delle torture, sembra capirlo e considerarlo più di un fidanzato fedifrago. Forse andrebbe data dignità al tormento del giovane dandogli ben altro pane, scavando nella sua psiche approfondendo più i personaggi di contorno, abbassando la musica e mostrando dove finisce la perversione e comincia il tormento che spinge a scelte degenerate.

Uno spettacolo quindi da ripensare in un’altra chiave e con elementi che portino attualità, trama ed elementi su cui riflettere, senza banalizzare un mondo gay già abbastanza mortificato nelle sue esteriorizzazioni più spinte.
 
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