Intervista a Paul Torday - Gufetto Magazine

Intervista a Paul Torday

Torna in Italia, sempre pubblicato da Elliot, l’autore che riesce a infiammare la critica inglese ad ogni nuovo libro. Uno scrittore capace di rapire il lettore con uno stile assolutamente coinvolgente, che viene confermato ancora di più con il nuovo romanzo La ragazza del ritratto. Lo abbiamo incontrato per parlare di fantasmi, narrativa e gentlemen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dove nasce “La ragazza del ritratto”?

Qualche anno fa sono andato a pesca in Irlanda con mia moglie. Alloggiavamo in una casa di campagna, dove vidi il dipinto di una ragazza su un approdo, la stessa che ho descritto nel libro. Il ritratto era enigmatico e inquietante e si impresse nella mia memoria. Alla fine decisi che ci doveva essere dietro una storia: la misteriosa ragazza nella fotografia si sarebbe affacciata al mondo e la storia sarebbe stata attorno alle conseguenze.
Può essere ritenuta una specie di ghost story? (vista anche la tradizione inglese di 'ghost hunting' e 'haunting house')
Sì. Mi è sempre piaciuto leggere storie di fantasmi, che nella letteratura inglese sono un genere molto affermato (uno per tutti Canto di Natale’di Charles Dickens, o The Woman in Black di Susan Hill). Volevo scrivere una storia che potesse essere interpretata sia come una storia di fantasmi che come un thriller psicologico. Le migliori storie di fantasmi hanno, a mio parere, quel tipo di ambiguità.

 

Niente lo batte. E non finisce mai.



Cos’è per lei il sovrannaturale?

Personalmente accetto la possibilità del sovrannaturale. Vivo in una casa le cui parti più vecchie risalgono al 1340 ed è difficile, vivere in una casa del genere, senza credere ai fantasmi – specialmente quando vedi i tuoi cani alzarsi e dare occhiatacce a qualcosa che tu stesso non riesci a vedere. In termini più generali credo che il sovrannaturale rifletta il nostro comune bisogno di credere che ci sia un mondo invisibile dietro a quello visibile che abitiamo.

 



Lei è affascinato dalla psiche umana, anche in 'Wilberforce' era forte la componente inconscia, cosa sta cercando?

Sono interessato agli stati psicologici anormali. Una volta ho sentito qualcuno descrivere la psiche umana come un restare fermi davanti a un precipizio. Un passo avanti e rischi di sbilanciarti verso la follia; un passo indietro e la coscienza umana scompare per lasciare il posto agli istinti animali.

 

 


Come definisce l’animo umano?

L’aspetto della natura umana che mi interessa è come la gente ordinaria- come siamo molti di noi- sopravvive a circostanze straordinarie. In Girl ho descritto un uomo comune, in realtà molto noioso, prudente, regolare – che improvvisamente si rende conto che la vita gli sta sfuggendo di mano. Questa è la tensione tra il nostro desiderio di un’esistenza prevedibile e di routine e la percezione improvvisa di un’intera altra esistenza, paurosa e imprevedibile, che fornisce la dinamica per la storia.

 



Il lato femminile è sempre un po’ sfuggente nei suoi romanzi, ma stavolta sembra prendere una direzione diversa, più forte. Ce ne parla?

Mi piace scrivere di donne, e in questo libro metà della storia è vista attraverso gli occhi di Elizabeth, la moglie di Michael. Credo che sia qualcosa che viene accresciuta con più sicurezza grazie alla pratica. Sto scrivendo un altro libro al momento, in cui la storia è raccontata attraverso un uomo e una donna.

 



Nella sua scrittura c’è sempre una specie di ritualità: fumare una sigaretta con tabacco turco, bere un tè, è importante oggi avere un “rito”?

Non abbiamo tutti i nostri rituali? Io so di averne. Mi piace che i miei personaggi abbiano le proprie manie, perché credo che li renda più umani. Più caotico diventa il mondo, più importante la sicurezza e la tranquillità dei rituali di vita.

 

 


In questo libro si accenna, nelle parti riferite al Grouchers, al razzismo “britannico”. Il tradizionalismo è ancora così forte in certi ambienti? E soprattutto esistono ancora i gentiluomini?

Non credo che questo sia un problema degli inglesi in particolare, nonostante essi ne parlino molto. Il senso di 'Britannicità' nel mio paese è ancora folkloristico, almeno tra le persone della mia generazione (nate subito dopo la seconda guerra mondiale) per il fatto di essere stato appreso a scuola studiando l’Impero Britannico, che naturalmente non esiste più. Come paese abbiamo il livello massimo di immigrazione, in special modo negli ultimi 10 o 12 anni. Questo provoca due reazioni: una è abbracciare i cambiamenti culturali ed etnici che accadono, e l’altro è rifiutarli e aggrapparsi a un’idea di identità nazionale e culturale con cui siamo cresciuti. È una questione molto calda in Inghilterra adesso, e la storia del “club di gentiluomini” nel libro che non accetta nuovi membri è una specie di metafora per il modo in cui alcune persone resistono ai cambiamenti in corso nella nostra vita nazionale. Club come il Grouchers esistono ancora in UK (e in America, in Francia e credo anche in Italia) e sono meravigliose istituzioni- ma hanno anche dei lati divertenti. Come i gentlemen – certo che esistono ancora!

 

 


Ha ambientato la storia anche in Scozia: ha un particolare legame con questa terra e la sua storia?

Vivo nel nord dell’Inghilterra, molto vicino al confine scozzese, e molto spesso viaggio in Scozia e amo i suoi panorami e scriverne. In parte questo è anche perché mi è sempre parso che gran parte della narrativa inglese moderna sia troppo Londra-centrica e volevo allontanarmi da questo punto di vista.

 



Come nasce un suo libro e chi è il primo lettore a cui si rivolge?

Il processo creativo per me, parte da un’idea, una scena – come un uomo che guarda uno strano quadro appeso a un muro, o un uomo che cade ubriaco in un ristorante (come in Wilberforce) o un uomo che nuota da solo avanti e indietro in una piscina nel sud della Francia, come nel romanzo che sto scrivendo. Visualizzo una scena che fa partire il libro, e di solito ho un’idea di come voglio che le domande poste nella scena d’apertura vengano risolte alla fine del libro. Come loro emergono, iniziano a guidare la storia: i personaggi scrivono la sceneggiatura, come disse qualcuno una volta, e non il contrario. Per quanto riguarda il lettore ideale: voglio scrivere un tipo di storia che io stesso avrei piacere a leggere.

 



Quando trova il suo momento di pace?

Il momento di pace è 5 minuti dopo l’aver scritto l’ultima frase dell’ultimo capitolo di un libro. 5 minuti prima non riesco a rilassarmi perché so che devo finire quelle ultime poche parole prima che sia colpito da un fulmine, o che la casa sia colpita da un meteorite – niente è più importante che mettere quelle ultime idee sulla carta. Dieci minuti più tardi incomincio a pensare – questo è terribile, devo cambiare la scena nel capitolo 5, il tal personaggio è abbastanza inverosimile - e non posso aspettare fino a che non riscrivo l’intero libro. Ma ho comunque quei 5 minuti dopo aver finito la prima stesura: è un momento meraviglioso, come raggiungere la cima di una montagna prima che il sole inizi a sorgere.

 

 

Quattro chiacchiere di Alex Pietrogiacomi

 

 

 

 

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