interviste libri - Gufetto Magazine

Le creature di Valerio la Martire

L’ho incontrato alla fiera Più libri più liberi, allo stand della Bakemono lab. Alto, sorridente. Valerio la Martire, 33 anni, non si può proprio definire un esordiente. Sa il fatto suo! Scrive infatti da quando aveva 12 anni, ha già pubblicato “I ragazzi geisha” con le edizioni Croce, “Stranizza” ed una raccolta di favole ambientate in Giappone “Nopperaboo” con Bakemono lab.
 

La Storia non dorme mai: il Circolo Proudhon si racconta

“La Storia non dorme mai” è il titolo del primo saggio edito da Circolo Proudhon, un progetto editoriale molto interessante e piacevolmente dissidente, che si fonda sulla esigenza anti-conformista di creare uno spazio libero di riflessione su tematiche storico-filosofiche e politiche.
 

Semplice, Elegante l'intervista

Alex Pietrogiacomi, oltre ad essere il nostro caporedattore è anche un collega stimato che è uscito con il suo nuovo libro -per la Giubilei-Regnani- “Semplice, Elegante. Piccolo prontuario ad uso del moderno gentleman” con le raffinate fotografie di Laura Pacelli a corredare un piccolo e prezioso manabile adatto a qualunque palato.
 

Intervista a Fabrizio Gabrielli. Sforbiciate storie di pallone ma anche no

“A me il calcio fa schifo” con queste lapidarie parole ho messo la croce su tutte le aspettative di mio padre che mi voleva in mezzo agli altri a rincorrere la palla e invece mi ha ritrovato a distanza a farle girare le palle. Ma questa è un’ altra storia.
 

Intervista a Carlo A. Martigli

Carlo A. Martigli. Difficile riassumere questo scrittore italiano in poche righe. Ex dirigente di banca che pentitosi si è lanciato nella letteratura con risultati che sono a dir poco strabilianti, basta dire che il suo 999 L’ultimo custode è diventato un best seller internazionale.
 

Intervista a Gianfranco Franchi sull'Arte del Piano B

 
 

Intervista ad Alex Pietrogiacomi

Mi piacciono le letture intelligenti, quelle che sanno smuovere, che sanno ricreare il dono della riflessione, in maniera anche sotterranea a volte.
 

Intervista Mauro Di Leo, Atmosphere Libri

Atmosphere libri è una realtà nata da poco, un’interessante casa editrice creata da Mauro Di Leo. Nel suo catalogo spiccano romanzi di grande spessore e impatto emozionale e letterario come Il Bibliotercario di Michail Elizarov, La Sete di Andrej Gelasimov , Felicità Possibile di Oleg Zajončkovskij. Autori scelti con cura, con passione e che vogliono essere il tramite cosmopolita per l’Italia e i suoi lettori.
 

Intervista a Gianfranco Franchi

Lankelot.eu è un avamposto letterario, uno degli ultimi veri bastioni di cultura a 360° in cui potersi rifugiare sicuri di trovare scudi e lame pronte a sacrificarsi in nome della bellezza e dell’Arte in ogni sua accezione.
 

Vienimi nel cuore. Intervista a Micol Beltramini

Micol Beltramini sbarca in Mondadori con VIENIMI NEL CUORE, libro che verrà presentato il 15 Marzo alle 18:00 alla FNAC di Milano, un compendio di cuore, testa e ironia.
 

Intervista a Giuseppe Garibaldi

È arrivato in libreria il secondo lavoro di Massimiliano e Pier Paolo Di Mino “Il libretto rosso di Garibaldi” (Purple Press), un vero e proprio compendio che racchiude quanto si volesse sapere sull’eroe italiano attraverso lettere, proclami e scritti di varia natura.
 

Intervista ad Alessandra Gambetti (Lantana Editore)

Lantana (www.lantanaeditore.com) è una nuova casa editrice a Roma, che prende le mosse da un’esperienza maturata nel corso degli anni proprio nell’editoria capitolina.
 

Piano B edizioni: L'Intervista

Quando si parla di editoria di progetto, con carica nuova e un bel catalogo si fa sempre una grande fatica a inquadrare un nome. Sembra però che ci siano piccole oasi capaci di grandi sorprese, tra queste la casa editrice Piano B che si è rivelata capace di una grande maturità mista a entusiasmo adolescenziale per i libri ben fatti.
 

Intervista a Salvatore Parisi

Nella nostra continua ricerca personale e giornalistica incappiamo in moltissime realtà e vi proponiamo quelli che sono i risultati di indagini e piaceri vissuti in prima persona.
 

Buon Compleanno Peanuts:Intervista a Sbadituf

Sessant’anni di Snoopy, sessanta lunghi anni di Peanuts. Il gruppo di bambini e il bracchetto più conosciuto del mondo, simboli trans generazionale, oggi, arrivano a festeggiare un importantissimo traguardo.
 

Intervista a Marco Abundo autore di Stai con me

Marco Abundo, studente di Ingegneria presso l’Università di Tor Vergata (RM) ha appena pubblicato il suo nuovo libro: Reset”.
 

Intervista a Christian Frascella

Con “Mia sorella è una foca monaca”, Christian Frascella ha fatto innamorare del suo personaggio centinaia e centinaia di lettori. Ora che torna con il nuovo “7 piccoli sospetti” (sempre per Fazi Editore) cosa potrà accadere con il suo talento moltiplicato per 7?
 

Intervista a Bruce Sterling

Celebre per Mirrorshades, un'antologia di racconti di fantascienza del 1986 che ha contribuito a definire il filone cyberpunk, Sterling ha pubblicato diversi romanzi di fantascienza, testi di tipo giornalistico e alcuni saggi. Sono riuscito a incrociare lo sguardo con questo personaggio incredibile, illuminante e divertito.
 

Intervista a Paul Torday

Torna in Italia, sempre pubblicato da Elliot, l’autore che riesce a infiammare la critica inglese ad ogni nuovo libro. Uno scrittore capace di rapire il lettore con uno stile assolutamente coinvolgente, che viene confermato ancora di più con il nuovo romanzo La ragazza del ritratto. Lo abbiamo incontrato per parlare di fantasmi, narrativa e gentlemen.
 

Intervista con Flavio Caprera per Jazz 101

Flavio Caprera è tornato con un nuovo libro sul jazz, sempre per Mondadori e dopo il suo Jazz Music ci regala Jazz 101 con cui cominciare, continuare, approfondire la musica di Dio.
 

Quattro chiacchiere con Massimiliano Governi (Editor Elliot)

Massimiliano Governi è nato e vive a Roma. Ha pubblicato per Baldini&Castoldi Il calciatore (1995). Per Einaudi Stile libero L’uomo che brucia (2000) e Parassiti (2005). Un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Gioventù cannibale (1996). Come editor della narrativa italiana ha lavorato alla Fazi editore dal 2004 alla fine del 2007. Da maggio del 2008 è alla Elliot edizioni.
 

Intervista a Joe Rotto

Joe Rotto è un intellettuale al vetriolo, uno psicho dandy di gran gusto capace di spezzare i reni con le sue affermazioni caustiche e alquanto nichiliste. Un personaggio incredibile a cui sono riuscito a rubare un botta e risposta asciutto e tagliente come la lama di un rasoio.
 

Intervista ad Amira Munteanu, la vampira dell'arte

Amira è un vampiro metropolitano, dei nostri giorni, un essere che crea arte e ne beve dalla giugulare pulsante. L’ho conosciuta grazie a due grandi “artisti” come Manuela Gandini e Alan Jones e dopo aver visto i suoi lavori ho deciso di intervistarla.
 

Verdenero ed Edizioni ambiente, intervista ad Alberto Ibba

VerdeNero è la collana di Edizioni Ambiente che tratta temi di ecomafia in forma letteraria, utilizzando la chiave del Noir.
 

Bang Art! L'intervista

Gennaio 2009. Arriva in edicola Bang Art. La prima rivista d'arte per lottatori mascherati.
 

Torna Paolo Baron (di Toilet) con "I Love Porn"

Toilet è una realtà giovanissima, tenace, incredibilmente in mutazione e soprattutto capace di tirare fuori veri e propri conigli dal cilindro.
Una realtà che raccoglie le migliori giovani voci narrative d’Italia.
La testa (rasata) dietro questa energia editoriale è Paolo Baron e mi sono fatto due chiacchiere veloci con lui anche per parlare delle loro nuove avventure.
 

Intervista a Claudio Morici

Quando Claudio Morici torna nella Città Eterna succedono sempre cose strane e memorabili. Non tutte si possono raccontare, ma è molto facile sentirsele imbastire, negli ambienti giusti, più o meno ingigantite. Sembra, a dare credito ai soliti bene informati, che oltretutto un suo sosia si aggiri per le strade di Palermo, ogni tanto, mentre noi diamo per scontato che sia ostaggio d’un nuovo amore a Valencia o d’una stanza a Edimburgo: due punti, a capo. Sarà vero? Si dice che questo sosia sia accompagnato da tre gorilla molto aggressivi. Mistero.
Da qualche anno a questa parte l’Actarus della Letteratura Italiana è tornato soltanto per prendere accordi per i nuovi libri o per partecipare a qualche trasmissione televisiva. O per prepararmi una carbonara, ammesso che il mio stomaco non sia distrutto come oggi. Claudio, è bello ritrovarti tra noi.

Dimmi, com’è Roma vista dalla Luna? È cambiata?

CM: Sono arrivato il 24 e il 26 mattina già stavo a letto, ansimante, con la febbre a 39. Alla prima passeggiata mi è sembrato tutto abbastanza simile a come l’avevo lasciato. Forse un po’ meno gente per strada. E magari due anni fa non c’era l’esercito italiano in missione ai capolinea della metro. Comunque non so, è difficile fare confronti, quello che percepisco fresco di ritorno è influenzato da mille fattori. Ad esempio, il fatto di muovermi in un posto dove tutti parlano italiano, vista la deprivazione degli ultimi mesi, mi sembra come camminare in una specie di foresta. Mille informazioni, toni di voce, posture, giochi di parole. È come trovarsi dentro una foresta dopo il deserto, è fantastico. Le persone mi sembrano tutte attori navigati, quando mi devono dire una cosa ho come l’impressione che iper-comunicano volontariamente, perché mi arrivano tutte queste informazioni in più, con la mia lingua.

GF: Sì, qualcosa forse è cambiato. Claudio, ho appena pubblicato (qui) la recensione del tuo ultimo libro. Commenta, critica, stronca o approva i contenuti. Rimedia ai miei errori oppure confortami: ti riconosci in quella scheda? C’è qualcosa che vorresti evidenziare?

CM: Beh, mi stai chiedendo di fare la recensione della recensione, è abbastanza bizzarro. In ogni caso l’articolo mi sembra molto interessante, come sempre. Sei una delle 2-3 persone che hanno letto tutto ma tutto quello che ho pubblicato (più un paio di inediti), e guarda caso fai anche il critico letterario e allora non puoi che essermi molto utile quando scrivi su di me. Come quando mi hai spiegato, punto per punto, che stavo iniziando a vivere esattamente come il protagonista di Actarus: licenziamento dal mestiere di pilota di robot e tutto. Io non è che me ne ero accorto. E stavolta individui dei frammenti di ogni precedente libro, nel nuovo, come se avvenisse per la prima volta. Non ci avevo fatto caso. Io ho queste tematiche, come la malattia mentale, il viaggio, le droghe psichedeliche, l’attrito del singolo con le regole della società. Sì, deve essere il primo romanzo dove ce le metto tutte, le alterno, le sfodero una dopo l’altra. Fossi invecchiato?
Quello che è successo, a livello pratico, è che ho avuto per la prima volta la possibilità di dedicarmi alla scrittura tutti i giorni, media di 5 ore, organizzazione tedesca, con supporti che andavano dall’internet point, ai fogli di quaderno, passando per laptop messicani di terza mano (che si rompevano quasi subito). E qualcosa è successo. Ho imparato a trasfigurare i contenuti della mia vita quasi in tempo reale. E questi temi ridondanti, che negli altri libri erano trattati, diciamo, in modo monografico, qui sono molto meno centralizzanti, funzionano da contenitori di storie, sono stanze di appartamento. Questi temi, mentre scrivevo, erano il mio unico riferimento, la mia casa lontana, la mia griglia da combattimento che ho portato con me, mentre mi succedevano cose nuove e importanti che non capivo assolutamente, ma buttavo dentro la storia. Un personaggio, un modo di vivere, una marca di maglioni, e qualcosa succedeva. Compagni di viaggio, storie che sentivo raccontare, mercati indigeni, la violenza dei rapporti tra persone in vacanza, questa disaffezione sintomatica che colpisce i viaggiatori, i bagni pubblici, gente che si farebbe tagliare un dito per darti una mano e gente che te lo taglierebbe, dalla mano.

GF: Bene. Genesi dell’opera. Com’è nata questa storia? Quanto hanno avuto influenza le tue esperienze di viaggio in tutto il mondo? Sei riuscito a trovare un posto che assomigliasse, almeno un po’, a Fleed?

CM: Ho iniziato a scrivere “La Terra” sull’aereo, mentre stavo andando a Città del Messico, senza sapere esattamente che stava iniziando questo mio vagabondare per quasi due anni. C’è proprio un capitolo del libro che descrive il protagonista che se la fa sotto, in aereo, durante una turbolenza. Con un bambino che lo prende per il culo e ride.

Mi succedeva sempre di aver paura dell’aereo (anche se poi viaggiavo lo stesso) ma questa volta ho pensato di provare a scrivere quello che mi passava per la testa. Una decina di pagine di appunti, che poi sono diventate un paio di pagine del romanzo. E la cosa straordinaria che è successa è che, dopo quella volta, ho smesso davvero di avere paura di volare. Scrivere mentre succedeva, ha avuto questo e altri effetti anche dopo, durante il viaggio. E’ abbastanza banale, in realtà, ma non lo avevo mai sperimentato prima. E il romanzo è partito proprio così, e ho cominciato a lavorare, a fare attenzione allo “strumento”, ovvero al mio stato di coscienza mentre scrivo. E dopo l’aereo c’ho dato giù tutti i giorni dovunque mi trovassi, ho finito in Scozia dopo 10 mesi, e continuo a scrivere perché ho paura anche oggi, ogni tanto. Che è un po’ diverso dalla ricerca di Fleed, ma neanche tanto. Ricordiamo che Fleed, in Actarus, era la stella d’origine, quel posto perfetto dove Actarus sognava di ritornare un giorno. L’ho pensato come una specie di paradiso del viaggiatore, un incrocio tra Cuba e New York, mi sono divertito a prendermi in giro su quello che penso, che a volte sogno prima di partire. Su Fleed puoi lavorare una settimana come cameriere e mettere da parte abbastanza soldi per vivere di rendita un anno. Le ragazze, su Fleed, te le porti a letto, tutte insieme, solo perché gli hai fatto l’occhietto. Fleed non esiste.

GF: Le avventure di Simon, l’antieroe del tuo libro, avranno un futuro? Cosa ci riservano le sue prossime esperienze di viaggio?

CM: C’è una certa probabilità che le storie di Simon diventino una microsaga. Anche perché all’inizio il romanzo era nato proprio così. E il secondo episodio ha già alcune pagine scritte e un’evoluzione delle cose alla quale sono abbastanza affezionato. E non è escluso neanche che questo sia legato a dove vivrò nei prossimi mesi. Cioè, il piano era questo. Però cose del genere non funzionano a tavolino, il tempo passa, la testa pure, vediamo un po’.

GF: 2009. Cosa ti aspetti da “La terra vista dalla luna”? Come sogni che venga accolto dal tuo pubblico e dai nuovi lettori?

CM: Sinceramente mi interessano i soldi. Magari non tanti, ma una volta finito il romanzo, punto a quelli, non è che vorrei molto altro da questo libro. Cioè, voglio dire: ormai l’ho scritto. E non è che voglio stare qui ad aspettare che quel tipo dica che è un capolavoro, oppure una merda, e quell’altro ritenga che sia letteratura o narrativa. Come dire, un po’ sono curioso, certo, ma non ho tempo. Non mi cambia niente, in realtà. Se il libro vende bene e guadagnerò soldi, invece, significa che potrò continuare a starmene in giro e scrivere. Altrimenti torno al piano B (fare un altro lavoro, quello che ho fatto per 10 anni magari o un altro, da qualche altra parte). E so anche che molto probabilmente tornerò al piano B presto. Ma, come dire, ci sto provando. E riguardo il valore del libro, che ormai ho scritto circa un anno fa e che sento lontano, vecchio sebbene esca adesso, ho 5 amici che leggono le mie cose da sempre, che capiscono e seguono quello che sto facendo, la mia ricerca, ecc… A loro è piaciuto moltissimo, quindi sto a posto. Sono molto ansioso di ripartire, di continuare a fare questa vita per un altro po’, scrivere le mie 5 ore al giorno, scegliermi una città adatta, studiare, cercare di capire quello che succede intorno, diventare sempre più bravo a mettere nero su bianco, con una certa urgenza, un paio di cosette, che spero possano cambiare un millesimo della percezione di chi mi legge, nonché di chi le scrive, ovviamente. Ma è difficile parlare di queste cose… Meglio concentrarsi sui soldi. Non sembra ma è più umile.

GF: Già. A proposito, curiosa la copertina del libro. È una tua idea?

CM: Più che curiosa mi sembra fottutamente commerciale. Neanche poi così bella. E l’ho suggerita pure io la foto. Vedi il discorso sopra. C’è la gnocca, che funziona sempre. E lo zainetto, che introduce l’ambientazione. Poi la citazione dal libro, gioca con l’immagine perché fa capire che il protagonista è partito a causa di una ragazza, che sembra proprio la tipa della copertina. Che vuoi di più dalla vita?

GF: Com’è stato il tuo Messico? Raccontaci tutto.

CM: Sono stato in Chiapas, dove è ambientato il romanzo. Ho partecipato insieme a un altro migliaio di persone a un meeting nei villaggi zapatisti, con special guest Marcos, tende dappertutto, gadget, magliettine con la faccia del Che, o di Malcolm x, ecc.. Cose belle e importanti, ma anche piene di situazioni paradossali. Ho girato in ostello per mesi, come avevo fatto già altre volte e nel romanzo, ho cercato di indagare e rappresentare come mai un ostello a Oxaca ha gli stessi DVD di un ostello a Bangkok, e forse anche gli stessi divani IKEA. E la gente, i viaggiatori backpackers, parlano più o meno delle stesse cose e leggono gli stessi libri, hanno visto gli stessi film. Poi ho vissuto 4 mesi a Città del Messico, posto fantastico per me, spero davvero di tornarci. Il problema in questa città è che stai dentro un’opera d’arte, una fotografia, un quadro, un libro. E’ qualcosa che ho sentito dire anche ad altre persone, se stai portando avanti un progetto artistico, il problema potrebbe essere che ci stai già dentro, in un mercato, tra gli ambulanti per strada, in una pulcheria. Ce l’hai lì davanti, ci interagisci, stai dentro il quadro. E allora chi te lo fa fare di farti il mazzo? E ci sarebbero da dire tante altre cose di questa città, quella che mi ha colpito di più all’inizio è la possibilità di conoscere persone, di avere dei rapporti.

Se vuoi, in Messico esci da solo e parli con tutti. Di certo, molti europei sono innamorati di questa nazione più per questo che per le piramidi, che so. E magari ci restano, non ne possono più fare a meno. Poi, purtroppo, non è un paradiso, ci sono livelli di corruzione altissimi, la polizia non rispetta i diritti umani, quando te ne torni a casa dopo esserti tanto divertito, c’è una certa probabilità (superiore a quella europea) che ti accoltellino sotto il portone.
Non si tratta di Fleed. Su Fleed una birra costa 15 centesimi (le poche volte che non te la offrono). E se restituisci il vuoto a perdere ti regalano un’automobile nuova.

GF: Adesso immagino tu stia per ripartire, dopo un intervallo romano. Prossima destinazione? Prossimo appuntamento in libreria?

CM: Se rimango in Europa, pensavo a Berlino, di cui mi hanno parlato molto bene. Gli affitti costano incredibilmente poco, così come le birre. Ci deve essere gente interessante. Però negli ultimi sei mesi sono stato a Granada, Spagna. Che è la capitale europea per la gente che vive un po’ così. E potrei averne avuto abbastanza di me e di gente come me. Quindi vediamo un po’.
Mi serve sempre un posto dove posso scrivere queste 5 ore al giorno, sono completamente ossessionato da qui a un anno… mi segno quanto spendo per il caffè e quante ore ho scritto, mi scelgo posti dove non ho bisogno di macchina, la vita notturna costa poco e ci sono buone biblioteche, dove posso mettermi con il portatile un giorno sì e un giorno no, per non morire da solo nella mia stanzetta.

GF: Vai, distruggi il male vai.
Quattro chiacchiere di Gianfranco Franchi


Claudio Morici (Roma, 1972), romanziere e net artist italiano.

Laureato in Psicologia Clinica con una tesi intitolata “Fenomenologia esperienziale del sognare lucido” (pubblicata in “Sogni Lucidi”, a cura di Fabrizio Speziale, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza, 1999), ha lavorato per due anni in diverse comunità terapeutiche, prima di cambiare lavoro. È stato direttore dei contenuti del sito d’arte indipendente www.gordo.it. Ha esordito con il romanzo “Matti slegati” nel 2003.

Claudio Morici, “La terra vista dalla luna”, Bompiani, Milano 2009.
 

John Romita Jr. (il disegnatore dell'Uomo Ragno)

John Romita Jr. è figlio di uno dei disegnatori di Spider man più conosciuti e riconosciuti (John Romita Sr.), nel tratto e nella sensibilità con cui ha saputo realizzare e far vivere il nostro affezionatissimo ragno di quartiere sulle pagine dei comics.
John Romita Jr. è un artista che con Spidey ha ancora a che fare perché da anni lo disegna, da anni ne conosce i più intimi segreti e i problemi più profondi, uno dei pochi che ci può realmente parlare del futuro di questo supereroe che in Italia festeggia il suo 500 numero con un’edizione speciale della Panini.
 
Dopo trent’anni di carriera, a Roma, mi trovo davanti un vero e proprio mito che scherza sul fatto di essere famoso, racconta il suo modo di concepire l’arte e il lavoro, ci parla delle sue origini ma soprattutto dichiara tutto il suo amore per un padre incredibile e una famiglia per la quale si muove tutta la sua vita.


Benvenuti nel fumetto inedito della storia dello Stupefacente John Romita Jr.

Quanto leghi la parola eredità al tuo Jr.?

E’ una parola molto importante, doppiamente legata a me come artista e come figlio di un grande arista..
La cosa meravigliosa tra me e l’eredità che ho ricevuto, tra me e mio padre è che non c’è mai stata un’imposizione, mai un conflitto, uno scontro.
Per me è sempre stato solo un meraviglioso rapporto tra padre e figlio. Semplicemente questo. Non ho vissuto nessun tipo di costrizione grazie al tesoro che mio padre ha fatto della sua esperienza. Mio nonno (originario di Bari dove costruiva le bare) infatti era un uomo duro, concreto, che ha cresciuto il figlio con un regime molto autoritario. Una mentalità che neanche lontanamente pensava all’arte che si è ritrovata con un figlio che dal nulla ha dimostrato di viverne.Un talento naturale che è spuntato fuori così!

La vena artistica di mio padre era mal vista, come una “stranezza”. Ecco io sono cresciuto completamente distante da tutto ciò, grazie alla profonda intelligenza e sensibilità di un uomo che continuava a dirmi che mi avrebbe aiutato in qualsiasi modo, che mi avrebbe consigliato sempre, solo se lo avessi chiesto. “Chiedimi figliolo e io ti dirò tutto quello che vuoi sapere, ma da me non avrai nulla che possa influenzarti in qualche modo a fare questo lavoro o ad avvicinarti all’arte” continuava a ripetermi. La cosa fu semplice: iniziai ad osservarlo e a chiedere.
Lui si è sempre rifiutato di trattarmi come è stato trattato.

Quali sono gli artisti che al tempo ti hanno influenzato e quelli che continui ad ammirare anche grazie al modo in cui hanno rotto le regole?

Sono cresciuto osservando opere italiane, francesi. Amo gli impressionisti, Matisse. Tra gli illustratori Gibson, J.C. Leyendecker e molti altri che avevo in un grande libro di cui non ricordo il nome e che sfogliavo continuamente.
Tra i cartoonist mio padre, John Buscema e Jack Kirby. Per quello che riguarda la mia professione sono loro tre i nomi più importanti, le influenze più grandi e i maestri da cui imparare. Hanno avuto la capacità di raccontare le storie, di dare un taglio quasi cinematografico alle sequenze sapendole immaginare nella loro testa con la stessa precisione con cui poi l’hanno disegnate.
Forti di una espressività narrativa innaturale.

E come vedi l’influenza di un giovane talento, negli anni 90 soprattutto, come Rob Liefield nello sviluppo del disegno e dell’attitudine a questo?

Agli inizi degli anni novanta ha influenzato moltissimo i giovani che si stavano avvicinando al nostro lavoro con il suo tratto caratteristico, irriverente e la sua età. Io però non sono d’accordo su una cosa, pur rispettando Rob e la sua arte, un artista (soprattutto se giovane) deve formarsi con i grandi maestri, con la grande arte come dicevo anche all’inizio e non da altri esordienti.
Mio padre mi ha fatto studiare al College insistendo molto sulla mia educazione scolastica, ripetendomi che prima sarei dovuto diventare un artista e poi un cartoonist. Mio fratello ed io siamo delle buone persone grazie ai grandi insegnamenti di mio padre e grazie al suo amore smisurato…naturalmente anche grazie alla mamma! (ride).

Come definisci il tuo lavoro in tre aggettivi da quando hai iniziato ad oggi?

Wow, sono trent’anni… ho un po’ di tempo??? Nei primi vent anni: veloce, attento, sopravvivente. Negli ultimi dieci invece ho semplicemente imparato come imparare. Dai miei errori del passato, dai miei successi e c’è ancora così tanto da imparare. Se penso di non aver più niente da imparare penso che sia finita è come per i musicisti: più pratica fai più cresci.
In tre aggettivi oggi? Pieno di pensieri, medio… figo.
Mio padre poi mi ha sempre detto che se anche penso di essere bravo è meglio non dirlo, perché significa che sono quasi arrivato, che non ho più niente da imparare e che mi manca quella modestia per andare avanti. Per questo ha sempre consigliato di dire e pensare che sono nella media, in un livello “giusto”, così da non cadere anche nella trappola dell’ego e finiva dicendomi “Ricorda che ci sarà sempre uno più forte, più in gamba e bravo di te”.

Cosa pensi quando finisci un tuo lavoro e lo consegni?

Pwee… un’altra fatta!!! È un lavoro davvero molto duro, fatto di lunghe ore di concentrazione, meticolosità, attenzione. Difficilmente si fa questo mestiere per anni e infatti molti nel mio ambiente preferiscono farlo per un periodo, guadagnando molto così da godersi il frutto di tanta fatica. Altri diventano pieni di sé e si lanciano in progetti assurdi. Molti, semplicemente impazziscono! (ride).

Agli inizi gli eroi si scontravano con super criminali lontani dalla nostra realtà l’unico problema era sconfiggere un nemico con un costume colorato e dei super poteri. Poi è arrivata la droga, l’alcolismo, la prostituzione, le guerre e gli eroi hanno cambiato il loro sguardo. Cosa è successo?

Eccellente domanda. Stan Lee è stato tra i primi a bilanciare fantasia e realtà e credo che la risposta sia proprio qui, in questa capacità. Questa è la vera ricchezza di un fumetto.
Molti preferiscono creare scenari fantascientifici, lontani dal reale, allontanando troppo il lettore dalla storia perché manca un legame concreto. Altri hanno invece hanno realizzato personaggi molto drammatici che però, non hanno più permesso di far godere l’aspetto fantastico del comics.

Spider man ha molto successo per questa sua dimensione equilibrata: Peter è un ragazzo qualsiasi, un newyorkese che tutti i giorni fa i conti con i problemi più umani, ritrovandosi però poi a fronteggiare minacce sensazionali.
Un nome, secondo me, che è riuscito a coniugare fantasia e realtà in maniera stupefacente, è Neil Gaiman.

Ma chi è oggi il nemico? E in un certo senso anche il “nostro” nemico?

I cattivi sono una rappresentazione ingigantita, ma neanche tanto, della corruzione umana. Kingpin ne è l’esempio calzante: avido, infido, crudele, vuole soltanto possedere e dominare. I problemi reali vengono spesso calati nei personaggi dei fumetti: ad esempio l’antisemitismo che subiva da ragazzo Stan Lee, sono stati riportati ne Gli Incredibili X-Men. Mutanti, emarginati, diversi che decidono comunque di proteggere gli umani.
Ecco, tutto viene riversato nelle storie per poter essere anche affrontato, denunciato in un certo modo, reso comprensibile anche dai più giovani.

L’uomo ragno nasce dalla frase “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”… quali sono i tuoi poteri e la tua responsabilità.

Il mio potere? Avere pazienza. La mia responsabilità? Avere più pazienza.

Chi senti più vicino tra Peter Parker e l’Uomo Ragno?

Ogni padre, ogni figlio, ogni famiglia è un supereroe. Anche io ho una doppia vita: sul lavoro sono come Peter, alla presa con i problemi quotidiani, ma è con la mia famiglia che divento Spider man e uso i miei poteri per proteggerli, sostenerli.

Spider man è famoso per le sue battute, per l’umorismo che scaglia contro i nemici durante i combattimenti: quanta ironia c’è nella tua vita?

L’ironia la ritrovo nella mia insicurezza che fa capolino nella mia vita, nella mia carriera. Ci sono stati momenti e ci sono tutt’ora dei momenti in cui sono stato colto da questo sentimento. Una cosa di cui non ho parlato mai con mio padre perché si sarebbe arrabbiato da morire come fa la moglie quando capita. Non è un retaggio paterno, ma semplicemente a volte mi sento così e lo trovo ironico visto quello che faccio.

Qual è l’abilità di Spider man che potrebbe aiutarti nel lavoro?

Oh! Sicuro la velocità!

Il personaggio più complicato che ti sei trovato a disegnare?

Spider man.Pensa soltanto a tutte le ragnatele sul costume…Scherzi a parte. È un eroe con il volto coperto da una maschera eppure ha una serie infinita di espressioni da comunicare…ecco questa è ironia!

Qual è l’incarnazione di Spider man che preferisci?

Il classico, senza dubbio. Per me l’originale è quello che dovrebbe essere.

Hai mai vissuto o rivissuto un tuo dolore, un tuo problema con i personaggi che disegni?

Sì. Con Iron Man. Tony Stark è un alcolizzato ed io avevo due amici molto cari che soffrivano di questo problema. Uno di loro si è ucciso, con mio grande dolore. L’altro ne è uscito definitivamente. Ecco, in questo caso ho di nuovo vissuto quella situazione, mi sono tornati in mente tutti i momenti difficili. E sono riuscito ad addentrarmi di più nel personaggio che disegnavo.

Con Peter Parker invece ho vissuto il problema della crescita, anche se da ragazzo non ho vissuto l’emarginazione del nerd, dell’immaturo, perché comunque disegnavo ed ero interessante. Però da adulto quando mi sono trovato di fronte a grandi uomini, mi sono sentito un po’ immaturo, insicuro. Come Peter.



Tu hai disegnato oltre a Spider: Thor, Cable, Iron Man, Devil, The Punisher. A quali ti senti più legato?

Mi piace molto Daredevil, ma adoro disegnare The Punisher… anche perché molti miei parenti sono simili a The Punisher. (ride)

Hai disegnato anche World War Hulk. Hulk è rabbia, cos’è per te la rabbia?

Nel mio lavoro è la voglia di fare, di farcela. Con la mia famiglia è prendersi cura di loro e non farli mai essere arrabbiati.

500 numeri in Italia, festeggiati con questo volume (prossimamente edito da Panini). Il futuro di Peter?

Negli Stati Uniti, Peter dovrà decidere tra la vita di zia May e la cancellazione di ogni ricordo con Mary Jane Watson a causa del demone Mephisto. Qui torna il discorso dell’equilibrio, perché ci deve essere un bilanciamento tra chi era Spider man all’inizio e chi è diventato. Dal matrimonio con M.J. c’è stato un allontanamento dalle difficoltà esistenziali di Peter e questo lo aveva distanziato anche dal lettore “sfigato” che si riconosceva nel Parker degli esordi e non in quello sposato con una top model meravigliosa. Per ri bilanciare si è pensato a questo, a questa nuova verginità che sarà anche una nuova forza per il tessiragnatele.

Chi sceglieresti per una birra: Thor, Ercole, Hulk, la Cosa o She Hulk?

Niente donne! c’è mia moglie. Assolutamente Ben Grimm… è di Brooklyn, come me!

Intervista e foto di Alex Pietrogiacomi




 

Intervista a Barbara Alberti

Barbara Alberti è in assoluto una delle donne più incredibili che abbia potuto conoscere nella mia vita. Completamente priva di qualsiasi anoressia energetica è un ciclone di vita, intelligenza e ironia.


Barbara nel suo ultimo “Letture da treno” (Edizioni Nottetempo), parla, analizza, ci presenta grandi classici della letteratura internazionali con il suo charme narrativo inconfondibile.
Proprio da quest’ultima prova letteraria nasce un’intervista sui generis in cui le domande non le faccio soltanto io.




• Come è nato il tuo libro? Da quale esigenza?

Dalla mia esigenza primaria, quella di ridere. E dalla mancanza di memoria (che non credo sia un caso, ma una colpa: della disattenzione, della superficialità, dell’idolatria dell’istante). Quando leggo un libro faccio una scheda, un libero commento. Ho gli armadi pieni di note sulla letteratura. Che sono anche una rivolta alle scempiaggini delle “terze pagine”. Un rapporto personalissimo, insolente e innamorato con i classici. Un rapporto stretto con i personaggi che sono amici, nemici, amanti, carnefici.

• Dove comincia il viaggio? Alla stazione di partenza o a quella d’arrivo?

Comincia durante- in ogni istante- comincia “prima”- quando “ti senti” in viaggio. Puoi essere dovunque. Mi viene in mente una scena di “Capricci”, un film di Carmelo Bene- dove c’è un vecchio che sta a cavallo del water come su un cavalluccio di legno o su un ippogrifo, e dice in puro salentino (che non so ripetere, così traduco): “Non essere geloso, non essere geloso, prendi un treno e vieni a Londra con me”.

È successa una cosa strana: dopo che ho pubblicato la recensione del tuo libro mi sono arrivate delle mail con delle domande per te. Te le giro.

1. (In coro) Froci a chi??? Insolente dama! Ancora vuol fare la femminista? Ancora ce n’è bisogno? I tre (anzi quattro) moschettieri


Sapeste quanto mi annoia anche solo la parola, “femminista”! Credevo che certe conquiste di civiltà fossero per sempre, e non solo per quanto riguarda le donne: sfruttamento sul lavoro, razzismo…Macchè: il dna non trasmette la democrazia, bisogna ricominciare daccapo ogni volta. Forse a voi, che vivete in un sovramondo letterario è sfuggito qualcosa: che qui, tanta tecnologia tanto progresso, ma stiamo tornando alla clava. Guai ai disarmati. Che siano vecchi, donne, bambini, poveri, stranieri. Purtroppo bisogna avere il coraggio di tornare ad essere noiosi, e ripetere all’infinito Nati non fummo a viver come bruti…

2. La morte può essere noiosa? Jacopo

La sua, sì. Ma non più della sua vita. E non meno del suo libro.

3. Di mostri, bestie e dei ne ho incontrati nel mio peregrinare. Sono stato trasformato, ma non in un bove con le gambe. Tradire è dunque la giusta via di fuga dall’egoismo umano? Nessuno

Non mi faccia il moralista, la prego: vuole offendere la sua leggenda di grande esploratore, di eroe della conoscenza? E non mi faccia il filosofo, lei che è un vitalista, e un furbo (il contrario del pensiero). Quando parla di tradire immagino si riferisca ai tradimenti di Penelope: perché i suoi, caro Qualcuno, se non sbaglio, li chiamerebbe esperienze.

4. Señora, sono molto felice del racconto che ha scritto su di me e volevo chiederle se c’è ancora spazio per i sogni e soprattutto se il prendere in spalla quelli degli altri è coraggio o incoscienza. Suo Sancho


E’ trasfigurazione, è una facoltà, divina, è arte- è doppia tenerezza.

Ecco, sai comunque mi premeva farti avere anche un “confronto”. Torniamo a te e a noi.

• Ho un piccolo problema: tra metrosexual e cloni di Sex & the City non so più se provarci, con chi provarci o se è meglio l’onanismo. Ma cos’è successo ai “ruoli” sessuali e all’amore?

Boh.

• Comunicazione e incontri ormai avvengono per mezzo di Facebook, piattaforme on line, chat. Si può ancora parlare di relazioni pericolose?

Magari!
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• Da anni cerchi la scomunica. Ma quante ancora ne dovrai combinare prima di riceverla?

Ho perso ogni speranza. Se non è bastato ripubblicare “Vangelo secondo Maria “ (con Castelvecchi), dove la Madonna rifiuta la maternità divina, e Gesù non nasce, ho paura che questo onore la Chiesa non me lo farà mai.

• Cos’è la religione oggi? Stato, potere, denaro o una croce di legno?

La Chiesa cattolica è una multinazionale. Altro è il rapporto che si ha col sacro, che riguarda ognuno intimamente, sia che si creda in dio oppure no.
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Per terminare ti lascio questa petizione sempre ricevuta nella mia casella e-mail: “A nome di tutti gli scrittori vilipendiati nel suo libello, io Alexandre Dumas in qualità di portavoce del gruppo “Gli dei incompresi dall’Alberti” le porgo la seguente domanda: Ma un po’ di caz*** suoi no?!”

Eh anche troppi, caro Alexandre, anche troppi.

Intervista di Alex Pietrogiacomi

Ringrazio Barbara Alberti per l’ironica disponibilità.

Ringrazio Alex Pietrogiacomi per le numerose incarnazioni che ha messo in atto in una pagina.




 

Intervista ad Emiliano Amato

Ho incontrato Emiliano Amato prima della sua presentazione di Noi che siamo ancora vivi,(Alberto Gaffi editore), giovedì 20 novembre ore 19.00, al Tuma’s book bar di Roma (vai dei Sabelli 17). Da questa occasione è nata la nostra chiacchierata...Noi che siamo ancora vivi. Tutto sommato nonostante la tematica il titolo reclama un inno all’andare avanti. E’ questa l’intenzione?

Fino a un certo punto. Il titolo deriva da una frase di Joyce Carol Oates che dice “Il miracolo non è Gesù che risorge. Il miracolo siamo noi, noi che siamo ancora vivi.” Il senso di questa frase sta, a mio avviso, nella fatica del sopravvivere giorno per giorno, fatica soprattutto esistenziale. I personaggi del libro per molto tempo riescono a fare soltanto questo: rimanere vivi, non è molto ma è già qualcosa.

Ci racconti la genesi della storia e dei tuoi personaggi.

È difficile raccontare come nasce una storia: so solo che a un certo punto ti accorgi che stai pensando ossessivamente a persone che non esistono e che non hai mai conosciuto ma di cui cominci ad interessarti. L’idea del romanzo è partita da due scene, quella iniziale (un vecchio che va a disseppellire una pistola che non usa da oltre cinquant’anni) e quella conclusiva (che, ovviamente non svelerò). Partendo da questi due momenti ho voluto saperne di più sui personaggi: chi sono, che cosa li ha portati fin lì, che vita hanno fatto e che vita faranno d’ora in poi; insomma tutte quelle domande che spero si faccia anche il lettore quando li conoscerà.

La storia di Emiliano e Omero (e Andrea) sembra esistere a metà tra la fantasia e il reale. Son tutti personaggi con esistenze molto forti alle spalle. Come li presenteresti tu al lettore?

Omero è un uomo anziano a cui sedici anni prima hanno ucciso il figlio. Da quel momento la sua vita è come se avesse avuto una battuta d’arresto, tutto si è fermato a quel giorno. L’unica cosa che lo ha tenuto in vita per tutti quegli anni è stato il desiderio di vendetta.
Emiliano è un ex tossicodipendente, ha passato sedici anni in galera per un omicidio che dice di non aver commesso. È un uomo disilluso, che non ha grandi aspettative dalla vita, uno che cerca di non pensare a quello che gli è successo e che gli succederà, perché è il solo modo per rimanere vivo.


La sofferenza di Omero sembra essere colma di una solitudine che ormai non ha più nulla a che fare con la morte di Andrea, ma appare uno status ormai ben radicato e che va molto oltre.
Cosa prevale in Omero: desiderio di giustizia o una vera ossessione?


Sicuramente l’ossessione. Omero è un uomo incapace di guardare al futuro, di elaborare il lutto. La sua esistenza va avanti solo in funzione della vendetta da compiere. Quando hai un unico pensiero nella vita e non ti accorgi di quello che, nel frattempo, stai perdendo non credo si possa parlare d’altro che di ossessione.

Come spiegheresti il rapporto che si viene a creare tra Omero ed Emiliano?

Si tratta di un rapporto conflittuale, in certi momenti i due sembrano avvicinarsi ma c’è sempre qualcosa di trattenuto nel loro rapporto. In fondo nessuno dei due è davvero sicuro di potersi fidare dell’altro e, inoltre, quello che li lega è un episodio particolarmente doloroso che i due elaborano in modo diametralmente opposto: Emiliano vorrebbe solo dimenticare, Omero è ossessionato dal ricordo. Vista l’età e la condizione dei due protagonisti sembrerebbe potersi ricreare una sorta di rapporto padre-figlio e, forse, è quello che entrambi cercano, ma non sanno se ne saranno capaci.

Emiliano ha dei tratti di forza ben più evidenti rispetto al padre di Andrea. E’ una scelta studiata appositamente? Tutto sommato dovrebbe essere un uomo assai irritato col mondo e poco speranzoso.

Non so dire se Emiliano sia più forte di Omero. Il fatto che abbia accettato il suo destino non è sintomo di forza ma di rassegnazione. Non è un uomo speranzoso, è solo un uomo con i sentimenti anestetizzati.

La pistola. Risalta sempre come l’unico oggetto importante della storia, a sembrare l’unico contatto reale che Omero crede di possedere, come se lo assicuri. Può essere un’interpretazione?

Sì, Omero sembra vivere in una dimensiona quasi sospesa, senza alcun attaccamento alla realtà. La pistola, con il suo peso materiale e morale, sembra quasi tenerlo con i piedi per terra. In un mondo fermo a sedici anni prima la pistola è l’unica chiave che Omero crede di avere per uscire dal passato.

Si parla ed emerge l’impraticabilità della vendetta. Credi fermamente in questo messaggio che arriva? O è una scelta per il libro?

Ci credo davvero. La vendetta è un sentimento molto comune, spesso considerato naturale e quasi avallato da una parte della società. Prima o poi tutti abbiamo pensato, sognato o realizzato almeno una piccola vendetta, ma, pur sembrando un sentimento naturale, ha al suo interno un potenziale altamente distruttivo che è quello che ho cercato di mettere in luce con questo romanzo. La vendetta è come le sabbie mobili, ci finisci dentro e non sai più venirne fuori. Mentre intorno a te la vita passa, tu annaspi, fermo sempre nello stesso punto. Il “vendicatore” è la prima vittima e, spesso, quando se ne rende conto, è troppo tardi.

Sul finale hai mai avuto dubbi?

No. Come ho detto prima la storia è nata già con il finale scritto e più andavo avanti con la stesura del testo e più mi rendevo conto che sarebbe stato l’unico finale possibile, almeno per me.

Ho trovato il tuo stile molto pulito, privo di sbavature, complicazioni, ampollosità e esuberanze. Hai un riferimento contemporaneo particolare a cui ti senti più vicino?


Ho molti autori che ammiro e amo. Per questo romanzo farei un nome in particolare: Hubert Selby Jr, che ritengo uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento. Non credo che il mio stile sia paragonabile al suo, né per somiglianza, né per qualità, ma in questa storia mi sono sentito vicino al mondo che anche lui ha descritto.



A cosa stai lavorando in questo momento? Nuovi progetti?

Un progetto ci sarebbe, ma è fermo da un po’ di tempo. Si tratta di un altro romanzo, ma è ancora presto per parlarne, anche perché non sono ancora sicuro se riuscirò a portarlo a termine.

Uno dei protagonisti di Noi che siamo ancora vivi porta il tuo nome… casuale?

Se questa domanda tende a sapere quanto ci sia di autobiografico in questa storia, ti dico che, fortunatamente per me, non c’è nulla. C’è però un modo di guardare il mondo, di camminare, di parlare che forse mi accomuna al protagonista. Usare il mio stesso nome me lo ha fatto sentire ancora più vicino.

Intervista di Isabella Borghese

 

L'autrice da milioni di copie negli USA, Libba Bray e l'erede femminile di Harry Potter

Libba Bray è l’autrice da milioni di copie che negli stati uniti ha spopolato con la sua trilogia new gothic, iniziata con “Una grande e terribile bellezza” che ha per protagonista Gemma Doyle (eroina magica in un’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento), una giovane ragazza che scopre di essere la discendente di una potentissima setta magica di donne.
Ho avuto modo di fare quattro chiacchiere con Libba, in Italia per promuovere il secondo capitolo della sua trilogia, “Angeli Ribelli” anch’esso pubblicato da Elliot.

Vengo accolto nella redazione della Elliot con un "ta-daa" di Libba che sorride e da subito mi scarica addosso un’energia infinita.
L’autrice di Una grande e terribile bellezza e Angeli ribelli (Elliot) è in gran forma e quindi vado subito al sodo…


Il tuo è un romanzo prettamente al femminile. Perché questa scelta? Credi che questo aspetto sia importante per le tue giovani lettrici?

Sì. L’aspetto femminile è predominante, tutte le protagoniste sono donne. Ma la cosa più interessante, più importante è soprattutto dare voce al “punto di vista” femminile, perché in molti romanzi è quasi dato per scontato che sia quello maschile ad avere il ruolo principale o ad essere presente. Invece quello femminile è quasi un’autocoscienza, un raccontarsi agli altri e a sé stessi.

Come sono viste le donne di potere oggi?

Le donne di potere oggi spaventano ancora il mondo nel un campo politico, in quello sessuale, in quello artistico… ma la domanda principale dovrebbe essere “Perché?”. Da dove viene questa paura? Cosa si vuole combattere? La cosa fondamentale ,che rappresenta il vero potere delle donne, è il prendere coscienza di sé e chiedersi cosa si vuole non che cosa si può avere. Domandarsi cosa si vuole ottenere. Altrimenti si ha un ruolo passivo, indiretto e naturalmente frustrante.

Gemma (la protagonista, ndr) si ribella alle regole sociali imposte. Credi che ancora oggi le ragazze siano vittime di imposizioni dettate dalla società?

Domanda interessantissima. Ogni paragone tra me e Gemma è puramente casuale (ride, ndr).
Credo che sia una domanda interessantissima perché il movimento femminista e tutti i concetti legati al ruolo della donna nella vita quotidiana, ha avuto il suo momento d’oro che si è perso come identità nel corso degli anni. La mia generazione aveva bisogno di qualcosa di diverso. Parlando di femminismo però non mi metto contro gli uomini, non sono in lotta con loro infatti ho un ottimo rapporto con la maggior parte e ho avuto un padre femminista. Semplicemente penso che la colpa di tale "sottomissione" alle regole sia più delle donne che non sanno imporsi, che non sanno comunicare realmente la loro forza (neanche tra di loro a volte), che non si fanno le giuste domande e non si permettono di chiedersi realmente cosa vogliono. C’è bisogno di ribellione quindi! Una ribellione a questo stato d’immobilità comunicativa. Una ribellione della donna contro la donna. Non ci deve limitare ma bisogna andare oltre.


Gi uomini hanno un ruolo marginale nel libro. Ma oggi ancora si può parlare di ruoli?

Oh sì! Assolutamente! Ognuno ha ben chiaro il suo ruolo consciamente o no. Naturalmente ci vuole un equilibrio, nel senso che entrambi le parti dovrebbero essere sullo stesso piano. Comunque io continuo a comprare il rossetto! (ride, ndr)



La magia è un altro aspetto importante del tuo libro, questo mondo fantastico che hai creato è una tua parte riscoperta?

Sì. Ed è stata la parte più divertente. È una sorta di somma di glam rock, rock, di artisti come Parrish, Bosch che hanno ispirato tutta la creazione. La magia di queste adolescenti però non esiste nel mondo di tutti i giorni, dove l’epoca vittoriana stringe con il suo corsetto culturale e sociale, per questo ho creato un mondo parallelo dove questi poteri possono avere concretezza, esistere.

Fantasy, neo gotich, a cosa è dovuto il ritorno di questa letteratura di genere?

Ah, altra bella domanda! Me lo chiedo spesso e una spiegazione potrebbe essere che negli ultimi anni, negli ultimi otto anni, l’America ha vissuto uno shock notevole. Anni di terrore, di eventi oscuri che hanno permesso un nuovo sviluppo di questa letteratura, una reazione al mondo spaventoso che ci circonda, come quando venne pubblicato Dracula, una reazione al secolo che finiva, alla transizione che avveniva e suscitava paura.

Gemma potrebbe diventare schiava dei suoi poteri ma davvero il potere corrompe sempre?

No, non credo che sia così. Per riuscire a comprendere il proprio potere e quindi non farsi corrompere da esso si deve compiere un percorso personale, un viaggio all’interno e quindi essere pronti ad accettare il bello e il brutto di sé. Tutto sta nel conoscersi nel bene e nel male anche delle nostre azioni. In questo modo si può “gestire” il potere, accettandolo e rendendolo docile


C’è un personaggio in cui ti rispecchia o tutti sono una sfaccettatura del tuo animo?

Ognuno di loro ha un po’ di me, probabilmente quello che più mi somiglia è Gemma anche se lo stesso si può dire di Felicity, l’amica del cuore, che somiglia alla mia più cara amica dell’adolescenza


Mel Gibson ha acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica di Gemma Doyle, si può sapere a che punto è il progetto?

Certo! Stanno scrivendo la sceneggiatura che purtroppo ha subito un rallentamento a causa della morte di Minghella che stava lavorando alla stesura, ma tra Gennaio e Febbraio si riprenderà


Qual è la magia della tua scrittura? L’ingrediente segreto?

Caffè?! (ridiamo tutti, ndr)

Intervista di Alex Pietrogiacomi



 

Davide Crudetti vincitore del Gufetto d'argento

Abbiamo intervistato Davide Crudetti, vincitore dell'edizione 2008 di Racconti nella rete. La nostra redazione ha voluto premiare Davide con il "gufetto d'argento" per la sua bravura e perchè è il più giovane vincitore della rassegna (17 anni); mai come in questo momento, il nostro paese ha bisogno del talento di migliaia di giovani ma soprattutto ha bisogno che migliaia di giovani riescano ad esprimerlo nelle diverse forme, la musica, il teatro, la letteratura...
 

Incontro con Antonio Nobili

L’Hobo è un concept space aperto da poco al Pigneto (via Ascoli Piceno 3) che offre la possibilità di godere di arte, musica, letteratura, author reading.
Ieri ho assistito ad una bellissima performance intitolata “Forte s’ ode un eco di campana “ con letture di Antonio Nobili tratte dalle liriche orfiche di Dino Campana.Antonio Nobili è un giovanissimo talento del teatro, della poesia ed è conosciuto dai più per essere una delle voci di Radio Rai Tre.
La sua performance a metà tra il reading poetico, il meta teatro e il monologo caustico ha saputo incantare, naturalmente anche grazie ai grandi versi del Campana, il pubblico sciogliendo ogni forma di comprensione personale dei testi e delle parole.
La voce di Antonio infatti ha semplicemente cancellato l’attimo conoscitivo dell’ora per trasformarlo in un humus che “Verrà fuori tra qualche giorno cogliendovi di sorpresa”.
Dopo le letture di “La chimera”, “La speranza”, La sera della fiera”, “Il canto che esiste nella tenebra” ho avuto modo di scambiare qualche battuta con il traghettatore emozionale di questa bellissima serata firmata Hobo*.




Perché per fare e capire l’arte spesso occorre autoriferirsi dicendosi “artisti”?

Perché purtroppo bisogna adeguarsi a quello che la società ci ha insegnato a fare, bisogna mostrare l’immagine di un uomo che si allaccia il cappotto per intendere che si ha freddo, bisogna usare un determinato colore per designare un elemento caldo o freddo, così bisogna dirsi “artisti” per farsi sentire. Per far sì che le persone ascoltino.
Io non so neanche cosa voglia dire il termine “artista”: respiro l’arte dalla mattina alla sera, cerco di spiegare l’odore che sento attraverso l’uso della voce che per me è diventata una forma di vita.

Quindi autoreferenzialità contro la didascalia della vita?

Esatto. Autoreferenzialità contro il didascalismo che la società ha dato a quella che ora si chiama vita e si riduce a mangiare, camminare, lavorare e fare attività “sensoriali”.

Nell’introduzione alla performance neghi qualsivoglia metodo conoscitivo o conoscente di quello che si sta per vedere, ascoltare o provare in maniera indotta e intima. Perché con questa premessa poi scegli di spiegare le liriche del Campana?

Scelgo questo perché il mio dovere è dare voce ed espressione a chi non può più pensare o parlare. È un test che faccio alle persone per vedere quanto si lascino suggestionare dalle immagini, dalla voce, dalla musica che però non hanno alcun collegamento tra di loro.
Le immagini che vengono riprodotte sono quelle della mia vita, la musica è quella che mi piace ascoltare quando mi rilasso e Campana è una persona a cui devo molto. Quindi il mio è una sorta di tributo esperienzale e personale a Campana.
È difficile da spiegare in quanto io mi sento “posseduto” dai poeti, dai filosofi che mi hanno dato tanto e non mi sento Io quando leggo questi autori. Sono concetti che io esprimo in quanto altri non hanno avuto tempo per esprimerli.

Ho riconosciuto gli Ataraxia come sottofondo musicale, perché il neo folk?

Intanto complimenti perché nessuno li riconosce mai e credevo di essere il solo ad ascoltarli.
Gli Ataraxia perché loro sono come me, sono dame e cavalieri che fanno musica nel 2008. Io sono un cavaliere medievale, un crociato anticristiano che compie la propria vita cercando di dire che il velo di Maia di cui parlava Schopenhauer l’ha squarciato e vi ha trovato il cadavere di Dio dietro.


Cosa significa essere autentici in un mondo di originali?

Bellissima domanda. Essere autentici e originali sono due parole che con me combaciano e credo che sarebbe così per tutti quelli che sono autentici con se stessi. Se si è autentici con il proprio io si è originali.

Intervista di Alex Pietrogiacomi

*Hobo

Via Ascoli Piceno 3 (Pigneto, Roma)
Aperto da Lunedì a Sabato, dalle 11 alle 02. Libreria musicale e delle arti dello spettacolo, wi-fi lounge, bar- caffetteria, mostre fotografiche, visual magazines, concerti , dj set, readings e presentazioni culturali ed editoriali.

Qui.. puoi restare.

www.myspace.com /hobotv



 

L'Anatema di Zos presentato a Roma

La presentazione di ieri dell’Anatema di Zos (Coniglio Editore) presso la libreria Aseq in via dei Sediari a Roma è stata assolutamente imperdibile. In un venerdì 17 piovoso e con scioperi dei mezzi, siamo comunque riusciti ad essere presenti e a scambiare quattro chiacchiere sull’autore.La presentazione del “L’anatema di Zos” ha avuto un doppio ruolo: è riuscita a chiarire molti punti del testo e soprattutto a farci scoprire l’autore Austin Osman Spare attraverso le voci dei due relatori Valerio Mattioli* e Roberto Migliussi*.
Ma chi era Spare?
“Talento precoce (a 16 anni era già uno dei migliori talenti artistici dell'epoca) e precoce oblio. Soprattutto una profonda frattura con la Londra dell'epoca, icona di un mondo ipocrita in cui lui non si riconosceva, che lasciò per Brixton dove conviveva con ladri e puttane nell'indigenza assoluta senza scendere a patti con la società. Divenne seguace di mrs. Patterson, una megera semi analfabeta sedicente erede delle streghe di Salem, inventrice di una stregoneria rivisitata” ci dice Mattioli.


Spare però (grazie anche a gruppi di letterati) è sopravvissuto al suo oblio e Migliussi ce lo conferma: “Nel '70 fu riscoperto dalle sottoculture utopiche (insieme a Crowley), fu considerato un outsider e mitizzato proprio per questo, secondo Alan Moore, inventore della caos magic, Spare era più originale di Crowley, era personaggio fuori dalle righe come William Blake la sua magia rivoluzionaria lo collocava ai margini e non simpatizzò mai col potere destrorso - nè con altri- (come invece fece Crowley) al punto che quando Hitler gli chiese un ritratto, lui rispose apostrofandolo: "Signor Hitler, se lei è un superuomo, allora io sono contento di essere una scimmia"

Ma quale era la sua la sua filosofia di vita? Il suo modo di vivere la ricerca intellettuale e spirituale?

“Era un antiautoritarista anti-dottrinale, la sua filosofia si basava su un percorso di ricerca spirituale
assolutamente personale, non facile, ma dolorosa e sfuggente da ogni forma di proselitismo che puntasse a indicare soluzioni buone per tutti il suo iter rimarcava le sue ispirazioni taoiste, e mutuava alcuni concetti dallo strutturalismo di Derrida e dalla programmazione neurolinguistica.” E continua: “ Aveva un'impostazione gnostica che gli faceva affermare "io sono io", ossia il concetto di accettazione del sè
prospettava una divisione fra kia (eterna possibilità) e zos (incarnazione che interagisce con la realtà, che punta alla realizzazione di desideri preorditi e non basati sul volere estemporaneo)”

Un momento di pura sperimentazione e repêchage letterario che consigliamo a tutti di vivere con la lettura della bella edizione proposta dalla Coniglio Editore.


Articolo di Enrica Murru e Alex Pietrogiacomi


*Roberto Migliussi
poeta, musicista, artista postale e pittore, è laureato in Letteratura, specializzato in Storia del Rinascimento e in Storia del Sud America nel XVI secolo. Il suo interesse per la magia lo ha portato a pubblicare privatamente le opere di Austin Osman Spare e di altri autori tra cui Kenneth Grant, Gavin Semple

*Valerio Mattioli
giornalista per il quotidiano Liberazione, per il magazine di Repubblica XL. Redattore di Blow Up, cura la rubrica su musica e nuovi media “Allcrackedmedias”

 

Incontro con Gianfranco Franchi

Gianfranco Franchi è una figura atipica nel panorama editoriale italiano; da sempre si schiera dalla parte degli indipendenti e combatte per una cultura svincolata dalle logiche e dall’appiattimento intellettuale del mainstream. Passione e impegno.E’ stato coordinatore di due riviste letterarie universitarie, speaker radiofonico ed editore; è scrittore e responsabile del portale indipendente di comunicazione e critica letteraria Lankelot. Ha pubblicato libri di poesia, poi confluiti nella raccolta L’inadempienza (Il Foglio, 2008), e narrativa: Disorder (Il Foglio, 2006), Pagano (Il Foglio, 2007).
Lo incontro nel suo rifugio monteverdino: tè freddo, sigarette e Jack London che ci osserva dallo schermo del pc.

Gianfranco, ti definisci inadempiente. Verso cosa?

Verso la vita e verso la poesia. Questo libro segna una battuta d’arresto in un percorso che è durato circa quindici anni, di cui dodici di scrittura; poteva portare altrove, poteva essere armonioso nel tempo, invece è stato una frattura. C’è stata una rottura netta tre anni fa e da tre anni non scrivo versi.

Tu affermi di non volerne scrivere più, perché?

Non ci riesco proprio più, fisicamente. Posso scrivere qualunque altra cosa, ma non riesco a scrivere poesie. Certo, può sempre capitare che mi caschi un vaso in testa, come a Cyrano, e il giorno dopo, invece di morire, mi metta a scrivere di nuovo versi, anche se mi sembra un po’ difficile! (Ride)

Il libro si apre con Il disertore e si conclude con Scissione. Sono immagini forti, ma negative…

Sì, sono immagini negative e la diserzione va considerata nei confronti della borghesia, in prima battuta, da cui derivo e discendo. Non è comunque una diserzione nei confronti dell’ideale, ecco a quello rimango fedele nel tempo. Forse, ma quando l’ho scritta a diciotto anni non lo sapevo, è nei confronti della poesia, però questo possiamo dirlo ora. All’epoca pensavo alla borghesia. Da questo, inevitabilmente, deriva anche la scissione.




Cosa è stata per te la poesia? Urgenza artistica o scelta ponderata?

Prima è stata una questione di appartenenza assoluta alla letteratura, che per me, in quel momento, coincideva con la poesia. Una cosa poco divulgata è che nel 1983, quando avevo cinque anni, Radio Rai leggeva i miei versi, trascritti con pazienza da mia nonna: ricevetti chiamate dai miei parenti che abitavano in Jugoslavia, oggi Croazia, scioccati per aver sentito declamare in radio le poesie del bambino Gianfranco Franchi! (Ride) Comunque, a parte gli scherzi, è andata avanti così per tanti anni, ho letto molto, molto: davanti a te ci sono sette scaffali e contengono tutti libri di poesia. Ho interiorizzato tutto, ho sperimentato tanto e a un certo punto mi sono reso conto che non avevo più niente da dire. Ho fatto come quei calciatori che arrivati a trentadue anni dicono: “Da qui in avanti peggioro”; è quello che ho pensato io e ho smesso di scrivere versi. Non di leggerne, ma di scriverne sì.

Trieste e Roma. Che rapporto hai con queste due città che ricorrono spesso nelle tue creazioni letterarie? Cosa rappresentano per te?

Trieste è mia madre, mia nonna paterna: larga parte del mio sangue. E’ la mia cultura. Roma è mio padre, la città che mi ha adottato e mi ha allevato, anche se per me Roma coincide con Monteverde. Roma è troppo grande per parlarne. Non mi sento romano, sono un triestino cresciuto a Monteverde.

Nell’Inadempienza compaiono molti riferimenti a testi di canzoni, hai anche dedicato dei versi ad Ian Curtis. Per te che relazione c’è tra musica e poesia?

In questo libro c’è Curtis, c’è inevitabilmente Thom Yorke, ci sono i Primal Scream, De Gregori, Lou Reed, Sid Vicious, c’è tanto! Molto discende anche dal fatto che larga parte delle volte scrivevo con la musica in sottofondo. Questo vale anche per la narrativa, anche se lì si vede meno. In poesia si sente molto di più. Ce n’è una che si chiama Preghiera pagana: l’ho scritta mentre ascoltavo Pagan Poetry di Bjork. Non è l’unico caso, ci sono rapporti di derivazione abbastanza chiari.


Il secondo dei sei capitoli lirici che compongono questa antologia inizia con una citazione di J. L. Borges sulla bellezza. Cos’è la Bellezza per il Poeta?

La bellezza è l’abbraccio non dato. E’ una ragione di esistenza, di resistenza alla vita.


La poesia di questa raccolta che più ti rispecchia in questo momento?

Quella in cui dico che la letteratura deve essere mia moglie, mia madre, la mia dea e che non c’è nient’altro.


Quella, o quelle, che invece senti non appartenerti più?

Mi verrebbe da dire qualcosa che ho scritto per qualche ragazza con cui i rapporti sono durati, tutto sommato, poco. In realtà, arrivato a quasi trentun anni, posso dire di non essere stato pienamente consapevole di ciò di cui scrivevo quando parlavo di morte o suicidio, e mi dispiace, perché poi lo si scopre. Quelle parole vanno usate quando è davvero il momento di usarle. Ho peccato, lo ammetto!

Per quanto riguarda la veste grafica del libro, è stata una tua scelta impaginarlo così?

Tutto merito di Marco Fressura, antichissimo sodale e grande amico, con cui ho dato vita alle prime riviste storiche dell’università Roma Tre e che ha curato anche l’edizione di Pagano. Copertina, impaginazione, editing, selezione dei testi: tutto merito suo!

Una delle poesie s’intitola Secret hell. Qual è il tuo inferno segreto?

Una canzone dei Deus si chiama così. L’inferno segreto, mmmh…sicuramente qualcosa legato alle radici plurime, al sangue bastardo, queste cose qui. Sì, in linea di massima è così!


Il cigno è un’altra figura ricorrente nei tuoi versi, cigno di volta in volta muto, nero , di cristallo. Dove lo faresti volare?

In una splendida Arcadia, in una società letteraria fatta per artisti e intellettuali, però, in assenza dell’Arcadia, lo farei volare a Villa Pamphili insieme alle nutrie! Ci hanno tolto le nutrie! (Ride). Se mai dovessi riscrivere versi comporrò un poema dedicato a loro, non l’ha mai fatto nessuno in Italia! Montale diceva: “Mi vanto perché ho cantato i limoni”, io dirò: “Mi vanto perché ho cantato le nutrie”!



I tuoi prossimi progetti editoriali?

Da autore un saggio in uscita per Arcana che dovrebbe uscire entro un anno. Ancora non si può dire il nome della band, ma anticipo che è il secondo più grande gruppo inglese della storia. Per quanto riguarda la narrativa c’è una raccolta di racconti, compatta come un romanzo, che dovrebbe uscire per Castelvecchi, sempre entro un anno. Poi c’è la traduzione completa di tutte le opere di Ian Curtis, in versi e in prosa, che cerca editore e poi…ho tre romanzi in testa: vediamo qual è il primo che scrivo!

A questo punto ci aspettiamo grandi cose…

Come vedi non c’è più la poesia! (Ride)


Saluto Gianfranco, la gatta Cippa che ha assistito, immobile, a tutta l’intervista e mi avvio verso casa. Mi fermo di colpo. Un cigno bianco mi ha tagliato la strada.


Articolo di Maria Grazia Becherini



 

Incontro con Paolo Mascheri, autore de "Il Gregario" Minimum Fax

“Il gregario” di Paolo Mascheri è il mio must dell’autunno 2008.
A voi, l’intervista esclusiva.
GF: Mascheri, ho appena pubblicato (qui) la recensione del tuo nuovo libro: il romanzo “Il gregario” (Minimum Fax, settembre 2008). È una prassi: bastona il recensore. Qui da noi, si può: ci piace essere educati. Evidenzia tutti i passi ambigui o sospetti, tutti i miei errori e i fraintendimenti. Racconta ai lettori dov’è che il Franchi ha scritto cazzate. Carta bianca: vai.

PM: Non mi permetterei mai. Le recensioni, quando non scadono nel morboso o nell’ipotizzare agganci con la vita vera dell’autore, vanno accettate come sono.

GF: Bene. Paolo, ave. Un letterato laterale, contemporaneo vivente, minore, scriveva in un suo racconto: “Paolo Mascheri ha esordito pubblicando Poliuretano una manciata d’anni dopo il duemila. Ho pensato che se si fosse chiamato Paul Mask avrebbe venduto cinquantamila copie”. Più avanti, parlava del titolo originario dell’opera: “Fratelli dei cani”. Che dici, adesso ci siamo?
Come vaticinato, Paul Mask è diventato, quattro anni dopo, autore Minimum Fax. Sensazioni, sentimenti e stato d’animo nei giorni della pubblicazione del Gregario.

PM: Non ci siamo ancora, lo sai bene. Le cifre sono troppo, troppo alte per me.
Noi siamo stupidamente sempre più esterofili su tutto e Paul Mask senz’altro venderebbe di più. Sensazioni. Che dire? Non ho mai avuto l’ansia da pubblicazione o da recensione. Ovviamente uno si preoccupa per come andrà il libro, per il successo o l’insuccesso che avrà, è naturale, ma alla fine ogni sensazione di ansia, attesa o preoccupazione va stemperata pensando alla scrittura. Solo quella conta davvero.

GF: Genesi e storia dell’opera: quando hai cominciato a lavorare a questo romanzo? Cosa volevi scrivere, in principio? Cosa volevi realmente comunicare? Sei felice della realizzazione dell’opera, o hai qualche rimpianto?

PM: Ho cominciato sul finire del 2005. All’inizio volevo che tutto il romanzo si snodasse e girasse attorno al protagonista e al personaggio di Yulia. Poi andando avanti con la stesura mi sono reso contro che il personaggio del padre aveva una autonomia e un carisma forti e conduceva il romanzo verso di sé. E a quel punto la mia progettualità è saltata per aria e ho dovuto, sono stato costretto a scrivere un romanzo sul rapporto tra padri e figli e sulla figura del padre. Ho riscritto più e più volte i capitoli, lavorato molto sul testo, perché sentivo che dovevo scrivere qualcosa di sostanzialmente diverso rispetto al mio primo libro, qualcosa di più maturo e consapevole. Se avessi voluto, avrei potuto pubblicare altre due raccolte più o meno identiche a Poliuretano, dal 2004 ad oggi. Ma io non avevo più ventiquattro, venticinque anni e sentivo che dovevo mettermi in gioco e prendere una strada più complessa e difficile, una strada che mi avrebbe richiesto più tempo e umiltà e silenzio, una strada che andasse dritta al “punto della questione”. Anche per questo, oltre che per i tempi di attesa e rifiuti editoriali e l’impossibilità di vivere di scrittura, è passato molto tempo tra il mio primo libro e Il gregario. Perché necessitavo di tempo per migliorarmi e mettere a fuoco quello che volevo e dovevo fare.
Non credo si possa essere felici della realizzazione di un’opera. E forse nemmeno si deve. Quando un libro esce è già finito, passato, morto, superato da un pezzo per chi scrive e c’è solo il pensiero e l’ansia per il prossimo.

GF: Cosa pensi del multiculturalismo? Hai scritto: “Perché in Europa non si può criticare apertamente il multiculturalismo o l’Islam senza essere considerati dei nazionalisti analfabeti? È davvero l’eco della paura dei totalitarismi o l’Europa è ostaggio di un’unica lobby di pensiero?”. Rispondi tu a queste domande. Qui puoi.

PM: Del multiculturalismo in sé non penso niente ovviamente. Il frammento che hai estrapolato si riferisce a come si è realizzato almeno da noi, il multiculturalismo. Se il multiculturalismo si realizza sotto l’egida del rispetto reciproco e di flussi migratori controllati può essere la più grande occasione di democrazia. Ma se si realizza attraverso flussi migratori incontrollati, sotto una geopolitica del caos, e senza che ci sia rispetto verso la cultura, le leggi e le conquiste del paese ospite allora aumentano solo l’illegalità, lo sfruttamento e la paura.
Mi sembra che si tenda a vedere il fenomeno in maniera ideologica nella letteratura come nel cinema italiano ed europeo, non sempre ma molto spesso. Chi non si allinea col “pensiero organico” è ignorante o nazionalista o, peggio ancora, razzista. Questo atteggiamento da totalitaristi del pensiero è intellettualmente intollerabile e moralmente scorretto, a mio avviso.

GF: Nel Gregario nomini Coetzee, la Yourcenar, Lee Masters e Fante: sono tutti padri della tua scrittura, o in qualche frangente s’è trattato, semplicemente, dell’amore per una e una sola opera o per qualche frammento? Perché hai ritenuto opportuno integrare quei passi nel romanzo? In passato, nominavi Jones, Bukowski e Carver come punti cardinali: è ancora così? (cfr. intervista, 2004)

PM: Sono o sono stati per me tutti quanti autori importanti come molti altri. Ho integrato quei passi perché la frase della Yourcenar e il frammento di Lee Masters entravano pienamente nello spirito del libro. Coetzee è il mio scrittore preferito. Mi piacciono molto Alice Munro, Richard Yates, Imre Kertèsz, Philip Roth, Michel Houellebecq e la lista sarebbe lunghissima…

GF: Cosa sogni che scrivano, del tuo Gregario? Parlo sia della critica che dei tuoi lettori. Qual è la frase che non vorresti mai leggere e quella che sogni venga pubblicata? Cosa vuoi risvegliare, nel pubblico?

PM: La recensione di Filippo La Porta (XL) mi ha fatto indubbiamente molto piacere. In tutta sincerità, attualmente, non ho timori da questo punto di vista. Ho puntato dritto al cuore del lettore. Ho abbandonato ogni paura di essere “troppo sentimentale” o “troppo poco provocatorio”, “troppo poco diretto”. Paure che ai tempi del mio esordio avevo e che probabilmente condizionavano la mia scrittura. Allora ero anche molto giovane e aveva in ogni caso un senso avere quell’attitudine per me, in quel dato momento. Oggi sono meno giovane e ha senso, ha avuto senso cambiare, mettermi in gioco.
Vorrei arrivare in profondità, scavare nei personaggi, parlare dei rapporti e dei legami sentimentali e famigliari nella maniera più profonda e umana possibile senza cadere nelle trappole del cinismo facile né della retorica.

GF: Narrativa italiana contemporanea. Nomina tre artisti che apprezzi, e tre che sinceramente detesti o disprezzi; e motiva la sua scelta, argomentando a piacere. Spazio non manca.

PM: Ci sono alcuni buffoni sia nel mondo underground che mainstream. Ma non vanno nemmeno ignorati. Apprezzo chi fa il nostro lavoro con umiltà e onestà e coraggio. Ci sono alcuni scrittori della mia generazione dai quali senza dubbio mi aspetto grandi cose. Negli ultimi tempi ho letto tre libri italiani molto belli. Troppi Paradisi di Walter Siti, Una cosa piccola che sta per esplodere di Paolo Cognetti e il bellissimo Kaddish profano di Francesca Mazzucato. Col Kaddish Francesca Mazzucato ha raggiunto, per profondità e stile, livelli elevatissimi, a mio avviso.

GF: Editoria italiana contemporanea. Nomina tre collane – o tre editor – che ammiri, e raccontaci perché. Ti stiamo domandando dove leggere grande narrativa, italiana o straniera. Siamo una comunità di lettori forti ma caotici: aiutaci.

PM: Da sempre la mia casa editrice preferita è Minimum Fax e sono molto orgoglioso di farne parte. Minimum Fax ha pensato ai lettori veri e non alle mode. Questo ha fatto la differenza, insieme ovviamente ad altri fattori e ai grandi autori riscoperti o scoperti. Con Nicola Lagioia ho lavorato molto bene. Nicola ha migliorato il mio lavoro e ha avuto un grande rispetto della mia scrittura e delle mie scelte. Spero che anche in futuro ci sia l’opportunità di lavorare assieme.
In genere come lettore non bado alle case editrici. Vado ad intuito e seguo gli scrittori che amo. In fondo sono gli scrittori che contano.

GF: Come stai? Cosa sogni in questo momento della tua attività artistica? Cosa puoi promettere o anticipare ai tuoi lettori?

PM: Sogno di avere il tempo, la calma, le condizioni giuste e soprattutto la forza per finire un altro romanzo. Ai miei lettori, ammesso che ne abbia di lettori forti che mi seguono, vorrei promettere che lavorerò seriamente, che li sfiderò a ogni libro.

GF: Opera dedicata al padre e alla madre. C'è qualcuno che vorresti ringraziare o salutare? Che so: compagna, agente, redattori della casa editrice... vai.

PM: Già fatto in privato. Molte grazie.




 

Katherine Dunn e il suo Carnival Love

Con Katherine Dunn, tra sigarette rollate con del tabacco fortissimo, the e sguardi carichi di intesa abbiamo parlato del suo “Carnival Love” (Eliott edizioni).
Anche a registratore spento ho continuato a respirare un’aria che aveva in sé una sorta di misticismo metropolitano, una specie di lungo racconto umano che nelle pagine del romanzo galleggia invischiando il lettore in un vortice emotivo crescente. Chick (uno dei protagonisti del libro nda.) dice “ Il volersi spostare fa parte delle cose stesse”. Cosa si è spostato in te con la scrittura di Carnival Love?

Chick è la mia personale interpretazione dell’energia che è contenuta nella materia. Questo libro è un luogo dove sono andata e ho vissuto per moltissimo tempo, per moltissimi anni. Un posto in cui ho raccolto tante cose della mia vita.
C’è stato un processo di crescita, di mutamento che ha accompagnato la scrittura del mio romanzo, ma io per prima ancora non mi rendo conto perfettamente di quali siano questi cambiamenti.
Fatto sta che l’energia contenuta nella materia scritta ha mutato qualcosa di profondo, talmente profondo da essere “insondabile”.
Ci sono sentimenti molto privati che sono davvero cambiati.

Quella dei Bineswki è una saga familiare, corale, che prende il via dalla scelta di due genitori che per creare dei freaks usano droghe durante la gravidanza. Saga che poi continua con le varie esistenze egotiche dei figli. Cos’è l’ego per te?

Credo in una specie di imposizione innata nel DNA dell’ego, e infatti la scelta di Al e Lil di assumere le droghe è legata proprio a questa idea che mi sono fatta vedendo svilupparsi i personaggi e le loro caratteristiche umorali. Padre e madre cercano di creare la prossima generazione seguendo i loro sogni e i loro desideri, arrivando, durante i primi “esperimenti”, ad uccidere molti dei loro figli, ma proseguendo lo stesso nel loro intento.
Ogni scelta del personaggio poi è differente. All’inizio avevo deciso di mettermi al loro posto e poi immaginare il loro sviluppo. Ma tutto questo è cambiato in corso d’opera, le riflessioni che nascevano durante la produzione letteraria erano frutto di una battaglia interna tra vanità e identità che affliggeva i protagonisti.
La scrittura è un’imposizione egotica che mi permette di cambiare continuamente il materiale che ho a disposizione, quindi credo che l’ego sia semplicemente una parte dell’uomo con cui convivere.

Tutte le vicende ruotano attorno al concetto di “normale”, “freak”, “diverso”, eppure nel libro spesso queste idee si confondono, si mescolano, capovolgendosi: esistono davvero per te la diversità e la normalità?

Come dici tu, nel libro cerco di capovolgere il concetto di normalità. La famiglia circense di cui parlo, normalmente non è auspicabile nella nostra società, non è desiderabile, ma nella mentalità dei Bineswki il concetto si ribalta e loro sono “auspicabili”, “desiderabili”, guardano con tristezza e compassione i normali.
Come in un gioco mentale ho cercato di confondere il sistema dei valori sociali che muovono le nostre scelte, i nostri pensieri e i nostri giudizi.
Non parlo di cose nuove, se ci pensi bene, ma cerco di dare una “prospettiva nuova”, un nuovo modo di vedere la normalità e per farlo il punto di vista deve nascere dall’interno del “diverso”, del comunemente ritenuto “diverso”, per andare verso il normale.
Da questo gioco ne esce fuori che la normalità è un prodotto, un brand, una serialità in cui questi freaks si ergono come unici, come pezzi unici diversi da quelli della fabbrica sociale.
Anche i giovani, americani e non, si raggruppano in tribù sociali in cui pensano di poter esternare la loro unicità, non rendendosi perfettamente conto che fanno parte di una macchina comportamentale ben precisa, che illude di essere “fuori dagli schemi” inglobando invece anche quella falsa libertà espressiva in una gabbia sociale che non permette l’espressione dell’io più vera.

Si coglie un senso quasi religioso nei personaggi, nella storia: Chick è una specie di Cristo silenzioso, Artie un Lucifero che si ribella al padre, fonda un suo culto e offre affabulazione.
È una dimensione consapevole questa, perché la religione ti appartiene o è nata con lo sviluppo narrativo?.

Io sono atea, individualista e solitaria.
All’inizio credevo di essere cosciente di questa costruzione religioso/familiare, di questa sorta di archetipo, anche se poi, durante la scrittura, mi sono resa conto che non ero davvero consapevole di questa idea di partenza, di questo costrutto che stava vivendo la sua evoluzione.
Per quel che mi riguarda, io non sono molto favorevole ai culti in generale. In America ci sono moltissime sette, chiese, culti che spesso sfociano in suicidi di massa o omicidi.
La cosa che mi fa rabbrividire è che le persone che ne fanno parte sono quasi sempre molto istruite, hanno avuto una buona educazione e non capisco come possano compiere queste azioni, o far parte di queste congregazioni avendo una coscienza e una conoscenza dignitosa.
Per la creazione del culto arturiano ho cercato di entrare profondamente nella testa di Arturo e dei suoi seguaci all’inizio e credevo di esserci riuscita, smentendomi in seguito, perché entrare in quelle menti è davvero complicato.
La famiglia in senso lato ha un profondo senso religioso poi, è un misto tra una casta piramidale, una società ben definita, un’orda e un un’unione di individualità. Forse questo senso “religioso” di cui parli viene fuori anche grazie a questa sensazione che abbiamo della famiglia: un luogo in cui si può essere paria, santi e peccatori, un luogo in cui tutto si condanna e tutto si assolve. Una storia fatta di errori, cadute e risalite sempre tenute insieme dal legame di sangue… nel bene e nel male di questo.

Individualista e solitaria? Quindi nella solitudine siamo davvero liberi?

No assolutamente. Non dico niente di nuovo dicendo che le grandi conquiste dell’umanità sono frutto della collaborazione, che tendenzialmente ci si raggruppa anche in piccoli gruppi per darsi un senso di appartenenza comune in cui poi davvero capire il proprio sé.
L’individuo ha bisogno dell’altro, tutti abbiamo dei piccoli bisogni che riescono ad essere soddisfatti solo dagli altri o con gli altri.
Nella solitudine troviamo il nostro io evinto dalla massa, dalla moda, dagli influssi sociali, hai mai pensato al fatto che ti chiedano “Che tipo sei e non chi sei?”, una volta trovato questo io si deve semplicemente trovare una via di mezzo capace di regalarci la convivenza con la società e i suoi dettami. Per vivere sereni, per vivere in pace.

Dietro Carnival Love si percepisce un altro personaggio di cui non si parla mai o con cui ho parlato fino adesso. Hai detto che hai messo dentro il libro molte cose di te… quante davvero?
 
Ogni storia raccontata è frutto del narratore, quindi sì, in ogni riga ci sono io, c’è questo “personaggio”… però non creo nulla di nuovo con il mio scrivere, con la mia esperienza. Mi piace dare il point of view, il mio punto di vista personale riunendo così il lato biografico con quello dell’invenzione letteraria.
Come diceva Einstein “La materia occupa lo spazio” allo stesso modo io, in ogni mia piccola parte, occupo i miei personaggi e le vicende che si trovano a vivere.

Se dovessi paragonare il tuo stile di scrittura ad un pugile (la Dunn adora la boxe.nda) chi sceglieresti tra questi nomi:Alì, Tyson o Carnera?

Mmm, credo nessuno di questi nomi, però c’è un proverbio inglese che dice che in ogni scrittura c’è combattimento e quindi scrivo lottando.

Faccio un ultimo tiro dalla sigaretta offerta e mi esce spontaneo: Sai che mi è sembrato di leggere la Bibbia sotto acido con Carnival Love?

Quando torno a casa questa me la faccio tatuare qui sulla pancia..

Ridendo ci salutiamo abbracciandoci.

Articolo di Alex Pietrogiacomi
 

Berarda Del Vecchio racconta "Mi tengo le curve"

L'adorazione del piede, Sdraiami (entrambi per Castelvecchi Editore), Berarda Del Vecchio sforna un altro libro: Mi tengo le curve edito da Rizzoli. Prima di partire con il suo amore per Stoccolma, si concede quattro chiacchiere con Gufetto...
Berarda, siamo alla tua terza fatica letteraria! Se nella precedente eri alla ricerca degli uomini con la “U maiuscola”, questa volta i ruoli sono inversi!

Sì, questa volta la protagonista è alla ricerca delle Vere Donne, quelle che riescono ad essere speciali anche essendo normali, quelle che sanno conciliare il loro lato più femminile con la tanto conquistata emancipazione, quelle, insomma, che sono Donne tanto alle 7 del mattino con la riga del cuscino ancora stampata sul viso che con uno scintillante vestito a una serata di gala.

E' bello il ruolo della nonna che in qualche modo porta con se valori e modi di fare di un tempo passato. Questa generazione secondo te dovrebbe tornare un pò indietro ai modelli e alla cultura di una volta per riscoprire il piacere di stare con qualcuno?

Sviluppare il personaggio della nonna è stata la parte più divertente e stimolante dello scrivere questo libro. E’ un personaggio chiave senza il quale la protagonista non riuscirebbe mai a trovare una sorta di equilibrio fra il suo essere se stessa in tuta, ciabatte e mollettone in testa e il suo voler ancora apparire sensuale e attraente per il suo uomo. Le vecchie perle di saggezza di una volta sono come quell’ingrediente segreto che dona alla ricetta un gusto tutto particolare: proprio come per i sufflè anche le relazioni hanno bisogno di quel pizzico in più, magari dato sottoforma di consiglio, per non afflosciarsi sul più bello…

Secondo te oggi si sono invertiti i ruoli, ovvero gli uomini sono molto più curati ed hanno perso la mascolinità, le donne viceversa hanno perso la femminilità?

Ultimamente si dice che stia tornando di moda il Vero Uomo, quello che non deve chiedere mai… Sinceramente io, invece, vedo solo ragazzi con le sopracciglia ad ali di gabbiano, centri estetici sempre più frequentati dal sesso “forte” e ragazzi che si ammirano tanto negli specchietti retrovisori come nelle vetrine dei negozi, se non addirittura in ascensore molto di più di quanto facciamo noi ragazze.

Quanto a noi donne, a furia di sentirci dire che dovevamo “tirar fuori le palle” forse alla fine abbiamo davvero esagerato. Chi di noi metterebbe mai una gonna a ruota per andare in ufficio? Nessuna. Come se l’essere femminili pregiudicasse il nostro modo di lavorare. Credo che ormai la vera emancipazione sia quella di riuscire a trovare il giusto equilibrio fra lo stiletto delle fashioniste e l’indipendenza delle femministe.

Augurandoti di "triplicare" il successo dei primi due libri, che estate ti aspetta?

Un’estate fatta di traslochi. Inizierò a vivere fra Roma e Stoccolma. Ma una “Vera Donna” è in grado di conciliare trasferimenti amorosi e promozioni libraie. Almeno credo…

Il libro che porterai in valigia?

La raccolta dei tre romanzi delle sorelle Brontë. Rimango sempre una gran romanticona…

Intervista di Danilo Montaldo


 

Intervista con 'Ala Al-Aswani

Dopo palazzo Yacoubian ‘Ala Al-Aswani torna a parlare del mondo arabo, della sua cultura, dei suoi paradossi e dei sentimenti che animano un paese difficile e affascinante.


 

Cinzia Tani ci parla di Sole e Ombra

Abbiamo intervistato Cinzia Tani, amica di Gufetto e scrittrice, giornalista, conduttrice televisiva e radiofonica, che con la sua dolcezza e bravura ha conquistato il pubblico. Il suo ultimo romanzo Sole e ombra Mondadori 2007, è finalista al premio Campiello. Ci ha raccontato come è nata questa storia e quali sono i suoi prossimi progetti.
 

Eduardo de Llano. Interviste atipiche e recensioni allucinogene

E fumiamoci 'sto cubano. Metti una sera con Eduardo del Llano…
di Alex PietrogiacomiNe capitano di serate in cui ti sei messo in testa di fare una cosa e poi ti ritrovi completamente catapultato in dimensioni oniriche o distanti dai tuoi propositi esistenziali e ludici.
Ne capitano di incontri che ti lasciano con l’amaro in bocca, forse troppi, e di altri che invece stampano un sorriso indelebile che non potrai più scrollarti di dosso per il resto della vita.
Conoscere Eduardo fa parte della seconda tipologia di intersecazione esperenziale di cui sopra e l’occasione di farlo c’è stata grazie alla pubblicazione del suo Unplugged (Gran Vía) e del tour italiano che ne è seguito.
Ma partiamo dall’inizio. Il libro è una riuscitissima raccolta di racconti iperrealisti, irriverenti, e di divertenti avventure nel mondo degli uomini e in quello di Cuba. Una serie di storie che hanno il proprio file rouge nel personaggio di Nicanor O’Donnell, alter ego del nostro scrittore/sceneggiatore/filmaker, che con la sua “corte dei miracoli” infesta la maggior parte dell’antologia.
Unplugged si fa leggere come se gustassimo un buon caffè, fino all’ultima goccia e senza fretta, magari raccogliendo con il cucchiaino anche lo zucchero.
Stile notevole, asciutto e diretto rendono la narrazione godibile e immaginifica fino all’ultima riga, ricreando ambientazioni, volti, situazioni nella mente del lettore che entra nelle storie per non uscirne più.
E questo è il libro. Come sono arrivato a fare quattro chiacchiere con quello che mi è sembrato un sosia di Stephen King ma con i capelli lunghi e qualche chiletto in più è facile da dirsi.
Maddalena (per chi non lo sapesse, ufficio stampa della casa editrice milanese) mi chiama dicendomi che saranno in promozione a Roma e che nella libreria della Galleria Alberto Sordi presenteranno il libro, proiettando anche il cortometraggio “Monte Rouge” ispirato al medesimo racconto. A presenziare l’insostituibile Filippo La Porta. Occasione più che ghiotta per rivedere la mia cara amica, conoscere l’autore del libro che tanto mi era piaciuto e sentire una voce eminente della nostra stampa.
Il nostro giornalista punta subito il faro sulla capacità incredibile dello scrittore di riuscire a dare degli incipit capaci di incuriosire e destabilizzare immediatamente il lettore, dandone lettura di alcuni (Nicanor era depresso. Aveva attraversato un brutto periodo del quale non possiamo parlare, perché lui non lo faceva mai, ragion per cui non sappiamo che cosa fosse effettivamente successo) catturando immediatamente l’attenzione degli astanti.
Alla fine dell’incontro, facciamola breve, abbiamo tutti facce compiaciute e il libro in mano. La Porta ha colto in pieno lo spirito di Eduardo ed è riuscito a trasmetterlo in ogni parola.
“A questo punto avrai fatto le tue domande?” direte voi. No. Ho bevuto del vino rosso e sono stato invitato al Brancaleone per la rassegna organizzata da Cuba da qualche parte (progetto itinerante su Cuba attraverso arti visive. \n Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) sul cinema cubano, dove sarebbero stati proiettati i due corti “Monte Rouge” e “Sex Machine” del buon De Llano, con “a seguire dibattito”.
Ritrovatomi in automobile con due cubane e un’argentina, situazione felicissima e davvero fortunata per un povero gonzo journalist quale mi sento, arrivo (in che stato non sto a raccontarvelo) al Brancaleone per scoprire che del centro sociale romano è rimasto solo il nome e che il processo di “infighettamento” ha inghiottito anche i fasti di party a base di pogate e eskimo militari.
Nell’attesa ho preso un bicchiere di vino (lo so, sto sembrando un alcolizzato) e ho chiesto udienza al disponibilissimo cubano di origini russe, che mentre mi faceva una confessione di cui non vi dirò, si dirigeva verso il tavolo dove è nata una mini intervista.
“Nicanor è l’uomo della moltitudine, è le mille sfaccettature della persona comune” Mi ha risposto alla domanda più ovvia sulla sua “creatura” letteraria “E’ nato quando lavoravo con una compagnia umoristica e da lì ha proseguito la sua vita. La cosa che mi piace pensare è che da adolescenti tutti ci sentiamo speciali ma con il passare del tempo ci rendiamo conto di essere tutti dei Nicanor”.
Eduardo è un fiume in piena, beve la sua birra con gusto, si sposta i capelli dagli occhi e molto spesso mi sembra che abbia un modo di fare molto timido, ma è solo l’impressione.
Nei suoi racconti temi come il sogno e la fede, in un modo o nell’altro si rincorrono e mi conferma subito questo sentore “Il sogno non è notturno, il sogno deve essere di tutta una vita, non relegato all’atto del dormire. Per Cuba, l’atto del sognare è diventata l’ultima utopia, per me l’imprevedibilità del sogno è il valore della libertà umana” e quando gli chiedo se la fede è nell’uomo, in Dio o nella scienza allarga le braccia ghignando: “non sono Kierkegard. Sono ateo, a prescindere da Cuba, e quindi Dio non mi appartiene. La scienza si nega al concetto di fede perché si evolve e contraddice di continuo. Penso che la fede sia nell’uomo”.
Si avvicinano per dirci che tra un po’ inizierà la proiezione e colgo l’occasione per assestare altri due ganci alla mia curiosità, riferendomi ad un certo cinismo che ho percepito nel fondo dei racconti. “ E’ un simil humor, non un vero e proprio cinismo il mio. È una maniera di trattare il cinema, la letteratura, la vita. Ma non c’è negatività, freddezza”.
Arrivano e tra poco me lo porteranno via, faccio mente locale: ho l’autografo, ho il libro, ho voglia di un’ultima domanda, di chiedere un’ultima cosa e mi rivedo il racconto di Regina (che dovete leggere per capire la mia ultima questio) davanti agli occhi e mentre mi ringrazia, si alza e si allontana gli grido: “Eduardo! Ma com’era il culo di Regina?”. Ride abbracciando l’aria ed esclama “Meraviglioso!”.
Meraviglioso il momento, il gesto, il libro. Meravigliosa la compagnia, le ragazze della serata e i cuba libre che poi mi hanno riaccompagnato a casa mentre pensavo che aveva ragione lui quando diceva che Nicanor è dentro ognuno di noi. Solo che alcuni lo riconoscono subito, altri lo mascherano e molti come me, se lo abbracciano stretto ogni notte.

Eduardo DE Llano
Unplugged
Gran Via edizioni
Pag.224 Euro 12,50

(Intervista pubblicata anche su www.paradisodegliorchi.com)
 

Roberto Migliaccio: intervista

Roberto Migliaccio, ventinovenne napoletano laureato in economia con la passione per la scrittura. “Ho sognato di scrivere poesie” (Kimerik Edizioni) è il suo esordio letterario. Conosciamolo meglio…
 

Gufetto incontra Marcos Y Marcos

Messina. ‹‹All’inizio si parlava di noi come di un fenomeno da baraccone. Siamo nati nell’81 a Milano, in una mansarda ad un passo da Porta Venezia, dalla quale spedivamo edizioni numerate in giro per il mondo.
 

Fabio Barcellandi: intervista

Fabio Barcellandi, classe 1968, è uno scrittore che può volare. Il suo libro di poesie “Parole alate” prende in prestito il titolo dell’omonima canzone di Meg. Se si scorge infatti l’indice del libro si può leggere per intero il testo della canzone. Ogni frase diventa quindi il titolo di una poesia.
 

Flavio Caprera, autore di Jazz Music: intervista

Ho conosciuto Flavio Caprera dopo aver comprato il suo libro "Jazz Music" (Piccola biblioteca oscar Mondadori) ed è stato un colpo di fulmine. L'amore dimostrato nei confronti del jazz è tangibile e visibile negli occhi di un ragazzo ( che sembra un musicista di colore) di una semplicità e simpatia sconcertanti. Alla fine ho tirato giù qualche domanda ed ecco quello che ne è uscito.   Cos’è per te il jazz? Musica o stile di vita? In pricipio, tanti anni addietro era solo musica e curiosità. Piano piano il mio rapporto con la musica jazz è cambiato, è diventato più profondo e condizionante. Il mio carattere è cambiato, il jazz mi ha dato più tranquillità, profondita d'analisi e capacità d'improvvisare nella vita. In un certo senso è diventato uno stile di vita.   Come è nato il tuo libro? Lavorando nell'editoria mi sono accorto e reso conto che libri divulgativi sul jazz e a prezzi modici non ce ne sono. Così ho messo insieme passione e esperienza professionale ed è nato Jazz Music, che è una costola del libro fotografico precedente, sempre sul jazz, che ho realizzato per la rivista "Panorama.   Creare un “dizionario” sui grandi che tipo di lavoro e di aspettative ha generato? Per alcuni aspetti ansia, perchè avendo pagine limitate sono stato costretto ad eliminare alcuni musicisti e poi la paura di non centrare i passaggi fondamentali della loro intensa carriera artistica.   Come hai selezionato la discografia?Specie quella dei grandi... "Ho cercato di selezionare la discografia seguendo tre criteri: il venduto di ogni singolo disco; la media di gradimento dei più importanti critici di jazz al mondo e la disponibilità del disco nei diversi canali di vendita.   Dovendo spiegare in tre nomi una vita all’insegna di questa musica? Lester Young, Charlie Parker e John Coltrane. Aggiungerei un quarto: Billie Holiday,   La storia che avresti voluto vivere? Bella domanda! Più che la storia mi sarebbe piaciuto vivere nel pieno del periodo be bop. Saranno stati anni fantastici e ricchi di tante singole storie.   La vita che più ti ha commosso? Ce ne sono diverse ma quella di Bessie Smith ha un finale tremendo: lei ha un gravissimo incidente stradale e muore per le lesioni riportate. Secondo le cronache del tempo, diversi ospedali ne rifiutano il soccorso perchè nera. Tutto questo avviene nel momento in cui stava cercando di risalire la china dopo diversi anni in cui la sua carriera artistica aveva subito dei pesanti ridimensionamenti.   Chi bisogna avere assolutamente in casa? Verrebbe fuori un elenco lunghissimo però proviamo a fare alcuni nomi: Louis Armstrong, Duke Ellington, Count Basie, Billie Holiday, Charlie Parker, Thelonious Monk, Miles Davis, John Coltrane…   Quanto sei jazz? Non abbastanza. Vorrei riuscire a "sentire" ancora di più questa splendida musica.   Dove va il jazz oggi? Credo che il jazz sia ancora vivo. E' il livello medio che si è molto alzato dando l'impressione di appiattimento. Oggi i musicisti sanno suonare tutto e tecnicamente sono impressionanti. Come musica si è aperta ad altre sonorità estranee al jazz che la arricchiscono e ne apportano nuovi spunti. Poi c'è sempre latente, come è successo nella storia di questa musica, quell'invenzione improvvisa, radicale, che ne modifica i connotati e ne decreta un passo avanti. E questo momento sono in tanti ad aspettarlo e riviverlo magari attraverso un jazzista rivoluzionario.   Cosa ne pensi del jazz italiano e delle nuove leve? Il jazz italiano ha fatto passi da gigante negli ultimi anni. La qualità media dei musicisti è elavata e gli stessi, credo, in questo momento sono secondi solo agli statunitensi. Le nuove leve sono straordinarie e innovative. Ottimismo, credo che sia la parola giusta.
 

Teddy Clock: intervista

Abbiamo intervistato l’enigmatico scrittore Teddy Clock, che ha pubblicato per l’editore Lampi di Stampa il manoscritto “Remix di parole”. Teddy Clock descrive il suo stato d’animo parlando di Amore: Amore come emozione universale che non ha sesso, massima espressione dei sentimenti liberi.
 

Berarda del Vecchio ci parla di Sdraiami

Abbiamo intervistato berarda del vecchio, autrice del fortunatissimo libro "sdraiami", in libreria edito da Castelvecchi.
 

Intervista a Mauro Corona

Ho intervistato Mauro Corona, autore friulano che ha recentemente pubblicato con Mondadori "l'ombra del bastone"; è stata una bellissima intervista, una chiacchierata densa di insegnamenti, citazioni, pillole di saggezza sulle quali forse, come ci consiglia lui stesso, bisognerebbe fermarsi e riflettere.
 
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