Maratona CENT'ANNI DI SOLITUDINE: il Palladium omaggia Marquez

Lunedì 24 novembre si è aperta al Teatro Palladium la maratona di lettura dedicata al capolavoro letterario "Cent’anni di solitudine", premiato nel 1982 dal Nobel per la letteratura, e al suo rimpianto autore, Gabriel García Márquez, scomparso a Città del Messico il 17 aprile scorso.

La lettura integrale dell’opera – che proseguirà fino al 27 novembre, coinvolgendo oltre centotrenta voci narranti – e così l’ingresso nel mondo fantasmagorico e lussureggiante dei Buendía, sono stati incorniciati per l’occasione da un vero e proprio evento mondano, abbondantemente annaffiato da vini, in cui si sono consumati chili e chili di crocchette per rendere più sopportabile l’attesa dell’inizio, del resto allietata da danze e ritmi caraibici, e preceduti da un omaggio teatrale ideato da Maria Rosaria Omaggio e diretto da Juan Diego Puerta Lopez.

La maratona è introdotta da un’intervista immaginaria all’autore colombiano, già in là con gli anni, interpretato da Massimo Dapporto, realizzata intorno a un tavolinetto bianco da giardino dalla stessa Omaggio, in veste di giornalista. Le domande e le relative risposte ripercorrono i momenti cruciali nella biografia di Márquez, che sembra non conoscere distinzione alcuna tra realtà e finzione, tra vita privata e immaginazione artistica: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”, cita la giornalista in una delle prime battute. Su questa scia, vengono ricordate le donne che hanno popolato la sua infanzia e la giovinezza ad Aracataca; le figure dei nonni e dei genitori, che hanno ispirato la saga dei Buendía e dato sostanza al suo linguaggio esuberante, al suo stile immaginifico capace di trasformare in mito una realtà già fuori dall'ordinario come quella dei paesi latinoamericani. E poi la moglie Mercedes, l’unico e grande amore della sua vita, con la quale ha condiviso l’avventura della stesura e, in seguito, della rocambolesca pubblicazione di “Cent’anni di solitudine”, il romanzo che lo ha consacrato a un successo mondiale e senza tempo. Ancora, il giornalismo, il rapporto con gli editori, gli anni italiani e il cinema, per tratteggiare una vita di uomo e di intellettuale la cui grandezza risiede innanzitutto nella straordinaria capacità di restare umano tra gli umani, ma sapendo portare anche il più infimo dato antropico alle straordinarie altezze concesse dalla sua immaginazione.

Al termine dell’intervista, Massimo Dapporto e Maria Rosaria Omaggio danno il via alla maratona di lettura di “Cent’anni di solitudine”. E chi, tra i presenti, ha letto, forse riletto, e amato questo romanzo, non può non aver provato un sussulto di commozione all'attacco del noto incipit che, con il potere di una formula magica, trasporta dal buio della sala a Macondo che, nella memoria di Aureliano Buendía di fronte al plotone di esecuzione, è ancora un mondo primigenio di acque diafane e pietre come uova preistoriche.

Con grande varietà di voci – maschili, femminili, giovani e meno giovani – e di interpretazioni che vanno dalla semplice lettura espressiva a vere prove d’attore, nella staffetta tra volti noti e meno noti, le letture si susseguono e le pagine scorrono fino a esaurire i primi due capitoli, quando il racconto della saga familiare già scorre con il suo proprio ritmo, molti protagonisti sono già in scena e l’orecchio adulto del pubblico ha ritrovato per qualche momento il piacere dell’ascolto.
 

LA BELLA ADDORMENTATA: al Brancaccio la magia di straordinari corpi in movimento

Sabato 22 e domenica 23 novembre è andata in scena al Teatro Brancaccio, tra volti di bimbi ed adulti incantati, “La bella addormentata”, rivisitazione di Fredy Franzutti della celeberrima fiaba di Perrault.

Ad interpretare la storia la compagnia Balletto del Sud, fondata e diretta dallo stesso Franzutti. Ed è stato proprio il Sud, inteso come meridione d'Italia, ma anche più in generale come atmosfera che implica un determinato modus vivendi, con il suo carico di forza vitale e di spirito magico, ad ispirare l'intera opera di rilettura testuale e coreografica.
Alla base del balletto di Franzutti, più che la trama di tono fievole, malinconico e sognante dell'autore francese, vi è la vicenda riferita dal campano Giambattista Basile ne “Lo cunto de li cunti”, che narra di una giovane ragazza mediterranea vittima di un sortilegio e destinata per via di questo ad un lungo profondo sonno.

Il sipario si apre a svelare quello che è il palazzo reale, o più semplicemente una dimora nobiliare, nel quale centrale e ricorrente nella scenografia, opera di Francesco Palma, è la figura di un antico, grande morbido divano. I contorni delle immagini in generale, quelle del palazzo nella prima parte e, ancor più quelle dell'ambiente boschivo nella seconda, sono calde, tondeggianti, patinate, sì da creare un'atmosfera sognante, seppur ben presente, da libro di fiaba sì, ma da vecchio libro tonalità cartone, denso di storia e di potenzialità evocative.

Le prime scene del balletto narrano la vita di palazzo, con l'attesa, da parte dei due regnanti, di un erede. La nascita è descritta dai movimenti concitati delle donne che vi assistono. Si festeggia l'arrivo di una bimba, Aurora, battezzata dapprima ed in seguito nuovamente celebrata in una sorta di rito magico­pagano tutto al femminile ­ anticipazione nelle movenze del ritmo frenetico dei tarantolati, alla cui tradizione è ispirata l'intera messa in scena. La strega Carabosse, adirata per il fatto di non essere stata invitata a partecipare, giunge a conoscere la neonata e si vendica, vaticinandole una tremenda sciagura. Al compimento del sedicesimo anno della ragazza è la vecchia Carabosse stessa a portare a compimento il sortilegio, regalandole un'ampolla con una tarantola nascosta dentro. L'animale punge la fanciulla, che precipita in un sonno eterno. A salvarla sarà, non già il bacio di un principe, ma l'arrivo di un giovane esploratore­antropologo, giunto a palazzo attraverso le incantate vie del bosco, grazie alla partecipazione della zingarella fatata Lilla e dei fascinosi uccellini blu.

La genialità della trasposizione di Franzutti è evidente per l'impatto estetico della resa in scena dell'opera, per la straordinaria capacità di coinvolgimento emotivo a più livelli e per la componente di forte innovazione ed originalità, costituita da una serie di trovate che, lungi dal compromettere la riconoscibilità della trama, ne potenziano la leggibilità, rendendola godibile anche per un pubblico eterogeneo.

Poetica e ad effetto è, ad esempio, la scelta di rappresentare la crescita di Aurora facendo succedere figure femminili di età sempre maggiore alle quali, di volta in volta, il papà consegna due bamboline turchesi. Componente fondamentale della creazione fascinativa è, del resto, la scelta dei colori di costumi e luci. Il turchese caratterizza il personaggio della Bella, mentre un succedersi di alternanze cromatiche enfatizza i passaggi di situazione. Si va dalle tinte nere delle donne alla nascita della bambina ai colori sgargianti della festa del suo sedicesimo compleanno, per giungere infine al verde fluo dell'abito della madre nel ballo delle nozze. Un crescendo, dunque, a sottolineare il vario modularsi del movimento. Concitato e preciso quello delle danze nelle prime scene a palazzo, scatenato in quelle dei festeggiamenti, lirico e soffuso nelle scene del bosco, con il vagare del principe e il ricamare degli uccellini blu, da ultimo divertente e dissacrante nel finale, con l'irrompere parodistico della giunonica megera Carabosse.

Bravissimi gli interpreti, tra i quali Nuria Salado Fustè nel ruolo di Aurora e Franscesco Cafforio in quello dell'antropologo. Quest'ultimo, in particolare, regala istanti di intensa poesia nelle scene del bosco. Estremamente gioiose nel medesimo contesto, pur nella delicatezza accurata, le danze dei due uccellini blu.

Nel fiabesco weekend al Teatro Brancaccio allora il lungo sonno del titolo della storia è stato più alluso che rappresentato, poiché a trasportare il pubblico in una dimensione altra è stata non già la componente onirica, quanto la magia, una magia che sa di vecchi riti e tradizioni di un non troppo lontano Sud d'Italia, una magia soprattutto di straordinari corpi in movimento.
 

LA BOTTA IN TESTA: Magalli torna in scena per il Teatro Manzoni

Dal 25 novembre al 21 dicembre al Teatro Manzoni debutterà lo spettacolo “La botta in testa” scritto e diretto da Pier Francesco Pingitore e interpretato da Giancarlo Magalli.

Gufetto era presente alla conferenza di presentazione dove Pingitore e Magalli, in un clima di grande convivialità e affetto, hanno raccontato ai giornalisti presenti la nascita dello spettacolo, da loro definito "dramma comico" perché in sé la vicenda non avrebbe nulla di comico ma è infarcita di battute e situazioni esilaranti.

Magalli torna a calcare il palcoscenico dopo trentanni grazie all'amicizia che lo lega al maestro Pingitore. Lo show-man televisivo, che ci colpisce per la grande simpatia e semplicità, racconta che l’idea dello spettacolo propostogli dall'amico Pingitore gli è subito piaciuta perché sembrava tagliata su misura per lui: si racconta la storia di Giacinto, conduttore televisivo, abituato nella vita ad essere sottomesso alla moglie e alla figlia e a tutti gli strani personaggi che ruotano intorno alla sua famiglia. Ma “una botta in testa” cambierà tutto e Giacinto comincerà a reagire e a non essere più sottomesso, sia in famiglia che nel lavoro.

Magalli a proposito dello spettacolo, ha detto di credere molto nella forza del teatro come portatore di buonumore, e ha rivelato di restar stupito per la grande simpatia e successo che sembra riscuotere tra i più giovani, che gli scrivono, lo fermano per strada e, a sentirlo parlare oggi, non fatichiamo a credergli.

A chi avesse voglia di passare una serata in allegria consigliamo quindi di non perdere “La botta in testa” in scena al Teatro Manzoni (quartiere Prati) dal 25 novembre al 21 dicembre 2014.
 

MANDELA’S ROCKTALES – LA MANTIDE E LA LUNA@Blue Desk: fiabe africane in luce soffusa

E' andato in scena al Teatro della Colazione e replicherà presso l'Associazione culturale Romateatri (Via Gino Mazza 15), "La Mantide e la Luna", una favola africana tratta dal volume "Nelson Mandela, Le mie fiabe africane" pubblicato da Feltrinelli.   
 

NOWHERE?-Itinerari dell'agire umano al Teatro Vascello di Roma

Il 4 e il 5 dicembre presso il Teatro Vascello di Roma, la compagnia EgriBiancoDanza, giunta al suo quindicesimo anno di attività e diretta da Susanna Egri e Raphael Bianco, porterà in scena NOWHERE? – ITINERARI DELL'AGIRE UMANO.

La Compagnia EgriBiancoDanza si è principalmente distinta da ormai un decennio attraverso le creazioni del giovane coreografo Raphael Bianco, le quali si sono imposte per il loro valore sociale e spirituale, eccellenza e versatilità, incontrando il favore di pubblico e critica, ed affermandosi come una fra le realtà di danza italiane più interessanti.
Nelle due serate al Teatro Vascello di Roma e, con il sostegno di MIBAC, Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione CRT e Compagnia di San Paolo main sponsor Studio Rolla srl, il coreografo proporrà un trittico in cui emerge prepotentemente la presa di coscienza progressiva della finitezza delle azioni e dei legami umani, lasciando però un punto di domanda, un'apertura alla speranza.

Tre sono i titoli in programma sono: "Wings", "The Master" e "Nowhere?".Il primo, seguendo rotte misteriose come il volo di uccelli migratori, gli orizzonti infiniti e ignoti rivela eventi inaspettati che trasformano e mutano la vita.
The Master, vede al centro un personaggio misterioso, che conduce una danza, un tango che si trasforma in un gioco di seduzione, determina vincitori e perdenti, cambiando ogni momento le regole del gioco, da cui però solo lui uscirà vincitore.
NOWHERE? È un'azione danzata sull'illusione di una terra promessa, alla ricerca di nuovi orizzonti, dove ci si confronta, quasi sempre, a confini invalicabile con scelte problematiche.

4 e 5 dicembre
giovedì e venerdì h 21
Compagnia EgriBiancoDanza
Direzione artistica Susanna Egri - Raphael Bianco
NOWHERE? – ITINERARI DELL'AGIRE UMANO
Wings/The master/Nowhere?
coreografie Raphael Bianco
assistente alle coreografie Elena Rolla
danzatori Elisa Bertoli, Maela Boltri, Vanessa Franke, Vincenzo Galano, Vincenzo Criniti, Cristian Magurano, Alessandro Romano con il sostegno di MIBAC, Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione CRT, Compagnia di San Paolo
main sponsor Studio Rolla srl

 

IMAGO MUNDI@Museo Bilotti da 20 novembre all'11 gennaio 2015

E’ stata inaugurata mercoledì 19 Novembre presso il Museo Carlo Bilotti di Roma, alla presenza del Presidente del Senegal Macky Sall, la mostra "Imago Mundi – L’Arte dell’Umanità", una collezione di arte contemporanea formata, commissionata e raccolta da Luciano Benetton durante i suoi viaggi intorno al mondo.

Tema centrale dell’esposizione è l’Africa con oltre 2000 opere di grandezza 10x12 centimetri provenienti dalle collezioni contemporanee di Paesi come Egitto, Eritrea, Etiopia, Gambia, Kenya, Marocco,Mauritania, Mozambico, Senegal, Somalia, Sudafrica, Sudan, Tanzania, Tunisia, Zanzibar, Zimbawe che mettono al centro della mostra il tema dell’arte africana.

“Oggi il dibattito –racconta Benetton – sull’estetica di un’Africa che si sta riappropriando del proprio futuro èpiù che mai aperto. Per realizzare questa rassegna, Imago Mundi ha guardato all’Africanuova, al suo grande serbatoio di risorse naturali, gioventù, culture e speranze. Conquesta mostra – chiude Benetton - ci siamo posti un obiettivo difficile facendo conoscere la collezione anche a Paesi come la Corea del Nord ed il Tibet con i quali non ci sono relazioni dirette, ma ai quali siamo arrivati grazie al lavoro dei curatori”.

La collezione accompagna il visitatore in un percorso inedito ed affascinante realizzato dal racconto di artisti africani affermati e di giovani scoperte che hanno dato un contributo alla riflessione sulla nuova estetica africana, superando i pregiudizi e raccontando un intero continente nelle sue differenze. All’Africa che è “tante Afriche”, ciascuna con la sua tradizione, il suo passato, le sue tribù, le sue bellezze, le sue tragedie.

Con l’esposizione di Roma, "Imago Mundi" ha il compito rilevante di rappresentare il ruolo decisivo dell’arte e della cultura per lo sviluppo del continente africano, nell'ambito dell’iniziativa Italia-Africa, progetto in corso da parte del Ministero degli esteri italiano, che si concluderà con una Conferenza ministeriale nel 2015. L’esposizione romana, somma di stili, fermenti, voci, storie, produzioni dei diversi Paesi africani, rappresenta una nuova tappa del progetto Imago Mundi, che punta a coinvolgere 100 Paesi entro il 2015.
L’obiettivo principale è costruire e portare nel futuro una mappa visiva delle culture umane, promuovendo gli artisti attraverso i cataloghi, la piattaforma www.imagomundiart.com, e la partecipazione a rassegne ed esposizioni internazionali, in collaborazione con istituti privati e pubblici, come la Biennale di Venezia, nel 2013, la Dak’Art Off, in Senegal e il Museo Casa dei Carraresi a Treviso nel 2014.
Fino al 25 gennaio 2015 Imago Mundi sarà presente con una mostra presso il Noma di New Orleans (Louisiana, Stati Uniti) e all’inizio del 2015, sarà al Palazzo d’Inverno – Museo Belvedere di Vienna.

“Riapriamo con questa mostra il Museo Carlo Bilotti – interviene l’Assessore ai Beni Culturali Giovanna Marinelli – che era stato chiuso per i danni provocati dalle piogge dei giorni scorsi. Una riapertura che è frutto dell’intenso lavoro della sovrintendenza e dei curatori del Museo e che oggi accoglie un appuntamento importantissimo all’insegna di una multiculturalità più che mai significativa”.

Imago Mundi. Luciano Benetton Collection.
L’Arte dell’Umanità
Dal 20 Novembre 2014 al 11 Gennaio 2015
Roma
Luogo: Museo Carlo Bilotti
Enti promotori:
• Ministero degli Affari Esteri; Roma Capitale
• Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica Sovrintendenza Capitolina ai
Beni Culturali
• Fondazione Benetton Studi Ricerche
• Imago Mundi – Luciano Benetton Collection
Costo del biglietto: Ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 060608
Sito ufficiale: http://www.museocarlobilotti.it
 

Londra: la Compagnia Teatro in Centro si esibisce con PATHOS al Mimetic Festival

Va in scena a Londra dal 25 al 29 novembre all'interno del Mimetic Festival, presso il teatro The Vaults, “PATHOSuno spettacolo realizzato dalla Compagnia Teatro in Centro che arriva da Como e si esibisce per la prima volta nella capitale britannica con uno spettacolo di teatro fisico sulla Gelosia e, più in generale, sulla forza incredibile e la potenza dei sentimenti umani.

La Gelosia: la paura di perdere la persona amata. Un'emozione inarrestabile e alla fine violenta in alcuni adulti. Pathos esplora il meccanismo di un amore appassionato, dal primo sguardo fino alla sua conclusione. Senza le parole, attraverso immagini simboliche e proiezioni oniriche, usando i meccanismi della commedia dell'arte, pantomime, grammelot, clownerie e maschere bianche. Una descrizione dell'aspetto più imprevedibile e sanguinoso del più passionale dei sentimenti: l'amore.
Sullo schermo verranno proiettale immagini simboliche ed il video diretto dalla OLO creative Farm per migliorare la narrazione e la performance dei due attori.

Il Mimetic Festival, è organizzato da Mimetic un piccolo e dedicato team di creativi, che lavorano con professionisti del settore, artisti internazionali e volontari, per creare uno dei festival più vivaci e interessanti del teatro di Londra.
Ulteriori info alla pagina dedicata al Festival, e alla pagina degli spettacoli in calendario

DAL 25 AL 29 NOVEMBRE 2014
Compagnia Teatro in Centro presenta
PATHOS
di Ester Montalto and Marga Domenech
Regia di Ester Montalto
The Vaults, Leake street, Waterloo, London, SE1 7NN
London, Mimetic Festival 2014: Theatre, Physical theatre

PATHOS
Twitter: @pathosfringe
 

IL FU MATTIA PASCAL@Teatro Parioli, il doppio e la sua ossessione

IL FU MATTIA PASCAL”, romanzo che nella produzione di Luigi Pirandello rappresenta una svolta verso la poetica dell'umorismo, rivive sul palcoscenico del Teatro Parioli nella riscrittura teatrale operata da Tato Russo.

 Una luce soffusa e onirica illumina la testa di un uomo, mentre una voce narrante inizia a percorrere una storia ­ la sua storia: vicenda di un doppio, di un problema di identità, di critica al moderno e alla civiltà delle macchine.
Mattia Pascal fonde in sé le funzioni del narratore e del protagonista: attraverso il flusso dei ricordi si dipana la vicenda della sua vita, sicché egli diventa allo stesso tempo anche oggetto della narrazione, evidenziando la distanza che separa il tempo del racconto dal tempo della storia. La chiave della vicenda è unicamente nell'interpretazione che ne danno Mattia Pascal e il suo io alternativo Adriano Meis: in questo senso esemplari sono l'interpretazione del matrimonio come prigione, la cui carceriera è la tremenda suocera e l'interpretazione del casinò di Montecarlo quale luogo del dominio del caso, ambiente affascinante e allo stesso tempo pericoloso.

La scenografia orchestra sapientemente l'utilizzo delle luci, sicché tanto l'ambiente famigliare che quelli esterni sono raffigurati quasi come lampi all'interno della coscienza del personaggio. Il tema del doppio, continuamente ricorrente nel romanzo (non è solo l'alternarsi delle identità di Pascal e di Meis nella stessa persona, ma anche il ruolo maritale e sociale di Mattia/Adriano e del suo amico Pomino) genera un gioco di sdoppiamento, quasi una "successione di specchi" (secondo una felice interpretazione di Gardair), che la scenografia riproduce fedelmente utilizzando un grande specchio circolare che a un tratto irrompe sulla scena portato dalle donne. E sono proprio le donne la chiave di volta della vicenda: solo la madre appare quale garanzia di stabilità e dopo la sua morte il matrimonio con Romilda diventa insostenibile, tanto da spingere Mattia a fuggire e a sdoppiarsi in Adriano; è ancora l'amore per un'altra donna, Adriana, a provocare la nuova crisi e a "uccidere" Adriano riportando alla vita Mattia. La donna è un pericolo per l'identità del personaggio, ne evidenzia la debolezza dell'io.

Sul palcoscenico, l'angustezza degli spazi costringe Mattia/Adriano a confrontarsi con i personaggi femminili che via via gli si fanno avanti e che, consapevolmente o meno, muovono e scuotono la personalità del protagonista. Ciò che risulta dalla messa in scena è una sintesi efficace del romanzo, ottenuta con una scenografia semplice che, pur generando un'apparente intimità tra i personaggi, ne rivela ancor più l'incomunicabilità, il contrasto e lo sdoppiamento.
 

#INTEATRO-Spettacoli in scena a Roma

GUFETTO riassume gli appuntamenti teatrali in vista nella prossima settimana in ordine di Prima.  
 

PEN@Teatro Studio Uno: la negazione che afferma

Va in scena anche oggi, PEN al Teatro Studio Uno, con Antonio Sinisi e le musiche di Cristiano Ubaldi uno spettacolo che si ispira al personaggio di Bartleby di Herman Melville.
 

Letture da ANCORA TEMPESTA di Peter Handke al Teatro Argot Studio

È in scena al Teatro Argot Studio la penultima tappa del vasto progetto “La terra sonora. Il teatro di Peter Handke”, che a partire dal settembre 2013 ha visto succedersi convegni, laboratori, workshop di traduzione, mise en espace, radiodrammi, con l’obiettivo di restituire una visione completa della produzione del poliedrico autore austriaco. Tappa che offre per la prima volta al pubblico italiano una lettura di brani tratti dal testo per il teatro, seppur prevalentemente in prosa, "Ancora tempesta", pubblicato per la prima volta nel 2010, ora tradotto e di prossima uscita per Quodlibet.

Il primo episodio si è svolto giovedì 20 novembre, in forma inattesa e, potremmo dire, non convenzionale. Tra le pareti nere della sala, la lettura di Antonio Tagliarani non è introdotta da Sergio Lo Gatto – come da programma – e invece comincia senza preamboli. Oltre al solito leggio, un microfono retto dall’asta, tre tavolinetti che reggono taccuini, matite e piccole mele rosse l’uno, un posacenere e due calici di cristallo l’altro, mentre l’ultimo, accanto alla seggiola da bar su cui siede Lo Gatto, in veste di critico letterario e chiosatore, altri taccuini, libri, matite, forse a voler portare sulla scena il bagaglio minimo di strumenti necessari ad avvicinare il lettore o lo spettatore alla complessa e ricchissima opera di Peter Handke. In effetti, i quattro estratti sono scanditi da tre interventi che, puntuali e approfonditi, contestualizzano il testo e avvicinano alla figura del drammaturgo, offrendo chiavi di lettura (il ruolo fondamentale del linguaggio, innanzitutto) e stabilendo relazioni storiche e biografiche che difficilmente si sarebbero potute individuare al solo ascolto.

La lettura è asciutta, ma efficace quanto basta per dare la giusta voce alle numerose figure che l’una dopo l’altra, o in coppia, o tutte insieme cominciano a popolare il paesaggio della Carinzia – una steppa? una brughiera? – dove il narratore stesso si ritrova come in sogno, tra una panchina e un albero di mele. Riconosce i diversi membri della famiglia nonostante il non-tempo del racconto, del ricordo, del sogno e della morte abbiano scompaginato le età e i volti. La madre, i nonni, la zia Ursula, il piccolo Benjamin, tra gli altri, si avvicendano e si alternano o mescolano al narratore per tracciare la storia di una famiglia e di una regione di confine, contesa e travagliata da conflitti non solo armati, interrogandosi sul tempo e sullo spazio, sul linguaggio e sulle parole, ma soprattutto sulle appartenenze, poiché, sembra dirci Handke, non si può che appartenere a una famiglia, al suo lessico, allo spazio (la “dimora” citata nel quarto e ultimo brano) e al tempo che essa ha abitato, più che a qualunque patria, per quanto disgusto si possa provare anche al solo ricordo di ogni più banale particolare che ne costituiva la quotidianità.

"Ancora tempesta" di Peter Handke andrà ancora in scena sul palco del Teatro Argot Studio, con il Secondo e Terzo episodio, venerdì 21 e sabato 22 novembre alle ore 19, rispettivamente con la lettura di Daniele Timpano - Elvira Frosini, e di Lisa Ferlazzo Natoli.
 

L'INCREDIBILE CASO DI BENIAMINO TODISCO@Teatro Conciatori: ci vuole una vita a diventare giovani!

In scena al Teatro dei Conciatori dal 13 al 23 novembre, c’è “L’incredibile caso di Beniamino Todisco”, una piece scritta e diretta da Pino Ammendola, noto attore e autore napoletano. Il testo prende solo uno spunto da una novella di Francis Scott Fitzgerald del 1922 “The Curious Case of Benjamin Button”, pubblicata dalla rivista “Collier’s” e inclusa poi nei “Racconti dell’età del Jazz”, da cui è stato tratto il film omonimo nel 2008, con Brad Pitt e con la regia di David Fincher.

Ci siamo fermati a conversare amabilmente con l’autore, con il protagonista Marco Todisco, e con Giorgio Gobbi, attore “caratterista” romano di film e fiction di lunga data, che ha un ruolo cameo nella storia.
Pino Ammendola ci ha rivelato che l’idea di scrivere per poi mettere in scena a teatro, questo tema, l’ha avuta vedendo recitare il giovane Todisco, che nonostante i suoi verdi anni si muove sul palcoscenico con autentica maturità. Prendendo l’idea originale di nascere vecchi, e via via ringiovanire, l’autore sviluppa poi una storia che è tutta sua, il protagonista ci racconta in un elegante principe di Galles, il novecento con i fatti straordinari che lo contraddistinguono, e che lui ha attraversato vivendoli in prima persona.
Dall'infanzia nel ghetto, alla deportazione, al boom economico, allo sbarco sulla luna, agli anni dell’impegno politico, fino ad arrivare ai giorni nostri, ci vengono offerte perle di ricordi mai sbiaditi, e che attraverso la passione ci arrivano più vive che mai.
Una serie di colpi di scena finali, sorprendono lasciando qualche dubbio, ed è per questo che invito ad andarlo a vedere, proprio per rendersi conto di persona che per diventare giovani ci vuole tutta una vita!
 
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