Paki ci parla di Beat Generation anni '60 - Gufetto Magazine

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Paki ci parla di Beat Generation anni '60

Al Teatro San Babila di Milano in prima assoluta un simpaticissimo, allegro, divertente, fantastico e ben riuscito spettacolo “BEAT GENERATION ANNI ‘60” che vede insieme a Duilio Martina (comico e imitatore validissimo), Renato Converso (comico) e Jessica Resteghini (capace attrice di prosa formatasi alla scuola di Rino Silveri) Gianpieretti, Paki Canzi e Donatello, big della canzone degli anni ‘60/’70, decennio “Beat”, caratterizzato dalla contestazione giovanile e da mutamenti del gusto tali da influenzare ogni settore.

Il termine inglese riferito alla musica significa ‘battuta’ (da “to beat” ‘colpire’) quindi ‘tempo di battuta’. Unito a “generation” assume la valenza di ‘battuta, esaurita, avvilita’ come viene definita quella corrente di protesta letteraria e culturale nata negli USA nei primi anni ’50 e naturalmente considerata scomoda.
È tuttavia in Inghilterra (“mersey beat” si riferisce agli artisti provenienti da Liverpool). che all’inizio degli anni ’60 sboccia in particolare la ‘musica beat’ - influenzata dal “blues” e dal primo “rock” americano - anche se l’ideologo/fondatore di tale musica può essere considerato Bob Dylan. Si genera così una vera propria “British Invasion”, ‘invasione britannica’ per cui i complessi beat con le armonie veloci nate da chitarre elettriche e ‘armonie’ vocali si diffondono a macchia d’olio giungendo anche in Italia.
Ed eccoli i nostri eroi da sempre amici, ciascuno con il proprio percorso artistico, riuniti dall’abile regia di Davide Saccà.
Gianpieretti (pseudonimo di Dante Luca Pieretti), autore che si ispira a Bob Dylan e Donovan rinnova i fasti del suo repertorio tra cui la famosissima “Pietre”. Se ne ricordano alcune parole “Se sei bello, ti tirano le pietre; se sei brutto, ti tirano le pietre; qualunque cosa fai, ovunque te ne vai, tu sempre pietre in faccia prenderai ...” intramontabili quanto a significati.
Paki (Pasquale) Canzi, leader del gruppo “I Nuovi Angeli, con le celeberrime “Donna felicità”, “Color Cioccolata” e “Singapore” porta una ventata di scanzonata allegria.
Donatello (pseudonimo di Giuliano Illiani) - che inizia come chitarrista nella band di Gianni Morandi - la cui indimenticabile “Io mi fermo qui” rinnova altri tempi e altra temperie storica.
Tanto è coinvolgente lo spettacolo in cui il pubblico è invitato a partecipare che decido di intervistarli durante le prove, cavalli focosi con tante energie da spendere. Si fa portavoce del gruppo Paki, allegro e sorridente nel rapporto personale come durante lo spettacolo, asciutto nel fisico come un ragazzo, affabile e piacevolissimo.
D. Lei è milanese?
R. Milanese puro sangue da secoli. Canzi è antico cognome di una famiglia che i Visconti resero nobile e gli Sforza riconfermarono, io sono la pecora nera ...
 
D. Veniamo allo spettacolo, bello e divertente! Voi vi divertite facendo divertire, pensate di portarlo in tournée?
R. Sì è vero, ci divertiamo molto e anche sul palco siamo noi stessi. Il pubblico si diverte, speriamo (ndr. un sacco!), perché coglie la nostra spontaneità oltre a vivere o rivivere emozioni. Ci sarà una tournée contemperata con gli impegni di ciascuno.
 
D. Come è nata l’idea di realizzare questo spettacolo e da chi?
R. Davide Saccà che ho conosciuto da poco è un ‘fan’ da sempre: a quattordici anni sulla costa romagnola ha scavalcato un muro per assistere a uno spettacolo e ora è lui che ci ha messi insieme (ndr. auspichiamo per numerosi e ripetuti successi).
 
D. A distanza di circa quarant’anni, come giudica quel periodo storico?
R. Irripetibile perché basato su professionalità, senso del dovere e sprezzo della fatica per conseguire lo scopo: dalla conquista di una donna al suonare bene ..., oggi invece c’è molta strafottenza accompagnata da invidia. Si preferisce invidiare chi lavora piuttosto che sacrificarsi.
 
D. La beat generation ha avuto certamente pregi e difetti? Quali?
R. Il pregio principale è stato la spontaneità; più che di difetti si può parlare di strumentalizzazioni dovute all’invidia - che è il vero cancro del mondo - del successo senza considerare i sacrifici e la fatica necessari per qualsiasi risultato. Per fortuna non sono affetto da invidia, il che mi permette di sorridere sempre alla vita, di per sé così fugace, nei momenti belli e brutti.
 
D. Gli anni della beat generation sono stati vivi anche musicalmente, come giudica i decenni successivi e quest’ultimo in particolare?
R. Fino agli anni ’80 c’è stata creatività forse anche in quelli ’90, poi sono subentrate nuove tecnologie come Internet con tutte le note conseguenze. Un autore, guadagnando poco, o scrive per se stesso o è poco incentivato, ecco perché i brani nuovi e originali non sono molti.
 
D. Cosa pensa Paki dell’attuale clima culturale?
R. Detesto gli sgrammaticati e i reality come ‘Amici’ (la fabbrica del nulla), ‘X Factor’ (ce la fa uno su mille) e le trasmissioni in cui la gente pretende di diventare personaggio o litigando o dicendo scempiaggini o insultando. Sgarbi è antesignano del modello, ma ha dalla sua l’essere intelligente diversamente dai tanti che sono ignoranti.
Le prove incalzano e assisto divertita a un frammento di ‘dietro le quinte’ con il fonico e il tecnico che si muovono frenetici per sistemare, equilibrare, rendere perfetto ogni particolare mentre i ‘ragazzi’ incuranti della mia presenza si divertono e costruiscono una tessera della loro vita.
 
Intervista di: Wanda Castelnuovo
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