Intervista ad Emiliano Amato - Gufetto Magazine

Intervista ad Emiliano Amato

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Ho incontrato Emiliano Amato prima della sua presentazione di Noi che siamo ancora vivi,(Alberto Gaffi editore), giovedì 20 novembre ore 19.00, al Tuma’s book bar di Roma (vai dei Sabelli 17). Da questa occasione è nata la nostra chiacchierata...Noi che siamo ancora vivi. Tutto sommato nonostante la tematica il titolo reclama un inno all’andare avanti. E’ questa l’intenzione?

Fino a un certo punto. Il titolo deriva da una frase di Joyce Carol Oates che dice “Il miracolo non è Gesù che risorge. Il miracolo siamo noi, noi che siamo ancora vivi.” Il senso di questa frase sta, a mio avviso, nella fatica del sopravvivere giorno per giorno, fatica soprattutto esistenziale. I personaggi del libro per molto tempo riescono a fare soltanto questo: rimanere vivi, non è molto ma è già qualcosa.

Ci racconti la genesi della storia e dei tuoi personaggi.

È difficile raccontare come nasce una storia: so solo che a un certo punto ti accorgi che stai pensando ossessivamente a persone che non esistono e che non hai mai conosciuto ma di cui cominci ad interessarti. L’idea del romanzo è partita da due scene, quella iniziale (un vecchio che va a disseppellire una pistola che non usa da oltre cinquant’anni) e quella conclusiva (che, ovviamente non svelerò). Partendo da questi due momenti ho voluto saperne di più sui personaggi: chi sono, che cosa li ha portati fin lì, che vita hanno fatto e che vita faranno d’ora in poi; insomma tutte quelle domande che spero si faccia anche il lettore quando li conoscerà.

La storia di Emiliano e Omero (e Andrea) sembra esistere a metà tra la fantasia e il reale. Son tutti personaggi con esistenze molto forti alle spalle. Come li presenteresti tu al lettore?

Omero è un uomo anziano a cui sedici anni prima hanno ucciso il figlio. Da quel momento la sua vita è come se avesse avuto una battuta d’arresto, tutto si è fermato a quel giorno. L’unica cosa che lo ha tenuto in vita per tutti quegli anni è stato il desiderio di vendetta.
Emiliano è un ex tossicodipendente, ha passato sedici anni in galera per un omicidio che dice di non aver commesso. È un uomo disilluso, che non ha grandi aspettative dalla vita, uno che cerca di non pensare a quello che gli è successo e che gli succederà, perché è il solo modo per rimanere vivo.


La sofferenza di Omero sembra essere colma di una solitudine che ormai non ha più nulla a che fare con la morte di Andrea, ma appare uno status ormai ben radicato e che va molto oltre.
Cosa prevale in Omero: desiderio di giustizia o una vera ossessione?


Sicuramente l’ossessione. Omero è un uomo incapace di guardare al futuro, di elaborare il lutto. La sua esistenza va avanti solo in funzione della vendetta da compiere. Quando hai un unico pensiero nella vita e non ti accorgi di quello che, nel frattempo, stai perdendo non credo si possa parlare d’altro che di ossessione.

Come spiegheresti il rapporto che si viene a creare tra Omero ed Emiliano?

Si tratta di un rapporto conflittuale, in certi momenti i due sembrano avvicinarsi ma c’è sempre qualcosa di trattenuto nel loro rapporto. In fondo nessuno dei due è davvero sicuro di potersi fidare dell’altro e, inoltre, quello che li lega è un episodio particolarmente doloroso che i due elaborano in modo diametralmente opposto: Emiliano vorrebbe solo dimenticare, Omero è ossessionato dal ricordo. Vista l’età e la condizione dei due protagonisti sembrerebbe potersi ricreare una sorta di rapporto padre-figlio e, forse, è quello che entrambi cercano, ma non sanno se ne saranno capaci.

Emiliano ha dei tratti di forza ben più evidenti rispetto al padre di Andrea. E’ una scelta studiata appositamente? Tutto sommato dovrebbe essere un uomo assai irritato col mondo e poco speranzoso.

Non so dire se Emiliano sia più forte di Omero. Il fatto che abbia accettato il suo destino non è sintomo di forza ma di rassegnazione. Non è un uomo speranzoso, è solo un uomo con i sentimenti anestetizzati.

La pistola. Risalta sempre come l’unico oggetto importante della storia, a sembrare l’unico contatto reale che Omero crede di possedere, come se lo assicuri. Può essere un’interpretazione?

Sì, Omero sembra vivere in una dimensiona quasi sospesa, senza alcun attaccamento alla realtà. La pistola, con il suo peso materiale e morale, sembra quasi tenerlo con i piedi per terra. In un mondo fermo a sedici anni prima la pistola è l’unica chiave che Omero crede di avere per uscire dal passato.

Si parla ed emerge l’impraticabilità della vendetta. Credi fermamente in questo messaggio che arriva? O è una scelta per il libro?

Ci credo davvero. La vendetta è un sentimento molto comune, spesso considerato naturale e quasi avallato da una parte della società. Prima o poi tutti abbiamo pensato, sognato o realizzato almeno una piccola vendetta, ma, pur sembrando un sentimento naturale, ha al suo interno un potenziale altamente distruttivo che è quello che ho cercato di mettere in luce con questo romanzo. La vendetta è come le sabbie mobili, ci finisci dentro e non sai più venirne fuori. Mentre intorno a te la vita passa, tu annaspi, fermo sempre nello stesso punto. Il “vendicatore” è la prima vittima e, spesso, quando se ne rende conto, è troppo tardi.

Sul finale hai mai avuto dubbi?

No. Come ho detto prima la storia è nata già con il finale scritto e più andavo avanti con la stesura del testo e più mi rendevo conto che sarebbe stato l’unico finale possibile, almeno per me.

Ho trovato il tuo stile molto pulito, privo di sbavature, complicazioni, ampollosità e esuberanze. Hai un riferimento contemporaneo particolare a cui ti senti più vicino?


Ho molti autori che ammiro e amo. Per questo romanzo farei un nome in particolare: Hubert Selby Jr, che ritengo uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento. Non credo che il mio stile sia paragonabile al suo, né per somiglianza, né per qualità, ma in questa storia mi sono sentito vicino al mondo che anche lui ha descritto.



A cosa stai lavorando in questo momento? Nuovi progetti?

Un progetto ci sarebbe, ma è fermo da un po’ di tempo. Si tratta di un altro romanzo, ma è ancora presto per parlarne, anche perché non sono ancora sicuro se riuscirò a portarlo a termine.

Uno dei protagonisti di Noi che siamo ancora vivi porta il tuo nome… casuale?

Se questa domanda tende a sapere quanto ci sia di autobiografico in questa storia, ti dico che, fortunatamente per me, non c’è nulla. C’è però un modo di guardare il mondo, di camminare, di parlare che forse mi accomuna al protagonista. Usare il mio stesso nome me lo ha fatto sentire ancora più vicino.

Intervista di Isabella Borghese

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