Intervista a Claudio Morici - Gufetto Magazine

Intervista a Claudio Morici

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Quando Claudio Morici torna nella Città Eterna succedono sempre cose strane e memorabili. Non tutte si possono raccontare, ma è molto facile sentirsele imbastire, negli ambienti giusti, più o meno ingigantite. Sembra, a dare credito ai soliti bene informati, che oltretutto un suo sosia si aggiri per le strade di Palermo, ogni tanto, mentre noi diamo per scontato che sia ostaggio d’un nuovo amore a Valencia o d’una stanza a Edimburgo: due punti, a capo. Sarà vero? Si dice che questo sosia sia accompagnato da tre gorilla molto aggressivi. Mistero.
Da qualche anno a questa parte l’Actarus della Letteratura Italiana è tornato soltanto per prendere accordi per i nuovi libri o per partecipare a qualche trasmissione televisiva. O per prepararmi una carbonara, ammesso che il mio stomaco non sia distrutto come oggi. Claudio, è bello ritrovarti tra noi.

Dimmi, com’è Roma vista dalla Luna? È cambiata?

CM: Sono arrivato il 24 e il 26 mattina già stavo a letto, ansimante, con la febbre a 39. Alla prima passeggiata mi è sembrato tutto abbastanza simile a come l’avevo lasciato. Forse un po’ meno gente per strada. E magari due anni fa non c’era l’esercito italiano in missione ai capolinea della metro. Comunque non so, è difficile fare confronti, quello che percepisco fresco di ritorno è influenzato da mille fattori. Ad esempio, il fatto di muovermi in un posto dove tutti parlano italiano, vista la deprivazione degli ultimi mesi, mi sembra come camminare in una specie di foresta. Mille informazioni, toni di voce, posture, giochi di parole. È come trovarsi dentro una foresta dopo il deserto, è fantastico. Le persone mi sembrano tutte attori navigati, quando mi devono dire una cosa ho come l’impressione che iper-comunicano volontariamente, perché mi arrivano tutte queste informazioni in più, con la mia lingua.

GF: Sì, qualcosa forse è cambiato. Claudio, ho appena pubblicato (qui) la recensione del tuo ultimo libro. Commenta, critica, stronca o approva i contenuti. Rimedia ai miei errori oppure confortami: ti riconosci in quella scheda? C’è qualcosa che vorresti evidenziare?

CM: Beh, mi stai chiedendo di fare la recensione della recensione, è abbastanza bizzarro. In ogni caso l’articolo mi sembra molto interessante, come sempre. Sei una delle 2-3 persone che hanno letto tutto ma tutto quello che ho pubblicato (più un paio di inediti), e guarda caso fai anche il critico letterario e allora non puoi che essermi molto utile quando scrivi su di me. Come quando mi hai spiegato, punto per punto, che stavo iniziando a vivere esattamente come il protagonista di Actarus: licenziamento dal mestiere di pilota di robot e tutto. Io non è che me ne ero accorto. E stavolta individui dei frammenti di ogni precedente libro, nel nuovo, come se avvenisse per la prima volta. Non ci avevo fatto caso. Io ho queste tematiche, come la malattia mentale, il viaggio, le droghe psichedeliche, l’attrito del singolo con le regole della società. Sì, deve essere il primo romanzo dove ce le metto tutte, le alterno, le sfodero una dopo l’altra. Fossi invecchiato?
Quello che è successo, a livello pratico, è che ho avuto per la prima volta la possibilità di dedicarmi alla scrittura tutti i giorni, media di 5 ore, organizzazione tedesca, con supporti che andavano dall’internet point, ai fogli di quaderno, passando per laptop messicani di terza mano (che si rompevano quasi subito). E qualcosa è successo. Ho imparato a trasfigurare i contenuti della mia vita quasi in tempo reale. E questi temi ridondanti, che negli altri libri erano trattati, diciamo, in modo monografico, qui sono molto meno centralizzanti, funzionano da contenitori di storie, sono stanze di appartamento. Questi temi, mentre scrivevo, erano il mio unico riferimento, la mia casa lontana, la mia griglia da combattimento che ho portato con me, mentre mi succedevano cose nuove e importanti che non capivo assolutamente, ma buttavo dentro la storia. Un personaggio, un modo di vivere, una marca di maglioni, e qualcosa succedeva. Compagni di viaggio, storie che sentivo raccontare, mercati indigeni, la violenza dei rapporti tra persone in vacanza, questa disaffezione sintomatica che colpisce i viaggiatori, i bagni pubblici, gente che si farebbe tagliare un dito per darti una mano e gente che te lo taglierebbe, dalla mano.

GF: Bene. Genesi dell’opera. Com’è nata questa storia? Quanto hanno avuto influenza le tue esperienze di viaggio in tutto il mondo? Sei riuscito a trovare un posto che assomigliasse, almeno un po’, a Fleed?

CM: Ho iniziato a scrivere “La Terra” sull’aereo, mentre stavo andando a Città del Messico, senza sapere esattamente che stava iniziando questo mio vagabondare per quasi due anni. C’è proprio un capitolo del libro che descrive il protagonista che se la fa sotto, in aereo, durante una turbolenza. Con un bambino che lo prende per il culo e ride.

Mi succedeva sempre di aver paura dell’aereo (anche se poi viaggiavo lo stesso) ma questa volta ho pensato di provare a scrivere quello che mi passava per la testa. Una decina di pagine di appunti, che poi sono diventate un paio di pagine del romanzo. E la cosa straordinaria che è successa è che, dopo quella volta, ho smesso davvero di avere paura di volare. Scrivere mentre succedeva, ha avuto questo e altri effetti anche dopo, durante il viaggio. E’ abbastanza banale, in realtà, ma non lo avevo mai sperimentato prima. E il romanzo è partito proprio così, e ho cominciato a lavorare, a fare attenzione allo “strumento”, ovvero al mio stato di coscienza mentre scrivo. E dopo l’aereo c’ho dato giù tutti i giorni dovunque mi trovassi, ho finito in Scozia dopo 10 mesi, e continuo a scrivere perché ho paura anche oggi, ogni tanto. Che è un po’ diverso dalla ricerca di Fleed, ma neanche tanto. Ricordiamo che Fleed, in Actarus, era la stella d’origine, quel posto perfetto dove Actarus sognava di ritornare un giorno. L’ho pensato come una specie di paradiso del viaggiatore, un incrocio tra Cuba e New York, mi sono divertito a prendermi in giro su quello che penso, che a volte sogno prima di partire. Su Fleed puoi lavorare una settimana come cameriere e mettere da parte abbastanza soldi per vivere di rendita un anno. Le ragazze, su Fleed, te le porti a letto, tutte insieme, solo perché gli hai fatto l’occhietto. Fleed non esiste.

GF: Le avventure di Simon, l’antieroe del tuo libro, avranno un futuro? Cosa ci riservano le sue prossime esperienze di viaggio?

CM: C’è una certa probabilità che le storie di Simon diventino una microsaga. Anche perché all’inizio il romanzo era nato proprio così. E il secondo episodio ha già alcune pagine scritte e un’evoluzione delle cose alla quale sono abbastanza affezionato. E non è escluso neanche che questo sia legato a dove vivrò nei prossimi mesi. Cioè, il piano era questo. Però cose del genere non funzionano a tavolino, il tempo passa, la testa pure, vediamo un po’.

GF: 2009. Cosa ti aspetti da “La terra vista dalla luna”? Come sogni che venga accolto dal tuo pubblico e dai nuovi lettori?

CM: Sinceramente mi interessano i soldi. Magari non tanti, ma una volta finito il romanzo, punto a quelli, non è che vorrei molto altro da questo libro. Cioè, voglio dire: ormai l’ho scritto. E non è che voglio stare qui ad aspettare che quel tipo dica che è un capolavoro, oppure una merda, e quell’altro ritenga che sia letteratura o narrativa. Come dire, un po’ sono curioso, certo, ma non ho tempo. Non mi cambia niente, in realtà. Se il libro vende bene e guadagnerò soldi, invece, significa che potrò continuare a starmene in giro e scrivere. Altrimenti torno al piano B (fare un altro lavoro, quello che ho fatto per 10 anni magari o un altro, da qualche altra parte). E so anche che molto probabilmente tornerò al piano B presto. Ma, come dire, ci sto provando. E riguardo il valore del libro, che ormai ho scritto circa un anno fa e che sento lontano, vecchio sebbene esca adesso, ho 5 amici che leggono le mie cose da sempre, che capiscono e seguono quello che sto facendo, la mia ricerca, ecc… A loro è piaciuto moltissimo, quindi sto a posto. Sono molto ansioso di ripartire, di continuare a fare questa vita per un altro po’, scrivere le mie 5 ore al giorno, scegliermi una città adatta, studiare, cercare di capire quello che succede intorno, diventare sempre più bravo a mettere nero su bianco, con una certa urgenza, un paio di cosette, che spero possano cambiare un millesimo della percezione di chi mi legge, nonché di chi le scrive, ovviamente. Ma è difficile parlare di queste cose… Meglio concentrarsi sui soldi. Non sembra ma è più umile.

GF: Già. A proposito, curiosa la copertina del libro. È una tua idea?

CM: Più che curiosa mi sembra fottutamente commerciale. Neanche poi così bella. E l’ho suggerita pure io la foto. Vedi il discorso sopra. C’è la gnocca, che funziona sempre. E lo zainetto, che introduce l’ambientazione. Poi la citazione dal libro, gioca con l’immagine perché fa capire che il protagonista è partito a causa di una ragazza, che sembra proprio la tipa della copertina. Che vuoi di più dalla vita?

GF: Com’è stato il tuo Messico? Raccontaci tutto.

CM: Sono stato in Chiapas, dove è ambientato il romanzo. Ho partecipato insieme a un altro migliaio di persone a un meeting nei villaggi zapatisti, con special guest Marcos, tende dappertutto, gadget, magliettine con la faccia del Che, o di Malcolm x, ecc.. Cose belle e importanti, ma anche piene di situazioni paradossali. Ho girato in ostello per mesi, come avevo fatto già altre volte e nel romanzo, ho cercato di indagare e rappresentare come mai un ostello a Oxaca ha gli stessi DVD di un ostello a Bangkok, e forse anche gli stessi divani IKEA. E la gente, i viaggiatori backpackers, parlano più o meno delle stesse cose e leggono gli stessi libri, hanno visto gli stessi film. Poi ho vissuto 4 mesi a Città del Messico, posto fantastico per me, spero davvero di tornarci. Il problema in questa città è che stai dentro un’opera d’arte, una fotografia, un quadro, un libro. E’ qualcosa che ho sentito dire anche ad altre persone, se stai portando avanti un progetto artistico, il problema potrebbe essere che ci stai già dentro, in un mercato, tra gli ambulanti per strada, in una pulcheria. Ce l’hai lì davanti, ci interagisci, stai dentro il quadro. E allora chi te lo fa fare di farti il mazzo? E ci sarebbero da dire tante altre cose di questa città, quella che mi ha colpito di più all’inizio è la possibilità di conoscere persone, di avere dei rapporti.

Se vuoi, in Messico esci da solo e parli con tutti. Di certo, molti europei sono innamorati di questa nazione più per questo che per le piramidi, che so. E magari ci restano, non ne possono più fare a meno. Poi, purtroppo, non è un paradiso, ci sono livelli di corruzione altissimi, la polizia non rispetta i diritti umani, quando te ne torni a casa dopo esserti tanto divertito, c’è una certa probabilità (superiore a quella europea) che ti accoltellino sotto il portone.
Non si tratta di Fleed. Su Fleed una birra costa 15 centesimi (le poche volte che non te la offrono). E se restituisci il vuoto a perdere ti regalano un’automobile nuova.

GF: Adesso immagino tu stia per ripartire, dopo un intervallo romano. Prossima destinazione? Prossimo appuntamento in libreria?

CM: Se rimango in Europa, pensavo a Berlino, di cui mi hanno parlato molto bene. Gli affitti costano incredibilmente poco, così come le birre. Ci deve essere gente interessante. Però negli ultimi sei mesi sono stato a Granada, Spagna. Che è la capitale europea per la gente che vive un po’ così. E potrei averne avuto abbastanza di me e di gente come me. Quindi vediamo un po’.
Mi serve sempre un posto dove posso scrivere queste 5 ore al giorno, sono completamente ossessionato da qui a un anno… mi segno quanto spendo per il caffè e quante ore ho scritto, mi scelgo posti dove non ho bisogno di macchina, la vita notturna costa poco e ci sono buone biblioteche, dove posso mettermi con il portatile un giorno sì e un giorno no, per non morire da solo nella mia stanzetta.

GF: Vai, distruggi il male vai.
Quattro chiacchiere di Gianfranco Franchi


Claudio Morici (Roma, 1972), romanziere e net artist italiano.

Laureato in Psicologia Clinica con una tesi intitolata “Fenomenologia esperienziale del sognare lucido” (pubblicata in “Sogni Lucidi”, a cura di Fabrizio Speziale, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza, 1999), ha lavorato per due anni in diverse comunità terapeutiche, prima di cambiare lavoro. È stato direttore dei contenuti del sito d’arte indipendente www.gordo.it. Ha esordito con il romanzo “Matti slegati” nel 2003.

Claudio Morici, “La terra vista dalla luna”, Bompiani, Milano 2009.

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