Intervista a Fabrizio Gabrielli. Sforbiciate storie di pallone ma anche no - Gufetto Magazine

Intervista a Fabrizio Gabrielli. Sforbiciate storie di pallone ma anche no

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“A me il calcio fa schifo” con queste lapidarie parole ho messo la croce su tutte le aspettative di mio padre che mi voleva in mezzo agli altri a rincorrere la palla e invece mi ha ritrovato a distanza a farle girare le palle. Ma questa è un’ altra storia.

L’unico calcio che riesco a guardare senza disgusto è quello inglese. Bello duro e “giocato veramente”, non leggo libri di calcio, tranne qualche rara eccezione, come questo di Gabrielli che in modo del tutto funambolico racconta storie vere di calcio, di vita e del nostro mondo.

Quattro chiacchiere erano piacevolmente d’obbligo!

 

Sforbiciate storie di pallone ma anche no … perché “Anche no?”
Quel ma anche no è una finta di corpo improvvisa, un divincolarsi dalla morsa del difensore, del delatore, dell’etichetta aprioristica: una rivendicazione, se vogliamo, rabbiosa e beffarda a un tempo. Un sovvertimento del previsto. Perché se in Sforbiciate tutto o quasi, dal titolo stesso alla cover, sembra rimandare al mondo del calcio, ecco, credo sia bene avvertirlo, il lettore, che si troverà di fronte a storie di pallone, chiaro, ovviamente, certo. Ma anche no.

 

Cosa si trova in questi racconti?
Forse, per cominciare, è bene sottolinearlo, un afflato narrativo in cui il calcio, più che a terreno d’incontro-scontro, è assurto a pretesto. Il tema, nonostante tutto, vedi: non è affatto la sfera di cuoio. Che è un viatico, piuttosto. Sforbiciate è il patchwork che tiene strette insieme trentadue vite stagliuzzate dalla Storia. Di calciatori, certo. Ma di uomini, ancora prima. Con le loro debolezze. Le loro manie. I loro miti, e riti. Le loro pseudoepiche. Il loro micromondo. Volentieri rilegati ai margini, rispetto al macromondo. E poi c’è la volontà di asservire la biografia all’infingimento, e viceversa. Ah: poi c’è anche del pallone, eh. Ma anche no.

 

Qual è la figura a cui è più legato e di cui ha avuto più piacere nel raccontarne?
Il bravo padre di famiglia direbbe che no, non c’è un preferito, e che son tutti allo stesso piano. Primus inter pares, se proprio vogliamo azzardare, e usare un latinismo a tutti i costi, forse, Garrincha e George Best. Non foss’altro perché sono i due calciatori più conosciuti. Non foss’altro perché è stato rovistando nelle vite di Geordie e del Passerotto zoppo che, paradossalmente, ho scoperto le maggiori crepe, instabilità, precarietà nell’idea che l’immaginario collettivo forgia attorno alla figura dell’eroe in braghette.

 

Chi ama il calcio si troverà di fronte a…
Un’accolita imprevedibile, rubando l’espressione a Gianluca Monastra che l’ha recensito per Repubblica, un’allegra armata Brancaleone pallonara che annovera tra le sue fila mezzimìti i cui nomi risulteranno familiari all’appassionato di calcio ad uno stadio mediavanzato, tipo me, a chi è cresciuto a pane e formazione dello Zalgiris Vilnius campione di Lituania nella stagione 91-92: la prima, e forse irripetibile, occasione di trovare Vinnie Jones, Ariel Ortega, Felice Levratto, Freddy Rincon, Ricardo Zamora e Martin Palermo tutt’insieme, con la stessa maglia. (Il capitano dello Zalgiris Vilnius, poi, per completezza, era Valdas Ivanauskas, per dire)

 

Chi non lo ama?
Chi non lo ama potrebbe trovarsi di fronte alla possibilità di cominciarlo ad amare. O quantomeno di apprezzarne certi aspetti, i lati più trasversali. L’assoluta contingenza. Potrebbe, ad esempio, cominciare col chiedersi cosa abbiano a che vedere col calcio Gagarin, Salvador Dalì, Sandro Pertini -  sessant’anni prima d’alzare le braccia al Bernabeu – Django Reinhardt, Caterinetta Lescano dell’omonimo trio. Sorprendendosi del fatto che hanno molto, invece, a che vedere. E magari quel muro che s’erige a ghettizzare una certa letteratura gravandola della zavorra dell’aggettivo “sportiva”, ecco, si sgretolerebbe un poco.

 

Ma il calcio oramai è un solo pallone che gira o più palloni? Oppure sono palloni che inseguono palle che girano?
Se il giochino qua è quello di intendere gl’interpreti dell’odierno cinepanettone domenicale palloni gonfiati, ecco, l’immagine del pallone che insegue il pallone sì, funziona, fa ridere. Mette pure tristezza, però. A me sembra evidente soltanto una ròba: che il calciatore del duemila, temprato da una sovrastruttura totalitaria e spettacolarizzante, abbia barattato la sua umanità con una vocazione icsfattorìstica alla sua professione. Diventare giuocatori di calcio, oggi, è un Piano A, parafrasando certe teorie di Gianfanco Franchi. I personaggi delle Sforbiciate, invece, son veri pianobisti, per rendere omaggio ai deliziosi editori: genti particolarissime per le quali tirar calci a una palla è stato un passo obbligato nel loro personalissimo percorso di redenzione, o inappellabile perdizione. E ogni superlativo è assolutissimamente cercato.

 

Se non avesse amato il calcio avrebbe scritto…
 …altri tipi di storie, mi viene pensato. Forse mi sarei concentrato sui gelatai, se avessi scoperto dozzine di storie di gelatai borderline. Se solo fossi più addentro alle oscure dinamiche del mercato dei semipreparati gusto ciliegia. Se fossi venuto a conoscenza dei legami tra che so, Guglielmo II, Sid Vicious e questa affascinante figura ancestrale, guascone e nondimeno onesto lavoratore: quella del gelataio. Probabilmente, alla fine della fiera avrei sfornato – che poi cosa fanno, i gelatai? Li sfornano mica, i loro gelati. Li spozzettano, forse – trentadue storie in cui tra le righe avrebbero serpeggiato, ancora una volta, amori, morte, politica, musica, le piccole e grandi gioie e trappole dell’umanità. Ci sarebbe stato molto più variegato nutella, questo è certo.

 

Saluti come meglio crede i nostri lettori.
Ciao, lettori. Che faccio: la panna, la metto? Perché poi anche il gelato, sembrerebbe, è ricco di calcio.

 

Quattro chiacchiere di Alex Pietrogiacomi

 

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