UN ANNO SULL'ALTIPIANO: la Grande Guerra al Teatro dell’Orologio - Gufetto Magazine

UN ANNO SULL'ALTIPIANO: la Grande Guerra al Teatro dell’Orologio

Nell'ambito delle celebrazioni per il centenario della Prima guerra mondiale, il Teatro dell’Orologio di Roma ha portato sul palcoscenico della sala Moretti, dal 27 al 29 marzo, “UN ANNO SULL’ALTIPIANO”, tratto dall’omonimo romanzo di Emilio Lussu, adattato per il palcoscenico e recitato da Daniele Monachella, con l’accompagnamento musicale dell’etnomusicologo Andrea Congia alla chitarra ed effetti, e da Andrea Pisu alle launeddas e percussioni.

“Ho più ricordi che se avessi mille anni”. La citazione tratta dai Fiori del male di Baudelaire e posta in esergo al libro, apre lo spettacolo con un recitato intenso, scandito, come in un contrappunto, dalle note drammaticamente ripetitive della chitarra e dal suono doloroso, arcaico, a tratti straziante, delle launeddas. Mentre la memoria, colma e quasi traboccante di vicende, di figure e di pensieri maturati in virtù di quelle, costituisce la materia stessa del narrare, nel libro come nella rilettura teatrale, il contrappunto rappresenta la cifra stilistica di quest’ultima: un dialogo teso e carico di emotività condotto con il testo scritto e con il suo autore, oltre che con le musiche che lo scandiscono. In questo modo, l’interpretazione attoriale e musicale vanno oltre lo stesso libro, per aggiungere ciò che Emilio Lussu – il suo rigore morale, la sua razionalità, forse il suo pudore – ha sottratto con lo stile al racconto dell’esperienza totalizzante e inaudita della guerra e, con essa, della morte della paura, del dolore, della disillusione. La rielaborazione per il teatro, pur nella quasi assoluta staticità dei tre interpreti, per la sua capacità di suscitare con la voce e con le musiche la potenza drammatica contenuta nelle parole, è carica di pathos al punto da suscitare intensa emozione e commozione. 

Una su tutte, la scena di battaglia fra Alpini e Brigata Sassari, di cui Lussu fu capitano, contro gli austriaci sul Monte Fior: i bombardamenti, i colpi di mitragliatrice, i caduti e il coro di guerra indistinto insieme all’odore del cognac e di cantine umide provenienti dalle linee nemiche, vibrano nella semicirconferenza nera – quasi una grotta che talvolta si tinge di un unico fascio di luce rossa – del teatro, e toccano le corde dello spettatore.
Questa scena, e le altre dei compagni caduti, di “Quel mazzolin di fiori” intonato durante la marcia e interrotto al passare dei profughi, il tempo scandito dal pensiero del cognac, il j’accuse contro le classi borghesi che hanno portato contadini e pastori al massacro, restandone loro al riparo, e cosa vuol dire leggere Ariosto durante il riposo, o vedere un compagno che amoreggia su un prato, l’inutile disciplina di guerra e lo sterile rispetto delle sue gerarchie, condensano la prosa di un “narratore semplice come un classico antico”, secondo la definizione di Mario Rigoni Stern nella sua prefazione al libro, e amplificano ciò che nelle intenzioni dell’autore “vuole essere solo una testimonianza italiana della grande guerra”, rendendo più immediata e viscerale la portata morale e storica della memoria, il suo valore civile e letterario.
Ricordandoci, se ce ne fosse bisogno, l’irrazionalità della guerra e l’illusorietà degli ideali che la ispirano.

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