SABBIA: granelli di vita al Teatro Argentina - Gufetto Magazine

SABBIA: granelli di vita al Teatro Argentina

Scritto e diretto da Riccardo Vannuccini, è andato in scena il 12 e il 13 giugno al Teatro Agentina di Roma, “SABBIA”, spettacolo realizzato a conclusione di un laboratorio teatrale che ha coinvolto i rifugiati del Centro Accoglienza richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto, che ne sono gli attori protagonisti.

Ad una settimana prima della Giornata del Rifugiato, che verrà celebrata il 20 giugno, lo spettacolo muove dall'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica sul destino di vite mosse alla ricerca disperata di una possibile sopravvivenza e perciò spesso costrette allo sradicamento da qualsivoglia elemento identitario e di appartenenza.
Intento cardine dello spettacolo pare essere quello di mostrare come, al di là dell'effettivo viaggio di allontanamento dalle proprie terre del dolore, tali terre permangano nelle soggettività coinvolte in maniera vincolante, sofferta, ma imprescindibilmente caratterizzante. La condivisione di una condizione accomuna certamente, ma le radici vengono prima e permangono. Così nello spettacolo non si realizza comunicazione in una lingua appresa, non si persegue l'intento di inscenare la trama di una storia che tutti può abbracciare poiché gravida di vissuti affini, si allude piuttosto alla Storia per mezzo di una lingua terza, universale eppur per ognuno propria, che è quella del lirismo e dell'arte, la lingua del teatro, consolatoria, urlante, ripetitiva, fatta di elementi ricorrenti, ma allo stesso tempo irrimediabilmente individuali e irripetibili.

Lo strumento teatro è presente, dichiarato probabilmente a partire dall'assenza della quarta parete. Non di teatro di narrazione si tratta, ma di qualcosa affine al teatro danza, che può ricordare in prima istanza gli esperimenti di Pina Bausch, poiché fatto essenzialmente di una drammaturgia musicata e fisica, nella quale più che la parola a trovare spazio sono gli oggetti e i corpi. Sedie vuote sparse qua e là sul palco, spostate, sistemate, messe via, allineate. Sono le sedie dei ruoli, del proprio posto nella sala del mondo, ma a nessuna di esse corrisponde un posizionamento rassicurante, nessuna trova in alcuno dei personaggi un ospite fisso.
Ogni sedia, come ogni altro oggetto sul palco, è simbolo rappresentante una storia ed allora, ad esempio, la scena nella quale uno degli attori si adopera a sistemare quelle sedie secondo una consequenzialità, a dare ad ciascuna un ordine nello spazio generale ed una cronologia di prima e dopo rispetto alla successiva ed alla precedente, quella scena potrebbe alludere agli occhi dello spettatore ad una volontà forte di conferire un ordine consolatorio alle vite in questione. Oppure potrebbe, questo come ogni altro episodio, rimandare il pensiero di chi osserva a tutt'altro.

Lo spettatore è infatti chiamato a partecipare, creando di volta in volta un senso alle coreografie che vede in scena, senso che non mira probabilmente ad un'unicità interpretativa, ma che intende piuttosto lasciare ampio spazio ad una pluralità di possibili letture, alla sola conditio di una focalizzazione tematica. Fogli bianchi tenuti in mano allora, buttati a terra, lasciati svolazzare. Bianchi come vite ignote perché, pur nella tragicità e nell'eroismo delle proprie condotte straordinarie, non trovano occhi che le leggano. Bianchi e tutti uguali come la condanna ad un anonimato imposto da una condizione spersonalizzante. Oltre la simbologia del negativo permane la forza evocativa, quella dei suoni diversi di ogni lingua, dei timbri di ogni voce, dei corpi che irrompono, si fanno testo e veicolano messaggi. La forza ancora della poesia richiamata, delle citazioni da Eliot e Shakespeare, tra le altre. “Vuoi già partire? L'alba è ancora lontana, era l'usignolo non l'allodola”.
Ad attendere il canto dell'uccello del mattino non sono più i due amanti sventurati, ma tutti coloro che decidono di correre il rischio di mettere in pericolo la propria esistenza al fine di salvarla, salutando un Paese amato ma ostile, alla volta di un nuovo orizzonte di speranza. E la sabbia è quella della partenza delle coste dalle quali si salpa, come quella ritrovata all'arrivo.

È la sabbia che scivola via dai sacchetti di plastica trasparente in una delle scene maggiormente suggestive dello spettacolo, inafferrabile, senza forma eppur capace di prenderne e di darne, proprio come con la forza del lasciare andare un passato di dolore ogni rifugiato si impegna a trasferire e costruire la propria scultura di sabbia altrove, sotto un altro sole, bagnata da un'altra pioggia, ma contraddistinta dall'unicità che ogni granello ovunque mantiene.

Info:
ArteStudio
Progetto teatroinfuga2015

In collaborazione con Teatro di Roma, Cane Pezzato, King Kong Teatro, Muses, Cooperativa Auxilium,
con il patrocinio dell’Assessorato Cultura e Turismo di ROMA CAPITALE
presenta
SABBIA
Uno spettacolo realizzato coi rifugiati provenienti dall’Africa ospiti del C.A.R.A.
Centro Accoglienza Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto (Roma)
Ideazione e regia RICCARDO VANNUCCINI
Collaboratori al progetto Alba Bartoli, Elisa Menon, Maria Sandrelli, Caterina Galloni,
Daniele Cappelli
Scene, costumi, disegno luci Yoko Hakiko
Colonna Sonora Rocco Cucovaz

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