Rassegna DOIT@Teatro Due: DORIS EVERY DAY, un inferno di bellezza - Gufetto Magazine

Rassegna DOIT@Teatro Due: DORIS EVERY DAY, un inferno di bellezza

Al Teatro Due continua con DORIS EVERY DAY, la rassegna DOIT (Drammaturgie oltre il Teatro) che raccoglie ogni settimana fino al 24 maggio, otto interessanti drammaturgie da compagnie di tutta Italia, spettacoli fortemente orientati verso le tematiche sociali.

Se con #TESSUTO della Cascinà Barà di Pisa abbiamo esplorato il delicato tema dell’emigrazione e dei rapporti familiari spezzati (vedi recensione), in DORIS EVERY DAY di Laura Bucciarelli, andato in scena fino a ieri, 1 maggio per la regia di Pietro Dattola, si affronta un altro tema “pruriginoso”: l’ossessione per la perfezione fisica, una perfezione spesso illusoria e vacua che nasconde una grande insicurezza e fragilità umana.

DORIS EVERY DAY è uno spettacolo dalla drammaturgia estremamente interessante per le tematiche analizzate, un testo che scava nel concetto di Bellezza oscillando fra ironia e dramma, interpretato da una brava ed espressiva interprete, Flavia Germana De Lipsis.
La scena è dominata da Doris, una ragazza bionda e sorridente, quasi una Barbie umana, al punto che si stenta a credere che sia del tutto reale tanto è ossessionata da se stessa e dai suoi punti fermi. Fra questi L’essere “bionda” (“Io sono bionda dentro, ho studiato” afferma tutta risoluta), l’avere capelli, pelle e fisico curati continuamente, l’obbligo di sorridere, stare dritta, essere splendida, ogni giorno. Ci racconta qualcosa di se, in attesa che arrivi il ragazzo interessato a lei, almeno finché questi non comparirà davvero sulla scena e, dopo qualche scambio al limite del surreale, comprenderà i caratteri della sua follia e l’impossibilità di venirne fuori.

Lo spettacolo,che ha una trama minima, ruota tutto intorno alla costruzione e decostruzione del personaggio di Doris : nel raccontare le manie paradossali e le stranezze abnormi, Doris finisce per incarnare un paradigma di qualcos'altro, quella tensione tutta moderna dell’ossessione per l’immagine, vissuta nella errata convinzione che una figura bellissima sia al riparo dalla sofferenza e del Male. “Nessuno può farmi del male, sono bionda” sancisce. Un parallelismo facile coi falsi miti che dominano la vita di molte ragazze di oggi,alle prese con un’immagine che devono migliorare fino all'esasperazione, pur di essere notate o di avere successo. Ma qui si va oltre, il fine di Doris non è così scontato, non è funzionale all'essere amata o accettata da qualcun altro, quanto di sentirsi al sicuro e felice proprio perché “bionda” ovvero perfetta. Ma dietro tanta Perfezione, oltre al sacrificio, anche tanta sofferenza lancinante, tante imposizioni accettate per sfinimento, tante improprie violenze che la stessa Doris affibbia a se stessa. E quella costruzione di immagine felice si tramuta in un camuffamento che infine rivela una maschera di dolore, sfuggendo inevitabilmente ogni Fortuna che sente di meritarsi.

Il regista Pietro Dattola,crea attorno al personaggio un’atmosfera rarefatta, quella di una stanza colma di profumo e dell’ego di Doris, dove non c’è più aria per respirare. In questo luogo/non luogo irreale, abnorme come il personaggio in sé, ci sono diversi oggetti del tutto inutili, come gli arredi della casa di una bambola. Tutto tende al rosa, il giallo e il bianco, colori dominanti della personalità di Doris, richiamanti il colore della pelle e dei capelli intorno ai quali si concentra, almeno all’inizio, l’ossessione della protagonista.
L’elencazione spasmodica dei rimedi per prendersi cura di sé rasenta volutamente la paradossalità a fa da antefatto alla rappresentazione della vacuità di Doris, poi della sua follia e poi della sua profonda solitudine, non senza velati riferimenti a disfunzioni alimentari quali l’anoressia (“Io Sono le mie ossa” dice) e fobie, quali l’agorafobia (rappresentata nell’impossibilità per Doris di uscire dalla stanza)

Sebbene Flavia Germana De Lipsis sia perfettamente calata in un ruolo difficile e “pruriginoso” ed il testo abbia degli spunti piuttosto interessanti e profondi, ci sono degli aspetti dello spettacolo che potrebbero essere corretti.
Nella parte iniziale dello spettacolo sono troppi i momenti di buio di scena in cui Doris coltiva i suoi disturbi, che non sono immediatamente percepiti o compresi dal pubblico (se non col trascorrere dello spettacolo); seguono anche momenti narrativi un po’ lenti. L’assenza di musica e alcuni passaggi troppo silenziosi inficiano il ritmo dello spettacolo che migliora poi notevolmente nella seconda parte della piéce dopo l’uscita di scena del personaggio maschile, quando la follia di Doris prende il sopravvento sulla sua eccentrica follia e sulla triste condizione di donna sola in cui si confina il personaggio stesso.

Un personaggio in qualche modo indimenticabile però, emblema suo malgrado dei nostri tempi, finemente caratterizzato e splendidamente reso da una inappuntabile Flavia Germana De Lipsis che riveste di pallido conforto una Doris eternamente perfetta quanto eternamente infelice, che canticchia gradevolmente, fino a restare inascoltata la canzone che fu della bionda Doris Day (tutto torna) : “Will i be pretty? will I ‘ll be rich?” domande a cui risponde il silenzio che le gravita intorno.

Info
DORIS EVERY DAY
Regia Pietro Dattola con Flavia Germana De Lipsis e Andrea Onori Compagnia DOVECOMEQUANDO – Roma Testo vincitore della IV edizione del Premio di drammaturgia DCQ – Giuliano, Gennaio 2012
Teatro Due Roma
teatro stabile d’essai
Direzione artistica Marco Lucchesi
Vicolo dei due Macelli, 37
Per info e prenotazioni tel. 06/6788259
W: teatrodueroma.wordpress.com

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