PAPPA REALE@Teatro Elettra: la rigidità dell’alveare umano - Gufetto Magazine

PAPPA REALE@Teatro Elettra: la rigidità dell’alveare umano

È andato in scena il 25, 26, e 27 giugno alle ore 20.30 e domenica 28 giugno alle ore 18.00 al Teatro Elettra, PAPPA REALE, il sesto e ultimo spettacolo in gara al concorso Diversamente stabili, organizzato e condotto dalla compagnia del Teatro della Colazione, scritto da Luigi Passarelli, diretto da Gabriele Paupini e interpretato da Arianna Paravani, Alice Di Carlo, Benedetta Parisi, Ettore Cassetta.

PAPPA REALE racconta, antropizzandola, la vita all’interno di un alveare nel momento della migrazione, quando la regina madre, con una parte dello sciame, lascia l’alveare alla figlia – nuova regina – per fondarne uno nuovo altrove , lontano dall’ “Essere” (presumibilmente l’uomo).

La trama si concentra perciò sui rapporti tra i personaggi – oltre all’ape regina e alla giovane principessa, il fuco e un’operaia – dei quali si immaginano sentimenti umani, e sulla rigidità dei ruoli che le api di un alveare, come uomini e donne all’interno della società, devono rispettare senza possibilità di scelta. Mentre l’ape operaia freme all’idea di partire e il fuco si destreggia tra le femmine dell’alveare, l’anziana e severa regina madre è colta nel doloroso momento dell’inevitabile separazione dall’unica figlia che, impreparata ad affrontare il compito alla quale è chiamata e invece desiderosa di libertà e di vita, vorrebbe volare via come qualunque altra bottinatrice.

La trama e la caratterizzazione dei personaggi costituiscono il punto più debole della rappresentazione, derivando da un’idea di fondo troppo esile e poco strutturata, priva di elementi di originalità. Non è chiaro, infatti, quale sia la spinta a mettere in scena la migrazione delle api, al solo scopo di osservarne pensieri e sentimenti spiccatamente umani oltre che prevedibili. La regina è durissima nell’obbedire e far obbedire alle leggi che il suo ruolo le impone, ma per lo stesso motivo addolorata; la principessa a tratti frivola, che si abbandona ai sogni e alle illusioni, è spaventata e talvolta attratta dall’idea di assumere un potere per lei nuovo; il fuco che amoreggia con la principessa rimane devoto alla vecchia regina; l’operaia scaltra, invece vuole solo raggiungere l’obiettivo stabilito: una stereotipia nei caratteri che va di pari passo con la fissità di personaggi, i quali appaiono sempre uguali a se stessi e sviliscono la buona interpretazione degli attori.

È fuor di dubbio, ad esempio, l’abilità con cui Arianna Paravani si trasforma in una vecchissima regina dedita al vino e al fumo distorcendo il viso con ghigni e smorfie, tenendo le mani e le dita in movimenti perpetui. Ma a lungo andare i gesti, come i tanti bicchieri riempiti, le sigarette accese e fumate fino alla fine, risultano ripetitivi e talvolta superflui.

Un guizzo d’immaginazione e di creatività si avverte invece nell’allestimento scenico, nella scelta delle musiche e nei costumi di Benedetta Rustici. Il dato naturalistico dell’alveare e delle umane reazioni alle imposizioni della società si tinge di nero; la reggia è un luogo buio, cupo, simile a una prigione; il trono non è altro che un trespolo scomodo, sormontato da nastri trasparenti simili a ragnatele; la regina è avvolta da un abito vedovile il cui abbondante strascico sottolinea l’impossibilità del movimento autonomo; le musiche fortemente ritmiche ed elettroniche spezzano la monotonia della storia e suggeriscono la fissità della macchina.

In questo modo, sembra che la regia abbia voluto dare una lettura drastica e scenicamente più forte del ruolo che ogni essere vivente è chiamato ad assolvere e che, qualunque esso sia, segna il suo destino e, privandolo della libertà di scelta, lo rinchiude in una prigione-tomba da cui è impossibile uscire.

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