LA LEGGENDA DEL PIANTISTA SULL'OCEANO@Teatro dell'Angelo-Novecento torna a casa - Gufetto Magazine

LA LEGGENDA DEL PIANTISTA SULL'OCEANO@Teatro dell'Angelo-Novecento torna a casa

Letta e riletta, raccontata e recitata al cinema come in teatro, LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO sarà di nuovo in scena al Teatro dell’Angelo fino al 19 aprile. Antonello Avallone interpreta “Novecento”, il fortunato monologo di Alessandro Baricco, entrato dal 2011 nel repertorio dell’attore romano.

In circa vent'anni di vita (la prima è del 1994), la storia del formidabile musicista vissuto su un transatlantico ha collezionato oltre duecento rappresentazioni, numerose ristampe e un famoso adattamento cinematografico a opera di Giuseppe Tornatore.
Un bel racconto, ma non un classico: incapace di rinnovarsi nelle sue diverse apparizioni. Tanto uguale a se stesso da creare un cortocircuito tra cinema, musica, teatro, letteratura. La forza immaginifica del film ha vestito le parole di immagini che anticipano e disinnescano la narrazione scenica. Una difficoltà con la quale Avallone si confronta senza cercare di recuperare la verginità iconica del testo, ma traducendo l’evidenza mimetica del grande schermo nella gestualità studiata del buon oratore.

La scena si compone di pochi elementi: un tavolino sulla destra con una bottiglia, una seduta geometrica sulla sinistra, un manichino al centro, di spalle. L’attore si muove nelle tre posizioni alternando momenti lirici, sottolineati dalla musica e dalla luce spot dall’alto concentrata sul protagonista, a sequenze narrative, nelle quali il dettato accelera con qualche imprecisione.

Nonostante la difficoltà del confronto con un testo sovraesposto, nell'adattamento di Avallone spiccano elementi interessanti e originali: la presenza del manichino, unita alla narrazione prevalentemente in terza persona, crea intorno al protagonista un’attesa che lo libera dalla contingenza della cronaca per collocarlo nel tempo sospeso della leggenda. Altro elemento di pregio è la scena cruciale nella quale Novecento, fermo sulla scaletta della nave, ripensa alla scelta di scendere a terra: l’attore guarda il pubblico dai gradini del palco aprendo una dimensione metateatrale che fonde il personaggio con l’artista, la maschera con l’attore.
Un più compiuto sviluppo di queste intuizioni avrebbe potuto dare maggiore incisività a uno spettacolo comunque godibile, un tentativo non banale di riportare il testo nel luogo delle origini: il teatro.

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