Storia di Qu@Piccolo Teatro Studio Melato Milano - Gufetto Magazine

Storia di Qu@Piccolo Teatro Studio Melato Milano

L’affascinante spazio del Teatro Studio Melato sembra creato per opere come Storia di Qu, l’ultimo testo scritto da Dario Fo e Franca Rame e mai fino a oggi messo in scena, salvo la presentazione di uno studio preparatorio nell’ambito della XIV edizione di Tramedautore.

Chi ama un Teatro intelligente e diverso in cui l’allegria non esclude la riflessione (anche sul presente) ha pochi giorni (fino al 5 luglio 2015) per ammirare un gruppo di giovani e validi artisti provenienti da varie scuole - in primis la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Brera e l’Accademia dell’Arte di Arezzo - esibirsi in questo lavoro sorprendente e coinvolgente.

Il testo è ispirato al racconto La vera storia di A Q - scritto da Lu Xun all’inizio degli anni venti e pubblicato nella raccolta Grido d’allarme (1922) - che narra le tragicomiche vicende di un uomo del popolo (uno Zanni della Cina settentrionale) coinvolto suo malgrado nei principali eventi storici del suo tempo compresa la rivoluzione del 1911 che segnò la fine dell’odiata dinastia imperiale dei Quing e la proclamazione della Repubblica Cinese il 1° gennaio 1912.

Lo spettacolo è anche occasione per scoprire quest’importante scrittore e intellettuale - da molti considerato fondatore della lingua cinese moderna - nato nella provincia dello Zhejiang nel 1881 e morto dopo una vita intensamente vissuta da intellettuale di frontiera (a volte costretto alla clandestinità) a Shanghai nel 1936.

Sulla sua formazione culturale hanno inciso diverse componenti: il padre discendente di un’illustre famiglia feudale ormai in decadenza (il nonno era stato condannato a morte per corruzione), la madre contadina aveva imparato a scrivere il cinese da autodidatta, gli studi nella Cina imperiale e quelli successivi nel Giappone che si apriva all’Occidente, occasione anche per conoscere i grandi autori europei.

Il suo vero nome era Zhou Shuren e assunse lo pseudonimo di Lu Xun (Lu era il nome della madre e Xun, velocità, si riferiva al ritmo con cui la Cina doveva adeguarsi ai tempi nuovi) nel 1918 con le prime pubblicazioni. Dopo gli studi in medicina, scelse la letteratura e l’insegnamento ritenendo che infondere cultura fosse più importante che curare il corpo per far maturare una coscienza nel popolo (grazie all’origine materna conosceva bene l’apatia e la rassegnazione delle masse contadine). Negli ultimi anni - dopo le delusioni della rivoluzione del 1911 e poi del Partito Nazionalista di Chiang Kai-Shek - si avvicinò in modo dialettico al Partito Comunista Cinese senza entrarne a far parte.

 

Dario Fo e Franca Rame sono stati abilissimi nel costruire una pièce vivace, colorata e piena di sorprese innestando sul racconto di Lu Xun una serie di flash che ne percorrono la vita, le idee e i sentimenti e realizzando un quadro valido in ogni tempo e Paese in cui ben si innestano ‘sottili’ riferimenti all’attualità italiana e milanese.

 

Personaggio centrale è Qu (ottima l’interpretazione di Michele Bottini, insegnante del corso di Commedia dell’Arte alla ‘Paolo Grassi’), un buffone-emarginato che vive di espedienti avendo poca dimestichezza con il lavoro specie se faticoso, ma ottimo osservatore e portatore di una moralità e lealtà innate, quindi opposto alla falsità e alla cialtroneria dei rappresentanti del potere (il signore della guerra, il governatore e la sua concubina/sposa a volte ‘immagine’ degli attuali mass-media).

 

La fantasia perennemente giovane di Franca e Dario ha arricchito lo spettacolo con monaci volanti, anatre bianche, acrobati, ballerini, giocolieri, ma tutto sempre con significati precisi riguardo alla Cina e all’attività di Lu Xun: il governatore che delude le speranze dei contadini che lo hanno eletto ricorda la rivoluzione tradita del 1911, i falsi monaci volanti il primo e confuso apparire delle idee comuniste e lo splendido colloquio tra Qu e la ragazza simbolo della cultura con il gioco dei due linguaggi (il classico e il semplificato) si collega all’attività dello scrittore cinese.

 

La regia di Massimo Navone (direttore della scuola del Piccolo) intelligente, equilibrata e puntuale (per esempio l’uso del napoletano simboleggia le differenze fonetiche tra la Cina settentrionale e Canton, città in cui Lu Xun visse per molti anni) inserisce momenti di grande poesia come l’incontro sul lago e la scena finale.

 

Bravissimi i 25 giovani tra attori, acrobati, musicisti e danzatori e gli allievi della Scuola di scenografia di Brera che hanno creato scene e costumi ricchi di fantasia, originalità e buon gusto.

Uno spettacolo da non perdere.

 

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