Santo Genet@Teatro Menotti Milano - Gufetto Magazine

Santo Genet@Teatro Menotti Milano

Prima di raccontare quest’emozionante e originale spettacolo è giusto accennare alla Compagnia della Fortezza e al suo alto valore morale e sociale. Il nome deriva dall’essere nata e aver sede nella bellissima (vista dall’esterno) fortezza medicea di Volterra, struttura carceraria della splendida e un po’ misteriosa cittadina toscana la cui particolare atmosfera ha, forse, facilitato la sperimentazione - rara anche a livello internazionale - del teatro come strumento di recupero morale e umano dei carcerati.

Da circa 26 anni Armando Punzo - drammaturgo e regista, ma soprattutto demiurgo di questa ‘missione’ - mostra a uomini i quali spesso hanno conosciuto solo degrado, marginalità e ignoranza realtà diverse e che la cultura, se insegnata e percepita nel modo giusto e non come una sfiduciata e inutile routine, è la prima pietra di un riscatto morale e sociale sempre possibile. Una conferma della fattibilità di questo percorso è Aniello Arena (il protagonista di Reality di Matteo Garrone), attore-ergastolano a Volterra che coinvolto nella Compagnia della Fortezza ha scoperto se stesso e un mondo con valori diversi da quelli del quartiere napoletano in cui era cresciuto.

 

Nume tutelare di questa sfida non poteva quindi non essere Jean Genet la cui opera ha ispirato il coinvolgente Santo Genet andato in scena in prima nazionale il 17 ottobre 2014 al TieffeTeatro Menotti di Milano che ha anche il merito e il coraggio di averlo coprodotto insieme a VolterraTeatro/CarteBlanche.

 

Jean Genet (Parigi 1910-1986) è stato uno tra i maggiori e più discussi esponenti della cultura francese del secolo scorso avendo una storia personale che, condizionata anche da un’infanzia priva di genitori (sconosciuto il padre e subito abbandonato alla pubblica assistenza dalla madre), si è svolta tra carcere, Legione Straniera, vita vagabonda e omosessualità. Ed è in prigione (in cui è stato frequentemente racchiuso per furti) che Genet ha scritto le sue prime poesie e le bozze di un romanzo. Nei romanzi e nei drammi teatrali (alcuni come Le serve, Il balcone e I negri tra le migliori pièce del teatro francese del Novecento) i protagonisti sono ambigui, a volte violenti e corrotti e il bene e il male convivono in egual misura in ciascuno, così come probabilmente avveniva in lui.

 

Conoscere le caratteristiche della Compagnia della Fortezza e dell’opera di Genet è necessario per percepire la bellezza e la profondità del lavoro messo in scena da Punzo e non fermarsi al fascino di un ritmo e di una performance coinvolgenti.

Drammaturgicamente Punzo ha compiuto un’impresa difficile percorrendo tutta l’opera - sia letteraria, sia teatrale - di Genet e creando un testo a un tempo armonico e scandito dal ritmo delle citazioni, ma le sue qualità di regista sono emerse nell’aver saputo adattare la regia originale alle necessità del teatro frontale conservando il coinvolgimento del pubblico.

 

Santo Genet ha, infatti, esordito nell’ambito del Festival VolterraTeatro e il suo palcoscenico è stata la Fortezza medicea con il pubblico che fluiva tra i diversi ambienti in cui si svolgevano singoli momenti recitativi.

Schema impossibile in un teatro tradizionale: il pubblico è stato coinvolto facendogli incontrare gli attori già sulle scale d’accesso al foyer ed entrare in sala percorrendo un corridoio di marinai-statue (i marinai sono un simbolo frequente della poetica di Genet). In sala continue rotture dello schema platea/palcoscenico hanno reso gli spettatori coprotagonisti con un effetto di coinvolgimento che mi ha ricordato le migliori realizzazioni del Living Theatre.

Corografie e costumi baroccheggianti hanno riempito dei loro colori e delle loro simbologie uno spettacolo che ha saputo portare sul palcoscenico senza mai tradirlo (tentando di razionalizzarlo entro schemi precostituiti) lo spirito di Genet, impresa non facile come si può evincere dalla storia delle rappresentazioni dei suoi drammi.

I trentacinque attori-carcerati si sono mossi con una bravura superiore a ogni elogio ben meritando l’ovazione del pubblico che gremiva la sala.

 

L’auspicio è che burocrazia e logiche problematiche dovute alla particolare natura della Compagnia non impediscano ad altre città, e non solo italiane, di godere questo spettacolo e di usufruire del suo messaggio: la cultura è fondamentale nella vita dell’uomo ed è il migliore antidoto contro l’emarginazione sociale.

 

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