Moro@Teatro Menotti Milano - Gufetto Magazine

Moro@Teatro Menotti Milano

“Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese. Chiedo non partecipino (ndr. al funerale) né Autorità dello Stato, né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno voluto veramente bene e sono degni di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”. Sono queste terribili parole di una delle ultime lettere scritte da Aldo Moro prigioniero delle Brigate Rosse a segnare il dramma di un uomo che aveva messo lo Stato e l’interesse del popolo italiano sopra a ogni interesse personale (contrariamente a quanto, ahimè, avverrà nei decenni successivi) e a rendere tuttora attuale la necessità di conoscere la verità su quei tragici eventi che uccisero non solo uno statista profondamente onesto, ma anche la speranza di quanti (giovani e meno giovani) avevano riposto nella sua azione il sogno di un futuro e di un Paese migliore.

Moro - i 55 giorni che cambiarono l’Italia (testo di Ferdinando Imposimato e Ulderico Pesce, interpretato e diretto da quest’ultimo) ha come ‘molla scenica’ il racconto di Ciro - il giovane fratello (quindicenne quel 16 marzo 1978 quando alle 9,15 Aldo Moro fu rapito e la scorta trucidata) di Raffaele Iozzino, l’unico agente che riuscì a esplodere due colpi di pistola contro gli aggressori prima di essere ucciso - che descrive il dramma delle famiglie degli uomini della scorta (bello e commovente il ricordo di un ballo con la coetanea sorella di Francesco Zizzi, caduto in via Fani al suo primo giorno in Polizia), quasi simbolo di una generazione che aveva sperato e immaginato un futuro migliore.

 

Non si tratta, quindi, di un altro spettacolo su quella drammatica svolta della vita politica italiana (indimenticabile qualche anno fa la ricostruzione di Paolo Bonacelli attraverso la commovente lettura di stralci delle lettere di Moro dal carcere): il dramma di Moro è sullo sfondo, quello che conta è cercare di capire perché lo statista sia stato assassinato e da chi, accertato che gli esecutori materiali sono stati gli uomini delle Brigate Rosse.

 

Il testo porta in primo piano molti quesiti, ancora senza risposta, tratti dalle inchieste del giudice Ferdinando Imposimato, titolare dei primi processi sul ‘caso Moro’ e che fanno nascere il legittimo sospetto che “Moro doveva morire” perché la sua azione politica - che proprio quel 16 marzo con l’apertura del dibattito parlamentare sulla fiducia al primo governo della Democrazia Cristiana con l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano - avrebbe visto realizzarsi il primo tassello di un nuovo mosaico dalle imprevedibili (o forse troppo prevedibili) conseguenze a livello non solo italiano.

Il progetto conosciuto come ‘Compromesso storico’ cui lavoravano Aldo Moro ed Enrico Berlinguer (l’uno Presidente della DC, l’altro Segretario del PCI) - e che in qualche misura si collegava all’altra idea di Berlinguer sull’Eurocomunismo contrapposto al Socialismo reale dell’Urss - non solo avrebbe provocato una svolta a sinistra della politica interna ed economica del nostro Paese, ma, era facile immaginarlo, anche conseguenze a livello internazionale mutando lo statu quo consolidato e intaccando le reciproche aree d’influenza.

 

La morte del leader democristiano a quanto si deduce dai documenti citati e illustrati da Ulderico Pesce sarebbe stata quindi decisa ‘altrove’ e i 55 giorni che precedettero il ritrovamento dell’auto con nel bagagliaio il corpo di Moro sarebbero serviti a preparare psicologicamente gli Italiani all’evento.

Tesi suggestiva, ma che peraltro spiega incongruenze, decisioni opinabili assunte anche mei mesi precedenti, errori di conduzione dell’inchiesta (peraltro non affidata subito al giudice Imposimato come previsto dal codice di Procedura penale), falsi allarmi e una serie di altri eventi che rappresentano l’asse del racconto del giovane Ciro e che si possono scoprire assistendo allo spettacolo.

 

Dal lenzuolo che copre il corpo dell’agente Raffaele Iozzino spunta il polso con il Seiko della prima comunione: è un’immagine ricorrente e l’ora è quella dell’agguato a indicare che a quell’ora in quell’incrocio di via Fani non si è fermata solo la vita dell’on. Moro e della sua scorta, ma anche la speranza di quanti auspicavano un Paese migliore.

Un cammino è stato interrotto in quella mattina di marzo e troppi giovani di allora si sono rinchiusi nell’indifferenza e nell’egoismo, altri, di cui la madre di Raffaele può essere simbolo, muoiono attendendo vanamente la Verità dalla televisione e gli eventi d’allora e le loro cause sono sempre più remoti, sconosciuti e ignorati.

 

Ben vengano quindi gli spettacoli come questo del bravissimo e coinvolgente Ulderico Pesce cui si può anche perdonare qualche raro eccesso dovuto peraltro a una passione civile prorompente che lo porta a trattare temi difficili e scomodi (Asso di monnezza sul traffico illecito dei rifiuti o Storie di scorie sul pericolo nucleare in Italia), certamente ‘indigesti’ a chi ama ignorare la realtà rifugiandosi in musical spesso melensi e mal recitati.

 

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