L’invenzione della solitudine - Gufetto Magazine

L’invenzione della solitudine

 

La pièce - tratta dall’omonimo romanzo autobiografico scritto nel 1982 da Paul Auster (Newark, 1947), scrittore, saggista, attore, regista… insomma un intellettuale ad ‘ampio spettro’ nato negli Usa, ma figlio di ebrei polacchi benestanti e conosciuto pure con gli pseudonimi Paul Queen e Paul Benjamin - racconta quella parte della sua esistenza in cui vive con fatica i ruoli di figlio, padre (del primogenito Daniel) e marito. Sarà l’incontro con la seconda moglie che lo comprende e da cui ha una figlia a fargli spiccare il salto verso l’autostima e l’affermazione come scrittore.

 

L’opera ha la capacità di coinvolgere non solo per i contenuti che dietro un’apparente banalità rivelano, invece, momenti molto importanti nella vita di ciascuno per esempio quando con la scomparsa di un genitore, oltre a provare cosa significhi fine e annullamento dell’esistenza, ci si trova a tirare le somme della propria vita.

Momenti dolorosamente drammatici che riguardano l’iter esistenziale di ognuno quando tocca con mano cosa vuol dire la scomparsa di ancore così importanti.

 

E Paul Aster condivide con gli altri le sensazioni provate nel momento in cui, saputo dell’improvvisa scomparsa del padre, si reca in quello che era stato il suo nido durante l’infanzia e dove il genitore ha vissuto in solitudine negli ultimi 14 anni, da quando cioè si è separato dalla moglie.

Il rapporto tra padre e figlio, tuttavia, non è stato facile, anzi quasi inesistente per lo scafandro di solitudine che il genitore ha costruito intorno a sé, un isolamento radicale e una vita quasi vegetativa che può avere cause profonde, ma che lascia inappagati i bisogni del protagonista il quale sente aggiungersi al vuoto attuale quello di ciò che gli è mancato, sete che lascia traumi e ferite condizionanti il futuro.

Nella dimora in smobilitazione - anzi già venduta - palcoscenico dai panni sparsi, il disordine riflesso da uno specchio (che si trasforma anche in parete trasparente) narra lo spaesamento del disfare una casa i cui oggetti che prima ricevevano vita da chi li abitava sono morti anche loro salvo che per la cupidigia di parenti avidi di avere qualcosa e dimentichi che il loro possesso non durerà a lungo.

 

E il bravissimo Giuseppe Battiston (Udine 1968), attore di grande sensibilità ed efficacia, guidato dalla valida regia di Giorgio Gallione riesce a rendere le sfumature apparentemente contraddittorie di questo tirare le somme e frammentate da spiragli di ironica positività con cui ogni individuo cerca di consolarsi per non essere sopraffatto dal dolore, sofferenza complicata nel protagonista dal fare i conti con il suo presente in cui sta vivendo una situazione di strappo dalla prima moglie e dall’amato figlio.

Così il passato si interseca con il presente in una sorta di nemesi storica nel fluire di un racconto che diventa la confidenza di un amico il quale cosciente della fallibilità, malafede ed egoismo dell’uomo dimostra come la natura di un  cane sia superiore a quella dell’uomo.

 

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