L’Avaro@teatro Carcano Milano - Gufetto Magazine

L’Avaro@teatro Carcano Milano

 

Arturo Cirillo regala al Teatro una delle più belle letture de L’Avaro, un classico che ha affascinato moltissimi attori e registi indipendentemente dalla loro fama e grandezza.

Riuscire a metterlo in scena senza restare prigionieri di uno stereotipo di allestimento, regia e recitazione apparentemente fedeli all’ambiente e alle parole (realizzando uno spettacolo senza originalità e quindi noioso) oppure senza stravolgerlo per contestualizzarlo (a volte perdendone o travisandone lo spirito) è impresa non facile e rivela una profonda conoscenza non solo dell’opera di Molière, ma della cultura e degli uomini.

 

L’Arpagone di Cirillo è la raffigurazione dell’avarizia (se Gustave Doré avesse avuto la fortuna di vederlo lo avrebbe probabilmente ripreso per illustrare il relativo girone dantesco): rinsecchito più che vecchio, ricoperto da una sdrucita palandrana nera, con i capelli bianchi incolti e fisicamente ripiegato su se stesso quasi a proteggere sempre (anche quando non l’ha in mano) l’adorata ‘cassetta’ ragione e fonte di vita più del muscolo cardiaco. E, infatti, quando si accorge del furto, si accascia come un burattino cui si siano rotti i fili, il suo eloquio diviene incerto e il suo ragionare - lucido quando tiranneggia i figli - sconnesso.

 

Molière (pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin, Parigi 1622-1673) scrisse l’Avare ou l’École du mensonge tra il 1667 e il 1668 liberamente ispirandosi all’Aulularia del grande commediografo latino Plauto (oltre che ad altre commedie secentesche) e fu il primo interprete di Arpagone (settembre 1668).

Mai come nella lettura di Cirillo (coadiuvato dall’ottima traduzione di Cesare Garboli) la modernità de L’Avaro, anzi il suo essere senza tempo, risulta evidente e viene spontaneo pensare a una messa in scena che, finalmente, non tradisce lo spirito di Molière.

Le opere del grande autore francese - creatore del teatro moderno - non sono, infatti, comiche: la comicità, peraltro presente per situazioni spesso esilaranti, è uno strumento per far digerire ai vip del tempo (il re con la sua corte, i nobili e la ricca borghesia) le critiche, anzi le denunce, a volte pesanti (si pensi al Tartufo) rivolte da Molière a certi comportamenti e stili di vita e spesso il ‘lieto fine’ è inserito per poter continuare a esercitare la propria attività sul filo dell’eresia.

 

Cirillo ha sviluppato una regia e un’interpretazione rigorose senza nulla concedere alla ricerca di facili sottolineature comiche, conservando sempre la drammaticità del testo e facendo emergere la denuncia sia della perversione dell’accumulo di denaro come valore assoluto, sia del suo potere corruttivo specialmente verso i più deboli (Mariana accetta di farsi comprare da Arpagone anche se come risposta all’indigenza). In alcuni passaggi come quello degli interessi del prestito chiesto da Cleonte L’avaro sembra anticipare gli odierni giochi finanziari (forse però nulla è totalmente nuovo e lo sfruttamento del bisogno è sempre esistito).

Arpagone - spogliato da ogni orpello com’è nella messa in scena di Cirillo - appare in tutta la sua miseria: un essere che non vive e non ha nemmeno idea di cosa voglia dire vivere e che sacrifica sull’altare del denaro non solo gli affetti, ma la vita stessa dei figli considerati predatori dei suoi averi.

Vuole i servigi ma non li vuole remunerare (splendida la scena con la ‘ruffiana’ Frosina e la fuga alla richiesta del compenso), per lui spendere è un delitto e pagare una parola oscena.

 

LAvaro è un ‘classico’ perché pur senza arrivare agli estremi di Arpagone quanti sono in ogni epoca quelli per cui spendere è una tragedia e si giustificano con il dover pensare al futuro sacrificando così il presente (proprio e degli altri) a un futuro che non vivranno mai e a una dispersione certa di quanto accumulato?

 

Splendida e originale la messa in scena del ‘lieto fine’ con il crescendo musicale e l’accelerazione dei movimenti (gli effetti sono quelli di un film proiettato in modo accelerato) quasi a sottolinearne l’estraneità alla logica del testo.

Poiché l’avarizia come tutti i difetti dell’uomo è eterna, costumi e scenografia opportunamente non sono riferite a un’epoca precisa.

L’impianto scenico visualizza lo squallore di Arpagone sia mentale, sia della vita che conduce e alla quale obbliga anche i figli: il gioco dei quadrati e delle cornici (a volte mobili) diviene anche simbolo della loro prigionia.

Accanto all’eccezionale Cirillo, tutto il cast (su cui emerge la Frosina di Sabrina Scuccimarra) rispetta senza sbavature o cadute il taglio recitativo voluto dal regista.

Uno spettacolo da non perdere e per chi lo ha già visto da rivedere.

 

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