Il venditore di sigari@Teatro Litta Milano - Gufetto Magazine

Il venditore di sigari@Teatro Litta Milano

 

Nella Sala “La Cavallerizza” - affascinante e intimo spazio teatrale ricavato all’interno delle scuderie di Palazzo Litta (esempio del tardo-barocco lombardo) e sala alternativa a quella dell’antico teatro padronale - un avvincente e originale spettacolo tiene avvinto il pubblico.

Sconosciuti la pièce dal titolo Il venditore di sigari e il suo autore Amos Kamil, israeliano di nascita, ma cresciuto a New York, e dal 1986 coinvolto nei mondi del cinema e del teatro nei quali recita e scrive ricevendone numerosi riconoscimenti e premi.

In una tabaccheria un po’ retrò di una Berlino subito dopo la seconda guerra mondiale, allo scoccare delle 6.30 si presenta un cliente pretendendo precisione svizzera nell’apertura dell’esercizio commerciale e iniziando un rituale sottilmente persecutorio che va dalla richiesta ripetuta e petulante di sigari di ottima qualità (che non comprerà mai scegliendone, invece, sempre uno economico e mediocre) a frecciate e continue punzecchiature verso l’esercente: man mano che la conversazione procede ci si rende conto che si tratta quasi di un rito quotidiano, tollerato a denti stretti dal venditore di tabacchi.

Reiter, il cliente - ispirato al nonno dell’autore così come glielo raccontava sua madre - peraltro apparentemente assai parsimonioso, ma con la segreta intenzione di compiere uno sfregio e pronto ad attaccarsi all’altro come una zecca, dichiara di essere un professore universitario ebreo mentre il suo interlocutore, Gruber, è piuttosto reticente nell’esternare i fatti personali.

E intanto che da un vecchio grammofono risuonano le note di Bach, si dipana una schermaglia che pian piano finisce con il disvelare una situazione di grande sofferenza e disagio per entrambi i duellanti - interpretati splendidamente da Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza ottimo nel rendere attraverso il non detto le nuance di dolori profondi - e il dramma in una Germania postbellica di sentirsi carnefice o vittima: tedesco o ebreo.

Nel silenzio le note Mendelssohn scandiscono la fine dello spettacolo.

Sentimenti sfumati e confessi, ferite ancora brucianti, incertezze e speranze in un futuro affrontato con la voglia di sopravvivere che si è trasformata in desiderio di vivere e costruire: questo e di più si può trovare nello straordinario e profondo lavoro che avvince per l’universalità dei temi trattati e tiene lo spettatore sempre sulla corda grazie a un’ottima e appassionata regia che mette in luce con sapienza le sfumature di dolori immensi.

Un grande teatro assolutamente da non perdere!

 

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