Emilia@Piccolo Teatro Grassi Milano - Gufetto Magazine

Emilia@Piccolo Teatro Grassi Milano

A circa due anni di distanza dalla sua prima apparizione al Piccolo con Il caso della famiglia Coleman, torna ospite del Piccolo Teatro Grassi(fino al 19 aprile 2015) Claudio Tolcachir con Emilia, un dramma che riprende i temi cari al quarantenne drammaturgo, regista e attore argentino, e in particolare quello della famiglia e delle sue contraddizioni.

Tolcachir (Buenos Aires 1975) è uno dei protagonisti di quella che è definita, forse in modo non appropriato, la nouvelle vague del teatro argentino, in realtà il logico manifestarsi di nuovi ingegni che sentono la necessità di trattare tematiche nuove e antiche in modo più consono all’oggi, abbandonando un certo teatro ‘paludato’ e riferendosi, invece, a quel teatro ‘porteño’ (cioè della provincia, come è chiamato tutto quanto avviene fuori Buenos Aires) molto diverso da quello della capitale, ma più incisivo e attuale.

I testi trattano temi del quotidiano, spesso lo sbandamento psicologico dovuto a un’epoca in tumultuosa trasformazione culturale e sociale che ha fatto perdere i tradizionali punti di riferimento sostituendoli col niente. Crisi personale, della famiglia e della società sono quindi ricorrenti in Daniel Veronese e Rafael Spregelburd di cui il Piccolo - sempre attento a quanto di nuovo e di valido avviene nel Teatro internazionale - ha nelle ultime stagioni proposto con l’approfondita ed emozionante regia di Luca Ronconi La modestia e Il panico.

 

“Che senso ha fare Teatro in tempo di crisi” si è provocatoriamente chiesto Tolcachir nel recente workshop di Venezia. La risposta è la voglia di reagire, di non lasciarsi sopraffare dallo sconforto, dalle spinte autodistruttive e dall’inerzia prima di tutto morale che possono colpire chi vede crollare tutto intorno a sé come avvenuto in Argentina.

“Fare Teatro” è, quindi, la voglia di reagire, di analizzare quanto sta avvenendo e di trasmetterlo agli altri possibilmente coinvolgendoli. È quello che ha fatto Tolcachir creando in piena crisi economica, culturale e morale Timbre 4 (dalla targa sul campanello della casa in cui abita divenuta anche teatro, scuola di teatro e punto di riferimento per quanti volevano capire ed essere almeno mentalmente coinvolti) e creando spettacoli che conservano la loro carica di vitalità e denuncia anche lontano dalle case chorizo (cioè le case operaie) di un barrio popolare della periferia di Buenos Aires.

 

L’interesse di Tolcachir è la famiglia che è minata, come la società di cui è base, da forze negative che fuori controllo ne causano la distruzione.

Emilia è un percorso tra le patologie familiari e con realismo a volte crudo e con ironia mostra la sconnessione tra persone che, pur cercando con accanimento amore e comprensione, non riescono né ad amarsi, né a comprendersi, anzi si allontanano sempre più quasi bramando la sofferenza.

La famiglia non è quel ‘luogo di felicità’ desiderato, ma una prigione (ben evidenziata dalla scenografia con un ambiente chiuso e un’unica piccola porta da cui non passa nemmeno un tavolo) da cui non si esce vivi.

 

I suoi membri sono un concentrato di insicurezze e fallimenti: Leo (il figlio, anzi figliastro) è un ragazzo agitato e morbosamente attaccato a Walter di cui subisce e accetta l’alternanza tra affetto e sadica violenza, Caro (la moglie) vive in perenne catalessi e in passiva acquiescenza a un marito che non ama e che subisce per comoda inerzia e Walter è un fallimento esistenziale vivente: sposato e apparentemente uomo di successo (si è appena installato in una casa più grande) è rimasto il bambino ciccione e asociale e si esprime - come tutti i deboli che pensano di poter disporre di un potere - tiranneggiando gli altri con la sola logica del capriccio.

 

Questa famiglia è raccontata da due personaggi esterni Gabriel (primo marito di Caro, povero e forse senza lavoro, e padre di Leo) e soprattutto da Emilia che povera e sola capita casualmente nella nuova casa di Walter di cui era stata la tata. Un saluto fuggevole che si trasforma in un coinvolgimento (non partecipato e non può essere altrimenti) nella vita di Walter che si attacca a lei come quando era bambino, sperando di ritrovare il conforto di allora.

 

Emilia è un lavoro di grande intensità e tensione drammatica (a volte alleggerita da ironia) che si avvale di un nucleo di attori che recitano con una naturalezza (cui non si è molto abituati) frutto del lavoro di Tolcachir (la Compagnia è la Teatro 4 e gli attori provengono dalla sua scuola di recitazione): Elena Boggan è una straordinaria Emilia che comunica con ogni piccolo movimento del corpo e del sensibilissimo viso la sua profonda umanità e la disperazione nel vedere l’abisso che si è costruito il suo bambino di un tempo.

La recitazione in spagnolo consente di apprezzare il gioco vocale (è un’esperienza bellissima): comunque vi sono sovratitoli in italiano, molto leggibili e opportuni, ma non fondamentali data l’espressività degli attori.

 

Quello di Tolcachir è un Teatro lontano dalle convenzioni, in continuo equilibrio tra emozioni, ironia e denuncia, che lascia tracce profonde nella mente degli spettatori. Un Teatro politico nel senso più nobile del termine.

 

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