Divine Parole@Piccolo Teatro Melato Milano - Gufetto Magazine

Divine Parole@Piccolo Teatro Melato Milano

“Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat”(chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei) sono le ‘divine parole’ che concludono l’opera di Ramón María del Valle-Inclán in scena a Milano (Piccolo Teatro Studio Melato) fino al 30 aprile 2015.

‘Divine’ perché esprimono un senso profondo di misericordia e spiritualità, capaci di fermare la mano assassina di chi vuol lapidare per un concetto arcaico e ingiusto della giustizia. Le parole, però, sono sempre ‘divine’ se sono espressioni che permettono all’essere umano di interrogare la propria coscienza, arricchire la mente e lasciare una traccia, anche lieve, che possa essere di aiuto agli altri.

 

È il significato profondo di quest’opera cupa e affascinante, intrisa di quello spirito spagnolo che sembra sempre dialogare con la morte o rapportarsi a lei (si pensi ai grandi classici della letteratura, della pittura o del cinema).

Spirito che scorre sottotraccia in tutta l’opera di Ramón María del Valle-Inclán (Villanueva de Arousa, 1866 - Santiago di Compostela, 1936), uomo eccentrico e narratore, poeta, drammaturgo e personaggio centrale per la cultura iberica.

 

Valle-Inclán inizia a scrivere nell’ultimo decennio dell’Ottocento, anni in cui la Spagna - sconvolta dalla fine del secolare ruolo di potenza mondiale per la perdita anche delle ultime colonie e da una realtà opaca - s’interroga sulla propria identità.

I grandi movimenti culturali (naturalismo, impressionismo e simbolismo) che caratterizzano la cultura europea a cavallo tra ‘800 e ‘900 lo affascinano incidendo sulla sua opera letteraria in cui fonde sensualità e morboso misticismo, caratteri che si ritrovano in Divine Parole e in tutti i testi teatrali rivoluzionari nello statico e rassicurante Teatro spagnolo rivolto a un pubblico conformista e appagato da pièce o melodrammatiche, retoriche e moraliste o brillanti ed eleganti che riproponevano a volte con satira benevola la società borghese cui apparteneva la maggior parte del pubblico.

 

Il teatro di Valle-Inclán è invece caratterizzato da quello spirito ancestrale e ‘barbaro’ - come lui stesso lo definì nel 1907 con le due prime Comedias bárbaras - che è in Divine parole (pubblicata su un periodico nel 1919), ambientata come molte sue opere in una Galizia di fine Ottocento rurale e arcaica (ben diversa dalle idealizzazioni dell’immaginario cittadino) in cui dominano miseria, avarizia, lussuria e ipocrisia. 

La vicenda è semplice e lineare: è lo scontro tra due famiglie, o meglio tra due donne (la moglie e la sorella del sacrestano Pedro Gailo) per ereditare il carrozzino (in cui c’è un nano idrocefalo) dell’altra sorella di Pedro. Non è la pietas che muove le due cognate, ma il desiderio di lucrare elemosine. Oltre all’odio reciproco perché le due donne sono agli antipodi: bigotta, perbenista e ipocrita Marica (la sorella), vitale, allegra e sensuale Mari-Gaila (la moglie).

Il povero Pedro Gailo oscilla tra i tradimenti della moglie e gli insulti della sorella che lo incita a uccidere la donna per salvare l’onore della famiglia. Per quanto di animo gentile e sinceramente religioso anche lui porta in sé i caratteri negativi di una società di violenti ed emarginati arrivando quasi a violentare la figlia.

Diametralmente opposto - i due personaggi traggono quasi vita l’uno dall’altro - è Séptimio Miau, vagabondo, ladro, reduce dal carcere, forse ricercato e assassino, personificazione del Male, anzi del Demonio, che percorre tra le paure e l’attrazione della gente le fangose strade della campagna: è lui che innesta la catarsi finale conclusa dalla citazione evangelica.

 

Testo difficile, quasi più adatto a una versione filmica che al palcoscenico, ottimamente reso dal giovane regista Damiano Michieletto (nato nel 1975 e al suo debutto al Piccolo, ma già molto noto all’estero per le regie di opere liriche) con una geniale intuizione scenografica: una distesa di fango chiusa sullo sfondo da uno spazio chiesa/sacrestia bianchissimo e luminosissimo e le varie sequenze scandite da una parete metallica che di volta in volta scende dall’alto.

 

Il fango è l’allegoria del mondo in cui si muovono i diseredati, gli ultimi, i reietti della società ai quali non è data alcuna possibilità di redenzione (Pedro Gailo tenta di creare una passerella - tipo acqua alta veneziana - verso la salvezza della Fede), ma in cui anche se Dio è assente (c’è la chiesa, ma manca il sacerdote), c’è la ricerca di qualcosa che vada oltre la miseria della propria condizione.

La lettura di Michieletto è più pessimista del testo originario: le ‘divine parole’ non fermano il linciaggio, ne cambiano l’obiettivo che diviene chi pronunciandole può scardinare schemi conosciuti e rassicuranti.

 

Oltre due ore di spettacolo - seguite dagli spettatori in modo a volte perplesso, ma sempre teso, concluse da lunghi, ripetuti e calorosi applausi al regista e ai quindici attori (tra professionisti e allievi della scuola del Piccolo) che si sono misurati con un testo non facile e in condizioni certamente difficili.

Divine parole può piacere o non piacere, ma chi ama il teatro deve ringraziare il Piccolo per aver offerto l’opportunità di conoscere Valle-Inclán, figura quasi ignorata in Italia anche se questo testo era stato pubblicato da Einaudi nel 1974 su indicazione di Paolo Grassi e portato in scena nello stesso anno da Franco Enriquez.

 

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