Amadeus@Teatro Elfo Puccini Milano - Gufetto Magazine

Amadeus@Teatro Elfo Puccini Milano

Simpatico protagonista di Amadeus è Venticello (interpretato con equilibrio da Elisabetta Mazzullo) che trasmette dicerie, voci, pettegolezzi inevitabilmente esistenti in ogni ambiente e più che mai in quelli come le ‘corti’ prevalentemente formate da persone che poco o nulla hanno da fare salvo l’occuparsi dei fatti altrui e coltivare amicizie, odi e trame per affermare il proprio ruolo e potere a volte più immaginari che reali.

D’altra parte un ‘Venticello’ è all’origine dei fatti più o meno leggendari, certamente mai provati, di Amedeus: infatti nei Quaderni di Conversazioni che Beethoven ormai sordo utilizzava con i suoi interlocutori è contenuta l’affermazione attribuita a Salieri (di cui Beethoven era stato allievo) “Sono io l’assassino di Mozart”. Sembra che Salieri abbia pronunciato questa frase nel 1803, anche se generalmente è posticipata di una ventina d’anni quando ormai anziano e gravemente malato non era più lucido.

Il grande scrittore russo Aleksandr Sergeevič Puškin mise la presunta autoaccusa di Salieri al centro di una ‘Piccola tragedia’ da lui scritta nel 1830 e incentrata sull’invidia del compositore italiano nei confronti del genio salisburghese: il titolo in origine era, infatti, Invidia mutato successivamente in Mozart e Salieri.

 

Al testo di Puškin si é ispirato il drammaturgo inglese Peter Shaffer scrivendo nel 1978 Amadeus (la versione definitiva è del 1981), la pièce in scena all’Elfo Puccini e prodotta dal Teatro Stabile di Genova e dalla Compagnia Gank.

Grazie anche all’omonimo bel film (anche se un po’ sopravvalutato dagli otto Oscar conquistati) di Miloš Forman (del 1984 con Murray Abraham-Salieri e Thomas Edward Hulce-Mozart) si può dire che Beethoven abbia (involontariamente) realizzato l’aspirazione del suo Maestro di essere conosciuto e ricordato per sempre: senza il dramma di Shaffer e il film di Forman pochi oggi, salvo gli appassionati di musica, conoscerebbero il compositore veneto.

 

Nella realtà Salieri e Mozart vivevano nello stesso ambiente viennese e tra i due la collaborazione si sarà alternata agli ‘sgambetti’: probabilmente si sopportavano senza amarsi, né poteva essere altrimenti considerate non solo la differente genialità delle loro composizioni, ma anche la profonda diversità di carattere e di educazione.

 

Antonio Salieri (Legnago 1750-Vienna 1825), compositore di Corte, autore di successo e di buona qualità musicale, sostanzialmente accademico (anche se meno di quanto appare dall’opera di Shaffer), nei modi, nel linguaggio e nella musica perfettamente integrato all’establishment avrebbe trascorso una vita di soddisfazioni se non avesse avuto la sfortuna di ‘inciampare’ in Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (Salisburgo 1756-Vienna 1791) - che spesso amava firmarsi Amadeus - un genio musicale di quelli che nascono raramente, cui peraltro corrispondeva un uomo infantile dai modi eccessivi e spesso volgari, sostanzialmente ingenuo e non attrezzato contro i sottili veleni di Salieri e dei cortigiani.

 

Nel dramma la figura centrale è Salieri, musicista certamente non geniale, capace, però, di riconoscere il genio e di capire fin dalla prima volta che ha ascoltato la musica di Mozart che non lo avrebbe mai potuto eguagliare, di qui frustrazione e umanissima invidia.

Il lavoro di Shaffer - giocando sulla gelosia dell’uomo socialmente potente, brillante musicista e conscio di essere lontano dalla genialità - richiede un interprete che ne sappia rendere l’ambiguità psicologica.

Tullio Solenghi (Salieri) rivela notevoli qualità drammatiche che sa unire a una sottile ironia in un’interpretazione mai sopra le righe e con una grande capacità di passare dai monologhi-riflessioni (quasi un dialogo diretto con il pubblico) a scene di dialogo che paiono una declinazione del monologo.

 

Suo antagonista il Mozart di Aldo Ottobrino che ben rende - salvo qualche, anche se raro, passaggio sopra le righe - le contraddizioni di Mozart: caratteriali, psicologiche (il tormentato rapporto con il padre e con Salieri che a tratti ne diviene una proiezione viennese, o l’instabilità sentimentale anche verso l’amata moglie Costanze) e sociali.

 

Mozart, e lo testimonia la sua musica, era oltre il suo tempo e oltre la società imbalsamata della corte viennese (ben rappresentata da Roberto Alinghieri-Barone wan Swieten e Andrea Nicolini-Conte Orsini Rosemberg, mentre l’imperatore Giuseppe II di Davide Lorino ricorda più un Borbone del Regno di Napoli che un Asburgo-Lorena) e indubbiamente come tutti i grandi artisti percepiva il nuovo allora rappresentato dagli aneliti di libertà prodromi della Rivoluzione Francese: si pensi alla portata innovativa, ma anche politica, di opere come Il flauto magico o il Don Giovanni, caratteristica della musica mozartiana sorvolata dalla - peraltro ottima - regia di Alberto Giusta.

 

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