FRINGE FESTIVAL - Gufetto Magazine

TRE TERRIERI@Roma Fringe Festival: divertenti giochi di potere

Viene proposto al Roma Fringe Festival “Tre Terrieri” – La politica della terra”, ancora in scena oggi, 27 giugno alle 20.30.
La trama racconta delle gesta di tre fratelli che si ritrovano a gestire la fattoria di famiglia dopo la morte dei genitori: ognuno cercando di far prevalere la propria idea fra litigi, incomprensioni, trame oscure e battute in un dialetto inventato che, se pur distante dal linguaggio tradizionale, rappresenta alla perfezione il pensiero dei protagonisti.

Doppiopetto (Angelo Sateriale) si mostra pieno di se, convinto che la sua mente illuminata sia l’unica in grado di governare alla perfezione la fattoria in un’ottica berlusconiana di un solo uomo al comando in grado di stravolgere la consuetudine, ma che allo stesso tempo deve guardarsi dai nemici pronti a sferrare il colpo decisivo per toglierlo dal centro della scena.
Water (Fulvio Maura) è il fratello che vorrebbe ma non può, che alterna momenti di decisionismo e altri di insicurezza, sempre pronto a dire di sì a chi assiste “dall’alto”, intento a svoltare a sinistra, ma che sul più bello torna sui propri passi e rimane al centro: incarnerebbe alla perfezione il modo di agire del Partito Democratico. E infine Taveggio (Roberto Di Marco) il fratello più piccolo, quello che vorrebbe stravolgere tutto con l’utilizzo della “rete”, che si incazza e sale sui tetti a protestare, che immedesima il pensiero del Movimento 5 Stelle.

I veloci giochi di parole riconducono a ragionamenti politici: la fattoria deve essere gestita, le galline, viste come il popolo, governate e “l’uomo del colle” non smette mai di ricordarlo. Fra possibili alleanze, promesse e ricatti i tre fratelli provano ad unirsi per governare al meglio. Si adattano così, in un contesto surreale, i recenti fatti politici non attraverso una satira vera e propria, quanto attraverso un linguaggio “terra terra” che ripropone alla perfezione il torbido e insipido spettacolo politico cui assistiamo da oltre vent’anni.
Ispirato alle suggestioni che già utilizza George Orwell ne “La Fattoria degli animali”, si ripetono fatti, dialoghi e ragionamenti per far capire al pubblico la differenza di pensiero e di agire dei tre fratelli. Spicca una scenografia unica, rustica che rappresenta la casa dove essi vivono, composta da due sedie, un tavolo, due comodini, un telefono e, alle spalle, il ritratto dei genitori che osservano le gesta dei propri figli e che nel corso dello spettacolo viene illuminato di verde, bianco e rosso.

Una commedia ben fatta e ben recitata, dal forte carattere grottesco e da una comicità pungente: gli interpreti sul palco sono affiatati e danno il meglio di sé rappresentando con precisione il momento politico che vive il nostro Paese. Calzante la scena finale in cui Doppiopetto, messo alla porta, rientra dalla finestra, un atteggiamento tipico della nostra classe politica che non va mai in pensione ed è sempre pronta a riciclarsi in ogni contesto, epoca e situazione.
 

HOLE@Roma Fringe Festival: confuse perversioni

Hole va in scena al Roma Fringe Festival per raccontare una perversione: quella dei Glory Hole, i buchi sui muri diffusi nei bagni di locali e discoteche equivoci, attraverso i quali soprattutto una certa parte del mondo omosessuale, cerca di trovare un piacere effimero per poi ritornare, nella maggior parte dei casi, nel proprio comune squallore una volta consumato l’orgasmo con persone che non vedranno mai.

In una discoteca equivoca, un ragazzo si rifugia nei bagni e nei buchi della perversione per dimenticare il ragazzo che l’ha lasciato da poco. Un pazzo lo bloccherà nel bagno e lo torturerà, riuscendo quasi a fargli superare la delusione d’amore.

L’argomento dei Glory Holes, già di per se ostico, non aiuta la messa in scena che risulta confusa e esasperata, colma di luoghi comuni sul mondo gay, di un certo mondo gay, che esiste e che non merita tanta rappresentazione: quello delle discoteche con la musica sparata, dei baristi infoiati, dei clienti più improbabili (da ragazzini in crisi amorosa a travestite improbabili e alcoliste) che escono da bagni dove si smarrisce tradizionalmente la propria dignità.
Il tutto è condito in una cornice roboante: la recitazione è volutamente sopra le righe, punta alla esasperazione ed estremizzazione dei personaggi, finendo quasi per ridicolizzarli. Regia frettolosa, trama inconsistente e recitazione spesso fuori tempo. L’ambientazione “americana” degli anni 80/90 non aiuta ad avvicinare la tematica all'attualità, ma sembra piuttosto svilirla e allontanarla dall'immaginario moderno (quando invece la pratica dei glory hole è tutt’ora diffusa).

Ma soprattutto, non si riesce a percepire il messaggio di fondo. Quale cambiamento può instillarsi nell'anima di chi si perde in questi ritrovi degenerati e scopra peraltro che il tanto amato ragazzo è perverso come lui? Il rifugio in una condizione di schiavitù con un master posto al di là del muro è davvero la soluzione? Lo spettacolo non sembra rispondere alla domanda lasciando tutto in sospeso, si perde in ambigui elementi metaforici fuori contesto quali la rosa bianca, il thè e il coniglio (sembrerebbe un richiamo alla simbologia di Alice nel paese delle meraviglie se non fossero gli elementi della storia d’amore tradita ) che compaiono dallo stesso glory hole senza un reale significato (o senza che si riesca a coglierne chiaramente il nesso).

La coraggiosa scelta di raccontare dei Glory Hole non è sbagliata di per sé, almeno a mio sommesso avviso, perché richiamano (impropriamente e neanche troppo da lontano) una certa letteratura di genere (e si risale a Tondelli) dove si utilizzavano i luoghi della perversione gay come un rifugio di anime profondamente desolate e sole, figure portatrici di drammi così alti che non potevano essere superati senza prima perdersi (e a volte senza ritrovarsi affatto, pensiamo a “Camere Separate”). Qui invece il dramma del giovane gay abbandonato/tradito dal fidanzato è ben poca cosa da giustificare il ridursi a schiavo di qualcuno al di là di un muro, qualcuno che, al di là delle torture, sembra capirlo e considerarlo più di un fidanzato fedifrago. Forse andrebbe data dignità al tormento del giovane dandogli ben altro pane, scavando nella sua psiche approfondendo più i personaggi di contorno, abbassando la musica e mostrando dove finisce la perversione e comincia il tormento che spinge a scelte degenerate.

Uno spettacolo quindi da ripensare in un’altra chiave e con elementi che portino attualità, trama ed elementi su cui riflettere, senza banalizzare un mondo gay già abbastanza mortificato nelle sue esteriorizzazioni più spinte.
 

ULTIMA FERMATA: SI VA IN SCENA@Roma Fringe Festival – Un’interpretazione ci salverà!

Tenero, spiritoso ed infine, commovente: “Ultima fermata: si va in scena” si presenta così agli spettatori del Roma Fringe Festival 2014 a Villa Mercede (San Lorenzo).Ancora una volta sulla scena la Shoah, ancora una volta al Fringe il tema della Memoria, della deportazione, rievocata cercando spunti nuovi, diversi da quelli documentaristici de “I bambini del Ghetto” e lambendo i difficili confini dell’ironico, come già in “Memoria”.

In questo “Ultima fermata: si va in scena” Cristian Izzo ci racconta di due fratelli napoletani ai quali è stato dato lo stesso nome, deportati in Germania in quanto autistici quindi “indegni di vivere” per la retorica nazista. I due nel treno che li condurrà a morte certa “giocano al teatro” improvvisando sketch comici. Rievocano così la madre che ha insegnato loro a recitar per nascondere il più possibile le loro “particolarità”. Ma il rumore del fischio di un treno che intervalla l’immaginario gioco dei due e la voce di un controllore riporta i due fratelli alla loro triste realtà, senza che però se ne sveli la sorte.

Intrisa di “napoletaneità”, questa commedia dolce-amara ha il punto di forza nella leggerezza non banalizzante con cui viene trattato il tema della deportazione che resta come un cupo sfondo sulla scena la quale si colora, invece, dal gioco meta teatrale dei due bambini. Questi, attraverso il teatro compiono una vera e propria astrazione da quella realtà di cui intuiscono la pericolosità senza pienamente comprenderla.
Il rifugio nel teatro è dunque speculare al conforto dell’ abbraccio della Madre, rievocata all'interno di una cassa posta al centro della scena, intorno alla quale i due figli costruiscono i loro sketch che appartengono alla tradizione defilippiana. Spiritosa, Maia Salvato nei panni della madre, fa ridere e un po’ commuovere: partecipa ai giochi dei figli mettendoli però anche in guardia da quel mondo di “soldati” che non appartengono al teatro (come più volte ripetuto).

Interessante la scelta registica della cassa al centro della scena da cui spunta la madre (che molto intelligentemente non ne esce mai fuori): è l’emblema dell’immaginario dei ragazzi, ed insieme il fulcro di svolgimento della piéce. Gli attori la sfruttano al meglio, sedendoci intorno o dentro, entrandone e uscendone continuamente, dando quasi l’idea che si tratti di uno spazio fisico reale, mentre altro non è che la prospettiva del loro immaginario. Una scelta registica felice e semplice. Rimanda agli armadi in cui si custodisce la propria fantasia, al cassetto dove si affidano i propri sogni.

Izzo e Salvato danno il meglio di sé negli sketch comici, allegri di una semplicità disarmante tutti improntati ai giochi di parole, dove il dialetto è un’arma in più che rende tutto spontaneo, anche se già visto. Leggera e scanzonata, la recitazione di Izzo, Angelotti e Salvato non tradisce le attese di chi cerca un sorriso in una grande tragedia di sfondo, una speranza del buio della Storia, un divertente affidamento alla fantasia per sfuggire a quel reale che spesso ci fa davvero tanta paura.
 

I BAMBINI DEL GHETTO@Roma Fringe Festival: Sogni Spezzati

È andato in scena, all’interno del Roma Fringe Festival (che si svolgerà fino al 13 luglio), lo spettacolo “I bambini del Ghetto”, un nuovo commovente spettacolo sul tema della Memoria e dell’Olocausto.

16 Ottobre 1943: i bambini del ghetto di Roma, nonostante l’imperversare della guerra, provano a svolgere la normale vita quotidiana tra giochi, risate e dispetti con l’animo e il volto segnato dalle difficoltà che un conflitto mondiale porta sulla pelle degli innocenti. Il loro legame indissolubile viene interrotto in una delle pagine più buie della storia del novecento; in quel triste giorno le truppe nazi-fasciste entrarono nel ghetto di Roma e deportarono migliaia di donne, uomini e bambini che avevano come unica colpa quella di essere di religione ebraica.

La vera storia dei bambini vittime del rastrellamento è il tema di questo toccante spettacolo che, in occasione dell’anniversario della Shoah avvenuto il 27 Dicembre 2013, vuole dare un ulteriore contributo al tema della Memoria intrecciando passato e presente raccontando le strazianti storie vissute da quattro bambini nei campi di concentramento, i toccanti legami instaurati tra loro, per poi passare in un presente mai avvenuto. Quattro dei cinque attori rappresentano i bambini da adulti attraverso monologhi struggenti in cui si racconta con trasporto i sogni spezzati di ognuno: fanno da cornice le foto di repertorio proiettate sullo sfondo del palco, canti religiosi, musiche malinconiche intonate dalla tastiera di Francesco Paniccia e lettere inviate dai genitori sopravvissuti allo sterminio che non hanno mai perso la speranza di ritrovare i loro bambini ancora in vita in qualche parte del mondo.

Scenografia essenziale in cui spicca sul palco una panca avvolta da un telo di lino, ben riuscita la volontà di raccontare i sogni di vite spezzate dalla barbarie dell’uomo, e ben recitato da tutti gli attori: un’opera ben fatta che tratta con la dovuta importanza un tema storico che ha segnato la vita di milioni di persone e che non va mai smesso di ricordare specialmente dalle nuove generazioni, nonostante da più parti si tenda con ignobile crudeltà e con pochezza culturale a far finta che nulla di tutto ciò sia mai accaduto.
 

MEMORIA@Fringe Festival: un sorriso nel buio dell'Olocausto

Il Fringe Festival di Roma, a villa Mercede propone fra i suoi semini finalisti “Memoria”, una produzione della Solot, Compagnia Stabile di Benevento che porta in scena la tragedia della Shoah ispirandosi alle vicende di Kurt Gerron celebre attore austriaco ebreo, morto ad Auschwiz dopo aver girato un lungometraggio nazista sulla vita nei campi di sterminio.

Un maresciallo dei carabinieri si trova costretto a far deportare in Germania due abitanti del suo paese: uno si offre volontario nella speranza di trovare la moglie prigioniera in uno dei campi di sterminio, l’altro è “lo scemo del paese” e per questo candidato ideale per le velleità di pulizia etnica nazista. Nel tentativo di salvarli anche il carabiniere finirà al campo; qui maturerà un’amicizia che andrà oltre le atrocità subite e nonostante un tragico epilogo.

Sebbene il tema di fondo sia la tragedia della deportazione rievocata con rispetto, la vicenda messa in scena ruota attorno all'amicizia dei tre italiani, interpretati da Rosario Giglio, Antonio Intorcia e Massimo Pagano. Dal loro rapporto bonariamente conflittuale derivano i piccoli sketch comici che puntellano uno spettacolo che, solo per la tematica, non si presterebbe ad alcun accenno comico.
L’intero impianto drammaturgico, di fatto, si trova a conciliare gli aspetti più cupi della deportazione, con gli spunti comici legati al vissuto dei tre nel campo di sterminio. La messa in scena finale dello spettacolo natalizio da parte dei tre, per i nazisti è l’emblema di questa paradossale impossibilità per gli stessi improvvisati attori di unire il comico con la tragedia, finendo per sottolineare ancora di più la portata tragica della vicenda.

Eppure si trova lo spunto di sorridere, perché il sorriso è quello bonario sulla Umanità (soprattutto quella italiana) che si difende dalla Disumanità (tedesca, esacerbata ed esasperata) attraverso una solidarietà fraterna più volte sottolineata ("Ora siamo noi la tua famiglia") che ci rende vivi e non “già morti” come in un campo di concentramento. Lo spettacolo risulta per questo gradevole e finanche didascalico, punta al concetto di famiglia (temi cari alla retorica italiana) e di speranza sottolineando la necessità della nascita di un "Uomo nuovo". A tratti,però procede lentamente e sicuramente manca un quarto personaggio per riempire alcuni vuoti teatrali riempiti da voci fuori campo o da dialoghi lasciati all'immaginazione.

Particolarmente toccante l’interpretazione di Massimo Pagano, lo scemo del paese: preciso nelle battute, spiritoso e mai banale: in lui l’aspetto tragicomico dello spettacolo trova massima espressione: pur essendo quello più esposto alla furia nazista è anche il personaggio più delicato, quello cui ci si affeziona di più e quello più approfondito, che racchiude tutta l’Umanità perduta, quella spontaneità dell’Uomo che la storia non è riuscita, per fortuna a cancellare almeno non nella Memoria di chi l'ha conosciuto.
 

ZITTO!@Roma Fringe Festival: fra oscure perversioni e voluttà poetiche

Portare un Horror a teatro non è facile . Ci provano con un discreto successo Giovanni Giudice e Mariano Riccio con “Zitto!” all'interno della cornice del Roma Fringe Festival, nel cuore di una notte che sostiene agevolmente le atmosfere gotiche e inquietanti del testo proposto in scena.

“Zitto” racconta di un omicidio efferato e sadico, letto quasi come un deciso colpo di spugna di quelle figure languenti e fastidiose della nostra società, racchiuse nella figura di uno straniero, un rom, un “diverso” caratterizzato come ostile, sporco, disturbatore, fedifrago “un parassita” si dirà, che irrompe letteralmente nello spettacolo, in una geniale intuizione meta teatrale iniziale. Un’intuizione che fa sobbalzare. Che ci fa entrare subito in un piccolo incubo ben confezionato, dove il killer, un accalorato Mariano Riccio, con arte affabulatoria degna di un “Dexter”, fa entrare l’ignara vittima nella sua trappola e fa entrare tutti nella sua testa, nei suoi pensieri farneticanti e colmi di riferimenti biblici e poetici (non ultimo Baudelaire) alla base dei suoi gesti immorali.

Sebbene l’horror si riconduca facilmente a cliché di genere (la follia delirante del killer, le atmosfere buie, i rapporti ambigui fra vittima e carnefice, la musica spettrale di sottofondo) diversi sono i punti di forza di questo spettacolo davvero da non perdere.
Innanzitutto un testo che definirei “elegante”, non scontato anche se attinge da una letteratura di genere piuttosto conosciuta e inevitabile. Mescola però abilmente la scarna trama con diverse citazioni letterarie, con accortezza, senza troppo eccedere. Lascia poi nell’aria più di una domanda morale che aleggia durante lo spettacolo “Si può arrivare a tanto?”, “Il nostro odio può arrivare a tanto?”. L’avversione per la vittima, instillata già dall’inizio, si trasforma poi in pietà e forse, se c’è stato, l’intento di questo testo è indurci a chiederci quale tipo di odio coviamo nel nostro cuore per quelle che riconosciamo come le storture della società, quegli uomini e donne che ciondolano per le strade, che tentano di fregarci, di rubarci ciò che è nostro e che meriterebbero di essere punti. Ma quale punizione peggiore è quella della sofferenza gratuita? Il testo scava quindi nella nostra umanità, riportandola alla luce, guidata dalla pietà per l’Uomo, indipendentemente dalla sua natura, e ciò vale sia per la vittima che per il Killer, immagine del Male.

Il secondo punto di forza è la regia: attenta, curata nel dettaglio: dalle suppellettili di scena (fondamentale il pianoforte centrale) sui cui però non si raccolgono sempre tutte le luci; bella la scelta di inserire il fumo di scena e azzeccate le musiche: tutto è congegnato attentamente per evocare quelle atmosfere horror che a teatro sarebbero difficili da ricreare, ma che sono funzionali alla trama e agli aspetti “mistici” più volte richiamati sulla scena (a partire dalla Bibbia fino alla predilezione del colore nero dei vestiti e del pianoforte).

Perfetta l’interpretazione di Mariano Riccio, uno dei migliori finora visti al Fringe,a parere di chi scrive: fa sobbalzare, ci inquieta, grida e strepita e sbatte i pugni mai a caso, mettendo in scena una lucida follia ben rappresentata, quella di un malato di Male che ha bisogno di sfogarsi con rabbia per esprimersi, quasi come farebbe un poeta maledetto, con un inchiostro fatto di sangue e di roboanti voluttà poetiche.
 

IL FULMINE NELLA TERRA-IRPINIA 1980@ Fringe Festival: dal sisma alle superficialità italiane

In scena al Fringe Festival 2014, “Il Fulmine nella terra – Irpinia 1980”, un bel testo di Mirko di Martino, messo in scena come monologo da un bravo Orazio Cerino.

Doloroso, intenso, a tratti sfibrante. Così si presenta “Il Fulmine nella Terra” uno spettacolo, patrocinato dal Festival Internazionale del Cinema di Giffoni Valle Piana, che vuole ricordare uno dei più violenti terremoti che la nostra Storia ricordi, quello che devastò l’Irpinia il 23 novembre 1980, attraverso un approfondito spaccato di vita italiana, quei lontani anni ’80 così apparentemente lontani per tecnologia,organizzazione, presenza dello Stato, e invece così incredibilmente vicina nelle inadeguatezze, da lasciarci rammaricati e senza parole.

Il pregio di questo spettacolo è la conservazione della memoria ed insieme la sua riscoperta: il Passato ci racconta molto del nostro presente, ed è più strettamente collegato all’Italia di oggi di quanto si pensi, tant’è che, non a caso, lo spettacolo si apre con le telecronache sportive dell’epoca, così vicine a quelle attuali dei Mondiali.

Questo spaccato degli anni 80, dicevamo, ci viene rappresentato attraverso una ricca raccolta di documentazione d’epoca,filmati,testimonianze, estratti di cinegiornali, raccontati con cura e con un certo velo di ironia disillusa da Orazio Cerino, che non disegna l’uso dell’accento, che personifica gli autori di quelle frasi, di quei ricordi impressi per sempre in una lancinante rievocazione. Cerino fa sue le parole di gente comune e capi di stato, cambiano accento, modulando la voce, mutando registro dal comico all'ironico, senza mai troppo esagerare, lasciando che ci scappi qualche risata e diversi momenti di commozione.

La narrazione del terremoto è intensa, scioccante. Non solo per l’atrocità dell’avvenimento, quanto per l’esatta convinzione che si matura durante lo spettacolo, che a tali disastri non ci si è ancora del tutto abituati, che la storia è ciclica, “che si vince e si perde” come sottolinea più volte Cirino, come nel calcio e nella vita. E che le tragedie si ripetono, a volte rinnovando gli stessi errori: dall'organizzazione dei soccorsi, alla lenta risposta umanitaria, dagli aiuti apprestati disordinatamente passando alla mortificazione di un popolo che la stessa Italia stenta a riconoscere, un patrimonio umano, quello del sud spesso lasciato a se stesso, negli anni 80 come, a volte, ancora ai nostri giorni.

Cirino, che passa da una recitazione scandita e martellante del telegiornale a quella ironica del narratore moderno, suscita non poca commozione. Particolarmente toccante la descrizione dei luoghi dell’Irpinia e l’ironia sulla scarsa conoscenza delle zone colpite dal sisma da parte dei governi locali (probabilmente impossibile al giorno d’oggi): l’immagine che ne deriva è quello di un’Italia povera, che a stento riconosce le proprie strade, un ‘Italia che impazzisce per Heather Parisi alla Tv e canta Miguel Bosè (si sprecano sorrisi nostalgici per la loro rievocazione), o balla i ritmi della Disco Music. L’immagine di un Paese che muore e che vive fra incontri istituzionali con la Thatcher e incredibili defaillance geografiche dei soccorritori. Un’Italia inadeguata.

Lo spettacolo ci mostra questo e ci induce chiedere cosa è davvero cambiato? Forse nulla. Forse siamo ancora, sebbene con qualche differenza e potenzialità comunicativa in più, un Paese che fa difficoltà ad organizzarsi, che è schiavo di piccoli pregiudizi e inefficienze, che scappa dalle situazioni di pericolo, che allontana i suoi figli lontano, lasciando qui tutto com’è, in macerie. “Il Fulmine nella terra” finisce dunque per essere una rievocazione del passato e incredibilmente anche del Presente, un fulmine a ciel sereno sulla superficialità nazionale.
 

IN PUNTA DI PIEDI SUL FILO DELL'IRONIA@Fringe Festival: riflessioni sull'Attore

Nonostante le minacce di un ennesimo temporale, è andato in scena nell'ambito del Roma Fringe Festival  2014 a Villa Mercede "In punta di piedi sul filo dell'ironia", di Anita Giovannini, secondo atto di un trilogia, ispirato al dialogo mancato di Tabucchi "Il signor Pirandello è desiderato al telefono" in replica il 20 giugno 2014

Sul palco la stessa autrice, Anita Giovannini, a dialogare animatamente con Federico Bettini sulla figura dell'attore, non tanto sul suo ruolo all'interno della società, quanto piuttosto su quello che dell'attore è il personale sentire, su quanto lo accomuna a chi attore non è, sulla fatica e le difficoltà che a volte non possono non condurre al "chi me lo ha fatto fare", o piuttosto nel caso dei due al "chi te l'ha fatto fare".

Mentre sullo sfondo vengono proiettate immagini e filmati di artisti che sono stati d'ispirazione, i due protagonisti si dividono il palco, rappresentando e volutamente esasperando due modalità opposte del fare teatro: intimista e di estrema riverenza ai classici e al passato quella di lui, innovativa e tutta volta a far emergere un corto circuito emozionale quella di lei. Si va allora da Frescobaldi a Lou Reed ognuno seguendo le proprie corde alla ricerca della "presenza di un'assenza".
La dimensione meta-teatrale consente di mettere in scena una disanima degli stereotipi attribuiti alla persona dell'attore, che poi non sono altro che le caratteristiche umane universali: la vanità, l'instabilità, l'essere abitati da "una moltitudine di gente". I riferimenti letterari e musicali sono dei più vari, dall'ovvio Pessoa al Piero Ciampi con la sua carrellata di "tutte le carte in regola" per essere un artista.
Mentre durante la rappresentazione il maggiordomo Jean Jacques entra a celebrare una sorta di rito eucaristico che coinvolge attori e pubblico, l'ironia etichetta per voce di Anita e Federico le manie tipiche del teatro. Il respiro, ad esempio, con una divertentissima dimostrazione pratica della quale gli spettatori sono parte. O ancora la ricerca di una originalità estrema della rappresentazione, che induce talvolta ad etichettarla nei modi più impensati. "Come lo vuoi?" "Estroflesso".

Seppur su tacchi altissimi e pesanti, Anita Giovannini riesce a camminare sul filo dell'ironia leggera, creando uno spettacolo canzonatorio, ma penetrante, commovente a tratti, ma sempre molto divertente, perché, dichiara infine, il segreto è nel non temere la banalità dell'esser felici.
 

7 PECCATI CAPITALI@Fringe Festival: dall'ombra alla luce, l'uomo

La compagnia Ote Le Saracinesche presenta al Fringe Festival uno spettacolo di grande impatto visivo ed emotivo: “7 peccati capitali”, scritto e diretto da Emiliano Minoccheri. 

Musica, danza, parole: codici diversi raccontano la lotta dell'anima per la redenzione e il suo ricadere nella perversione peccaminosa. La scena è vuota, lo spazio progressivamente conquistato dal movimento dei corpi. I ballerini strisciano in scena, vestiti di nero, con il volto coperto: prima trascinati dal perentorio richiamo di un carmen latino, poi accompagnati da ritmi arcaici.

Sul fondo, le luci alternano a immagini proiettate le ombre delle figure che si compongono in scena: ricchi i riferimenti alla cultura indiana, mediorientale, cristiana. Tre movimenti principali definiscono la dimensione narrativa: la faticosa proiezione in avanti, verso il pubblico, verso l'evidenza e la manifestazione di sé; la tensione verso l'alto, la liberazione, la verità; il moto circolare, ritmico, ripetitivo, che non permette uscita. Variazioni che si aprono a partire dalla linea principale che porta la rappresentazione dalle tenebre verso la luce. Un processo di rivelazione che coinvolge le luci e le immagini, il ritmo e la musica, ma anche l'azione scenica: i ballerini si liberano delle maschere fino a proporre l'evidenza di un corpo nudo.

L'armonia di elementi eterogenei restituisce una rappresentazione coerente, un'immagine viva dell'esistenza umana, affascinante anche per i profani della danza.
 

A PROPOSITO DI UNA GROUPIE PERBENE@Fringe Festival 2014: una groupie in musica e parole

Continua il Fringe Festival di Roma, e così anche gli spettacoli che di sera in sera fanno vivere al pubblico l’atmosfera artistica differente, come nel caso di “A proposito di una groupie perbene”, con Camilla Ciminelli.

Il termine "groupie" ci fa calare negli anni sessanta, immaginando queste ragazze, che accompagnavano le rock star in gran parte delle loro tournée, assecondandone con entusiasmo la vita sregolata e le sfrenatezze sessuali, e divenendo quindi vere e proprie componenti del loro entourage. Le groupie possono essere viste come ragazze disposte a tutto per il loro integralista amore verso una band o un artista; ragazze che poi, quando non impegnate a fare le "reginette dei backstage", svolgono una vita generalmente normale. Ed è proprio questa ragazza “normale” che ci troviamo di fronte, non sul palco, ma sotto, davanti alla platea, mentre è indaffarata nella cucina di casa sua a sbucciare patate.

Uno spettacolo dove la musica regna sovrana, e fa da sottofondo all’intera recitazione, diventando, nei momenti di pausa dell’attrice la vera protagonista indiscussa.
Lo spettatore si trova immerso in un clima anni sessanta, dove l’attrice fa emergere tutta la sua passione per le sue rock star preferite, aggiungendo in modo piuttosto inconfondibile dei suoi pensieri al di fuori del copione. A rendere il pubblico maggiormente coinvolto, oltre che alla musica, c’è il cibo, preparato durante la recitazione e servito a più persone del pubblico, che a detta della Ciminelli è stato un po’ “reticente”. Ogni pietanza servita (ciotole di banane e crema al formaggio, sugo con grissini e mortadella, fino al vino), corrispondevano ai brevi brani recitati.

Tutto il testo è tratto dal libro “A proposito di una groupie per bene”, che l’attrice ha letto nello svolgersi dello spettacolo. Un reading un po’ particolare che ha fatto immergere lo spettatore nella vita quotidiana di una groupie.
 

MIS(S)FITS@Roma Fringe Festival: un delicato incontro di due anime

Toccante e di difficile e dolorosa comprensione, “Mis(s)fits” calca il palco del Fringe Festival, portando in scena un controverso rapporto madre-figlia, il senso di “disadattamento” dei giovani di ogni età rispetto ad un contesto sociale e familiare che li vede spesso abbandonati a se stessi.

Direttamente dalla piéce "Il Compleanno" in“Domestica” di Juan Diego Puerta Lopez, le due attrici Eleonora Gusmano e Ania Rizzi Bogdan portano sulla scena del Fringe Festival 2014 “Mis(s)fits. Il Labirinto di Sonia e Vera” per la regia di Stefano Sgambati  e la storia di due donne, Sonia e Vera, madre (morta prematuramente) e figlia.

Sonia, ballerina russa esule in Italia negli anni 60, mancata all'età di 30 anni, appare in sogno a Vera (che fa la cubista, delusa da un padre assente) proprio quando questa sta decidendo se tenere o meno il bambino che porta in grembo, indicandole la via da percorrere, partendo dalle affinità (imprevedibili) della loro storia personale.
Il tutto all'interno di una cornice onirica estremamente suggestiva che costringe le due attrici in un ambiente domestico e claustrofobico (quasi labirintico), quello di una stanza da bambina (fondamentali e ben utilizzate le suppellettili presenti). Al centro una struttura che funge da gabbia da lapdance (un paradossale “esterno”) e insieme da prigione per entrambe.

Il testo è di difficile comprensione: ricostruire le vicende delle due protagoniste non è facile, bisogna lasciarsi trascinare in questo sogno-delirio onirico fino all'ultimo per assaporare il vero messaggio di quest’opera, tutt'altro che scontata ma ostica, che si affida al concetto di “straniamento della realtà” di quanti non trovano risposte affettive adeguate nelle figure genitoriali o coniugali (la presenza dell’Uomo, Padre e Marito o fidanzato fedifrago per entrambe è ingombrante e, anche se non presente in scena, aleggia come la musica del Sax suonato direttamente in scena da Andrea Mattei).

Estremamente simbolista, "Mis(s)fits si affida molto alle performance delle due attrici (ottima prova la loro), che si equivalgono per tensione scenica e carica emotiva ma che sono chiamate ad un continuo cambio di registro, passando da un momento all'altro della vita del proprio personaggio estemporaneamente. Manca quindi una soluzione di continuità fra testo e interpretazione e ciò rende l'intera opera contorta, con una regia sottile cui va dato il merito di aver sottolineato l'importanza degli oggetti scenici (le bambole rotte simbolo di una infanzia perduta, il palloncino bianco bucato, che riconduce alla gravidanza da interrompere, la panciera, quasi una camicia di forza, i pali della lapdance come una gabbia esistenziale) e che sfrutta bene l'audiovisivo per riprodurre il senso di smarrimento esistenziale. Alcuni richiami ai miti greci di Amore e Psiche, Eco e del Minotauro restano però sullo sfondo e non sono immediatamente percepibili né a mio parere, particolarmente funzionali alla trama tutta.
 

ROMA FRINGE FESTIVAL 2014: appuntamenti dal 14 al 20 giugno

Il Roma Fringe Festival continua a proporre presso il parco di Villa Mercede non solo spettacoli di matrice diversa ma anche vere e proprie serate in cui è possibile spaziare dal teatro di spessore e impegnato, all'intrattenimento puro, il tutto condito da mercatino hand made, l’area mescita e l’immancabile proiezione dei Mondiali di calcio, a partire da sabato 14 giugno.

Facciamo il punto sui prossimi appuntamenti

Sabato 14 giugno: Ingresso gratuito
a partire dalle ore 20.30:ANDREA RIVERA debutta alla Stand-Up FREEnge.
Tutto il Teatro Minuto per Minuto – Una dissociazione continua. Organizzata ma totale dove esiste solo l’attore con il suo repertorio. Come ai tempi che furono
Tracataiz – Trio comico formato nel 2012 da Pietro Di Giorgio, Manuele Laghi e Laura Martelli
Seguirà la trasmissione della partita dell’Italia

Da domenica 15 al 20 giugno:
si ricomincia poi con la ‘gara’ a suon di nuove drammaturgie, commedie, teatro civile, teatro canzone: ecco gli spettacoli:

Arlecchino Deucalione – di Michele Monetta. Comico e sarcastico in cui il dialogo fra la maschera di Arlecchino, l’unico sopravvissuto al diluvio universale, diventa…
Il Segreto di Pulcinella - Premio Miglior Regia Schegge d’Autore 2013. Monologo/Performance ricco di elementi scenici, interpretativi e di pura regia
Il fulmine nella Terra. Irpinia 1980 - Con il Patrocinio dal Festival Internazionale del Cinema di Giffoni. Orazio Cerino ha ricevuto Nomination come miglior attore al Premio Landieri 2011
Ode to the Owl - Direttamente dalla Goldsmiths di Londra. Per un pubblico pronto a relazionarsi con l’arte e per un pubblico pronto a condividere la sua umile felicità
In punta di piedi sul filo dell’ironia - Una personale rivisitazione del testo teatrale “Il Signor Pirandello è desiderato al telefono”, celebrando, in punta di piedi e con ironia, Antonio Tabucchi
E’ troppo amara sta terra duci - Commedia noir per spettatori di ogni età. E’ noto a tutti che l’italiano ama la propria terra di appartenenza con la stessa intensità con cui la odia
Il Grande Cocomero - Omaggia ai Peanuts di Charles Schulz. Tra comiche recriminazioni e drammatiche rivelazioni, cinque amici si rivedono per il funerale di uno di loro
Kaleido. Il Circo delle donne - In un’ambientazione surreale, le donne raccontano se stesse, in una galleria dei cliché che la nostra cultura ha costruito attorno all’universo femminile
Sigmund e Carlo - Due vecchi esibizionisti in competizione per una panchina , un lampione. Una partenza grottesca, che ben presto svela altri sapori. I due sono forse Freud e Marx
Se nasce femmina - Spettacolo inedito, spiazzante e poetico, per coloro che amano la donna, i suoi infiniti universi e sognano di intuirne le sfumature più intime e segrete
ED - “Ora la ruota ha compito il suo giro: eccomi qui.” Partendo da “Re Lear” vengono sviluppate le figure dei figli del Conte di Gloucester, Edgar e Edmund
Closer - Un gioco, una sfida, un’ironia. Contenuto: 2 uomini, due donne, 9 elementi scenici. Obbiettivo: trovare l’incastro giusto per amare ed essere amati. E voi?
Memoria - Una commedia amara, divertente ed attuale in un momento in cui rigurgiti xenofobi tendono a fare del diverso il bersaglio delle frustrazioni
Non per vantarmi ma avevo capito tutto - Ricordare un uomo. Pier Paolo Pasolini. Un uomo e un intellettuale eclettico e contraddittorio, proiettato in un tempo che non era il suo, che ha letto
I bambini del ghetto - Passato e presente si intrecciano attraverso un flashback nell’infanzia dei bambini scomparsi e la vita che avveniva in Ghetto a Roma durante la guerra
Lapins - Un incubo grottesco e delirante, divertente e surreale, dal quale ci si può risvegliare solo confessando le proprie perversioni, mostrando la propria natura
Senza pelle - Una tragica e colorata commedia surreale ambientata negli anni 60, forse. Un mélo a ritmi serrati. Quattro amiche. Un segreto. Uno sconosciuto…
Zitto! - Hai mai visto uno spettacolo horror? “Chi lo vive da mero spettatore, all’improvviso, può ritrovarsi per qualche scherzo del destino catapultato nell’oblio”

Ricordiamo che il Fringe programma anche i Pomeriggi @RomaFringe con le Biblioteche di Roma: la settimana che va dal 14 al 20 giugno vedrà anche le attività pomeridiane per bambini a cura delle Biblioteche di Roma, con letture e area ludica culturale e le CRONACHE URBANE di Enrico Giammarco.
Tutto come sempre insieme al mercatino bio, vintage, artigianale Hand Made e la Birra artigianale del Serpente.
 

ZIT@Fringe Festival: niente da dire, solo da ridere!

Assolutamente da non perdere “Zit! Esistenziali speculazioni silenziose sul niente da dire”, ancora in scena il 13 giugno nella bellissima cornice del Fringe Festival 2014 di Villa Mercede. Non si tratta di un’opera comica tradizionale ma un intelligente gioco comico in forma di sketch che fa leva e si appoggia su tutte quelle espressioni comuni del parlato, quegli intercalari ripetuti quasi a non significare nulla. Li si esaspera, ci si prende gioco di queste espressioni del parlato che non significano nulla esasperandole, ridicolizzandole e svelando la loro profonda inconcludenza.

Sul palco Chiara Casarico e Tiziana Scrocca, praticamente perfette sotto ogni aspetto: ironiche, tanto più espressive quanto le loro frasi sembrano non dire nulla, perfettamente sincrone nell’input comico. Sedute su due sedie, declinano tutte quelle frasi fatte e dette tanto per dire coinvolgendo anche il pubblico, rendendolo partecipe di tanta inconcludenza affabulatoria, una inconcludenza divertentissima perché declinabile in mille situazioni diverse, rese anche attraverso le immissioni sonore, tutte azzeccate.
Le due attrici si prestano quindi a molteplici sketch tutti estremamente divertenti, alcuni collegati fra loro e dotati di una propria logica, puntati su una parola chiave o una espressione ripetuta neanche fosse un mantra: “Sto bene-bene-bene”, “Zitta-zitta-zitta”, “Dici-dici dici” risuonano in testa piacevolmente anche a fine spettacolo.

La bravura delle due attrici oltre alle movenze studiatissime è l’espressività , che permette loro di giocare su questo testo/non testo fatto di battute veloci e frenetiche, doppi sensi e scenette, estraendone una drammaturgia comica fra le più riuscite, quasi all'altezza di uno spettacolo di Stand Up Commedy (se non ad esso superiore). Perfetto e riuscitissimo il momento in cui si rompe la terza parete ed il pubblico viene coinvolto a cercare il silenzio nello spazio circostante che invece è incapace di "tacere" o essere silenziato, e che per questo conferisce più di uno spunto comico involontario.
 
Bravissime a sfruttare la voce e le sue mille tonalità, le due riescono a divertire anche esasperando i grugniti, gli sbadigli e gli stessi silenzi che quasi parlano impegnandosi in una serie di piccole trovate musicali davvero esilaranti. L’accento napoletano non guasta, anzi è un pregio in più che rende così familiari tutte queste espressioni, che testimoniano come spesso il nostro parlare viva appunto di riempitivi o frasi fatte, intercalari che non hanno nulla di espressivo ma servono solo per colmare il vuoto fra due persone che sono sempre insieme, e forse non hanno davvero più nulla da dirsi (“E non polemizzo”) perché si capiscono senza nemmeno parlare.
 

AB HOC ET AB HAC@Fringe Festival 2014: Parlare a vanvera consapevolmente

La serata dell’11 giugno al Fringe festival di Roma  è stata, come dire, ironica e spiazzante: lo spettacolo che doveva andare in scena, all'ultimo ha dato forfait e così Daniele Parisi, classe 1982, diplomato alla Silvio D’Amico, con uno dei suoi cavalli di battaglia “Ab Hoc et ab Hac” ha riempito un vuoto e allietato spettatori divertiti e sorpresi di tanta verve ed energia allo stato puro. Naturalmente non essendo in cartellone, la performance è fuori concorso, ma lo stesso possiamo e dobbiamo attribuirgli più di un perché.

Il significato del titolo è eloquente: “Locuzione latina" usata per indicare cosa detta confusamente. Si applica a chi parla a vanvera: parlare, ragionare "ab hoc et ab hac”. E di questi tempi sappiamo bene cosa vuole dire, salotti televisivi con pretese culturali, politiche e sociali, presidiati da inquietanti personaggi che “la buttano in caciara” per dirla gentilmente.
Il nostro autore, attore e regista invece, lo fa direttamente e con consapevolezza, non a caso con questo testo si è classificato secondo al concorso “Autori nel cassetto, attori sul comò” 2012/2013. La scena comprende due separé/quinte movibili, uno più grande e l’altro più piccolo, dove il Parisi si nasconde, si cambia e appare a mezzo busto per le sue sparate si contemporanee, ma anche senza tempo.

A destra del palcoscenico una chitarra e un cilindro che ci fanno presagire altri trasformismi, conosciuti e amati in tutte le epoche. I suoi personaggi ricchi di adrenalina spaziano da un Villaggio prima maniera, cattivo, che maltratta il pubblico, a un Fregoli dei nostri tempi, per arrivare a un Proietti ancora attuale.
Ci sono dei momenti più deboli, ma è inevitabile quando anche l’improvvisazione la fa da protagonista e la platea non è proprio straripante, visto che il nostro fa partecipare lo spettatore ai suoi svolazzi ed equilibri in bilico tra il grottesco e una verità amara.
Gli argomenti sono la salute, gli amori duraturi e quelli brevi, la difficoltà di vivere e la bravura di condire il tutto con ironia. Uno spettacolo sincero e corretto, che non prende in giro chi è lì ad applaudirti, ma ti coinvolge strapazzandoti con un a strizzata d’occhio consapevole.
 

84 GRADINI@Fringe Festival: quando la vita scorre correndo, e tu la insegui

Immersi nel sublime scenario di Villa Mercede e concedersi una serata dedicata totalmente al teatro all'interno del Roma Fringe Festival 2014 , è un’attività ideale in questi giorni estivi. Il clima che contorna lo spettatore è magico, artistico, tanto che attori delle compagnie in scena in questi giorni vengono più e più volte a farti conoscere i loro spettacoli, immergendoti nelle proprietà comunicative del teatro.

84 Gradini è lo spettacolo a cui mi sono dedicata l'11 giugno e che sarà in scena il 12 giugno (ore 22) che sarà sulla scena anche il giorno successivo, facendo specchiare lo spettatore nel riflesso della propria vita. Scenografia molto semplice ed essenziale, dove a ricoprire il palco ci sono cubi colorati di molte dimensioni, che compongono le forme più disparate (torri, spiedini, triangoli...).
Verranno utilizzati durante lo spettacolo, in modi diversi, diventeranno oggetti: cellulari, guardaroba e incubatrice, ma anche strumenti musicali. Sembra quasi di essere tornati all'asilo, nella stanza dei giochi, ma ecco che entra il protagonista e la magia dell'infanzia svanisce in un baleno.

Inizia il monologo frenetico di un uomo, interpretato da Giuseppe Mortelliti, che dalla campagna si è trasferito in città, un uomo sognatore, che ama dipingere i volti delle persone perché sono gli occhi che racchiudono l'essenza, e che ora si ritrova a convincersi che riparare le scale mobili sia il lavoro giusto per lui. “Una vita fatta di scale”, quella di tutti noi, con i nostri alti e bassi e che, come è evidente nel ritmo serrato dello spettacolo, corre più in fretta di noi. Corriamo e corriamo per stargli dietro, gli eventi accadono e noi possiamo solo farcene una ragione, persino la morte è qualcosa che accettiamo di fretta e andiamo avanti.

Il clima di tensione e il ritmo frenetico, dati dalla continua enumerazione degli scalini in ordine crescente, che danno l'idea che prima o poi l'ottantaquattresimo arriverà, e i gesti veloci, dei salti da un lato all'altro del palco, vengono ogni tanto interrotti dalle interpretazioni di personaggi bizzarri del superlativo Mortelliti e dagli istanti che esso stesso dedica all'interazione con il pubblico, generandone le risa.
Spettacolo che ti vien voglia di raccontare agli amici appena finiscono gli applausi, che ti fa riflettere sul fatto che nella vita non si ha mai il tempo di testare prima i gradini per poi scegliere di salirli o scenderli, bisogna essere come il mare, che “si infrange contro gli scogli, senza rompersi mai”.
 

IL FOLLE E IL DIVINO@Fringe Festival 2014: mitologia greca da ridere!

Passare una serata al Roma Fringe Festival è un’iniezione di energia, mescolata al buon teatro, al piacere di arrivare all'ingresso di Villa Mercede e poter scegliere tra ben 9 rappresentazioni totalmente inedite, magari intervallate da una birra fresca e quattro chiacchiere con ragazzi giovani pieni di talento e voglia di farsi conoscere che promuovono in mezzo al pubblico le loro opere inedite.

Ieri sera la scelta è caduta su “Il folle e il divino” in scena ancora il 12 giugno, portata in scena da Nogu Teatro, scritta e diretta da Cristiano Vaccaro. Sul palco i sette attori della compagnia danno vita ad una pièce divertente e mai banale sulla vita un po’ noiosa degli Dei dell’Olimpo che per riempire il tempo decidono di creare gli uomini e non contenti di bersagliarli di scherzi.
I sette personaggi, tutto vestiti di bianco, decidono di raccontare al pubblico la burla più riuscita: la folle vicenda di Edipo. Con grande maestria, servendosi esclusivamente delle loro voci e della loro gestualità gli attori danno vita alla storia di Edipo riattualizzandola con grande ironia e trasformando il dramma in una grottesca tragi-commedia.
Senza perdere mai la leggerezza che tiene alta l’attenzione del pubblico, i sette attori (2 uomini e 5 donne) si alternano nella narrazione e di volta in volta i personaggi più importanti del mito prendono vita e spessore.

Sul finale il monito a tutti noi umani di andare oltre Edipo e cercare di scampare al destino già scritto. “Siete i nostri bambini e non vogliamo perdervi...abbiamo bisogno di stragi!” Divertente rilettura dei miti greci che riporta a galla reminiscenze scolastiche e fa venire voglia di andarsi a rileggere miti e leggende che fanno parte del prezioso patrimonio della letteratura greca.
 

PETIMUS ROGAMUS@Fringe Festival: un gioco di ruolo

Nell'ambito del Fringe Festival, nello scenario di Villa Mercede, si sono esibiti nel primo festival teatrale indipendente, lo spettacolo PETIMUS ROGAMUS di Marco Bilanzone con Carlotta Piraino, Diego Venditti, Mersia Valente, Daniel Plat con la regia di Lorenzo Montanini. Lo spettacolo replicherà il 12 alle ore 23.30 ed il 13 giugno alle ore 22.00.

Petimus Rogamus è un corto teatrale nel quale sono protagonisti assoluti il linguaggio e la gestualità dei bravissimi attori.
Al centro della pièce il tempo che ha fermato i personaggi nei ruoli di uomo e donna ma con dei nomi invertiti nel genere, obbligandoli ad agire secondo le convenzioni date dalla società che li vede uomo e donna, obbligandoli ad un matrimonio celebrato da un improbabile papessa accompagnata da una guardia svizzera “the one man show”.

Sarà l’orologio biologico a portare la coppia ad unirsi in matrimonio menzionando tra le paure della donna la decadenza del corpo, l’utero in scadenza e la solitudine.
L’uomo e la donna si chiamano Papillio e Brughenzio resi ormai marionette o più semplicemente barbie e ken.
Il corto teatrale Petimus Rogamus è uno spettacolo fatto di giochi di ruoli e con inserti musicali ben inseriti nel testo.
 

TUTTO IN 90 MINUTI@Fringe Festival: il Gioco delle Coppie

Al Roma Fringe Festival 2014 è andato in scena un omaggio al calcio e l'amicizia: "Tutto in 90 minuti" di Andrea Quintili.

9 Luglio 2006 Italia – Francia la partita delle partite, un’intera nazione si ferma in attesa di esplodere al fischio finale, Mario e Umberto amici da sempre sono in trepida attesa, maglia azzurra indossata, battito cardiaco che aumenta col passare dei minuti e una voglia matta di urlare al goal di Totti o Del Piero.
Ma Umberto nota che Mario non è dello stesso umore, la lunga pausa di riflessione che si è presa la sua amata Donatella continua a lasciare strascichi e decide che è giunto il momento di intervenire e in “ soli 90 minuti “ riuscirà a dare una scossa al suo amico risollevandolo dal torpore in cui era caduto. D'altronde è nei momenti di difficoltà che i veri amici scendono in campo e giocano la partita della vita dando il meglio di se stessi.

E in questa ricerca della felicità perduta con l’ausilio di ragazze che svolgono il mestiere più antico del mondo si intrecciano situazioni paradossali, in un vortice di gang, risate e battute puntualissime in cui l’amicizia, la voglia di vivere emozioni inaspettate e nuove avventure che la vita quotidiana ci riserva sono i temi salienti che rendono questa commedia godibilissima e ottimamente recitata da tutti gli interpreti lasciando soddisfatto il pubblico presente nell'arena.

Apprezzabile la scenografia allestita in fretta e furia che rende dettagliatamente l’interno della casa di Mario dove è ambientato l’intero spettacolo e la scelta delle musiche che fanno da sfondo dando quel tocco in più alle scene più esilaranti.

Una commedia che può dire la sua all'interno del Fringe Festival  di Villa Mercede.
 

ORLANDO BODLERO@Fringe Festival 2014: la rappresentazione della Poesia

Dall’8 al 10 giugno sul palco C del Roma Fringe Festival è di scena “Orlando Bodlero” di Mario Fedeli e con Daniele Fedeli e Manuela Mosè della Compagnia degli Innamorati Erranti. Sul Palco un giovanissimo e talentuoso Daniele Fedele che per 60 minuti circa invade la scena e letteralmente ipnotizza la platea con una sorta di monologo intervallato solo da alcuni brevi e poetici momenti della voce fuori campo di Manuela Mosé.

Orlando Bodlero è un poeta, anzi è la rappresentazione della poesia. La storia di un poeta che non vuole morire. La rappresentazione dell’irrazionale, del non ragionevole. Al centro del palco Daniele Fedeli con indosso un consumato completo nero alla Charlie Chaplin con tanto di bombetta e ghette ai piedi. In mano ha vecchia una valigia e una cornice, un basso elettrico sulle spalle, insieme ad una misteriosa sacca bianca che con pochi accorgimenti si trasformerà in una sorta di pupazzo vivente e infine in un ombrello dal quale pioveranno foglietti accartocciati: le sue poesie. Orlando è un personaggio che potrebbe essere di qualsiasi epoca e di qualunque mondo, una sorta di piccolo principe, “figlio di terra e di cielo stellato”.

Daniele Fedeli da vita ad una performance teatrale a tutto tondo, con momenti di musica, parole, e danza, il tutto ad un altissimo livello. Un omaggio alla poesia e alla figura del poeta che riesce a commuovere, divertire, stupire e soprattutto a tenere alta l’attenzione del pubblico fino all'ultimo secondo. Belle le invenzioni sceniche tra le quali ricordiamo la sacca che diviene ombrello e il cavallo di legno alato che entra sulla scena proprio sul finale e sembra portarsi via il nostro novello don Chischiotte.

Spettacolo carico di mille significati che forse andrebbe rivisto una seconda volta per poterli apprezzare e comprendere tutti fino in fondo. Chiarissimo fin da subito è invece il grande talento di questo giovane attore che riesce a trasmettere tutta la sua passione e amore per il teatro e la voglia di sperimentare e mettersi in gioco di tutta la compagnia degli Innamorati erranti, che sono sicura, rivedremo presto sui palcoscenici Romani e non solo.
 

IL CASTELLO DI K@Fringe Festival 2014: Kafka in noir

Una piacevole serata di inizio estate e il suggestivo scenario di Villa Mercede fanno da cornice a  "Il castello di K presentato ieri dalla Compagnia dei Masnadieri, per la regia di Jacopo Bezzi: tornerà in scena al Fringe Festival il 10 e il 12 giugno.

L'adattamento di Massimo Roberto Beato (autore e protagonista) riduce l'intreccio del romanzo di Kafka a uno spettacolo breve (circa un'ora), ma efficace per la forza della rappresentazione. L'enfasi espressiva in senso gotico, data da alcuni elementi come il trucco e le musiche, genera un interessante contrasto con l'impersonalità del meccanismo burocratico nel quale K. è coinvolto.
La locanda dove si svolge l'intera rappresentazione, uno spazio definito da pochi elementi scenografici (un tavolo, due sedie, un pagliericcio), rivela da subito la presenza di un mistero che l'arrivo del protagonista promette di scoprire. Una struttura narrativa che avvicina il testo al noir più che all'oggettività del racconto kafkiano.

Lo spettatore è coinvolto nel processo di ricostruzione del senso tentato da K., ma avvertito del probabile insuccesso da alcuni riusciti inserti meta-teatrali. Le marionette, per esempio, che dovrebbero assistere il protagonista nel lavoro di agrimensura, o le maschere che inscenano una surreale danza meccanica mentre preparano la corrispondenza del sindaco.
La ricchezza quasi cinematografica di effetti sonori, costumi e immagini dal forte impatto visivo si armonizza però difficilmente con una recitazione impostata su uno stile medio accademico. Bravi nel mantenere il ritmo del racconto, come nella gestione dello spazio scenico, gli attori non ottengono un'uguale coerenza nel tono e nell'espressività.
La varietà e originalità dell'invenzione teatrale meriterebbe una cura maggiore nell'interpretazione, ma lo spettacolo resta una notevole rielaborazione del testo kafkiano.

Interessante, da vedere.
 

FRINGE FESTIVAL@Villa Mercede: frangia marginale o ornamento

Nella capitale, ha preso il volo, sabato 7 giugno la terza edizione del Teatro OffRoma Fringe Festival 2014, la serata ha coinciso con l’inizio del caldo stagionale, romani di tutte le età, cittadini del mondo, teatranti e non, appartenenti a sette culturali, o semplicemente patiti di Diego Bianchi e di tutto lo staff di “Gazebo”, si sono dati questo particolare appuntamento, e giravano sorridenti.

Il Parco di Villa Mercede, mostrava la sua forma migliore, piccoli stand, sorridenti anch'essi, esibivano artigianato originale, oggetti inusuali, di riciclo, l’immancabile equo e solidale, che in questo tipo di occasioni non può mancare, birre artigianali, e standisti felici di essere lì.
Tre palchi a disposizione, A B C, che ogni sera ospiteranno tre spettacoli, per un totale di 9 visioni ogni sera.
Compagnie italiane e internazionali, doneranno ancora una volta a questo Festival le loro performances, che spettatori di ogni dove saranno ben lieti di applaudire, giudicare e criticare, nel sacro nome del teatro.

A inaugurare l’evento, c’era anche quest’anno “Zoro”, alias Diego Bianchi che con il suo entourage ha aperto il Festival. Un grande palco, con due schermi alle spalle, uno per i video racconti, e l’altro per i disegni di Makkox, e tutto il gruppo che seduto sul palcoscenico, si è fatto guidare da Bianchi.

Oltre alle storie già andate in onda, le elezioni, Renzi, Papa Francesco, e l’immancabile Berlusconi al suo primo giorno di “lavoro socialmente utile”, abbiamo potuto apprezzare Awa Ly dalla voce incredibile, la tromba straordinaria di Giovanni Di Cosimo, e la genuina verve di Missouri 4.
La coesione del gruppo era tangibile, tanto che ci ha fatto quasi dimenticare che avremmo voluto più musica, l’occasione era golosa, musica dal vivo eseguita da musicisti e cantanti di talento. Ma non disperiamo, forse per la prossima edizione ci faranno la sorpresa.

Una giovane donna per non mancare è venuta con la sua piccolissima bimba che ogni tanto esprimeva con pianti e vagiti, assensi o disappunti. Quando un ragazzo che le sedeva davanti, si è voltato per la seconda o terza volta, lei simpaticamente gli ha detto: “Non ti preoccupare ho il silenziatore incorporato”, e se l’è messa al seno.
Cosa non si fa per la cultura!
 

FRINGE FESTIVAL 2014: la vetrina del Teatro indipendente

Si è svolta oggi 27 maggio presso la Biblioteca di Villa Mercede a Roma nel quartiere San Lorenzo, la conferenza di presentazione della terza edizione del Fringe Festival 2014 che si svolgerà dal 7 giugno al 13 luglio presso il Parco di Villa Mercede.

Presenti alla conferenza Davide Ambrogi - Dir. Artistico Roma Fringe Festival e Fringe Italia, Mario Giancotti – Presidente Giunta Municipio II, Alessandro Di Somma - Dir. Artistico Teatro Studio Uno, Maurizio Carrassi - Biblioteche di Roma. L’evento è stato moderato dalla giornalista Marta Volterra.

È stata l’occasione per fare il punto sulla rassegna di teatro indipendente che aprirà i battenti presso la medesima Villa Mercede il 7 giugno 2014, con un ricchissimo programma di incontri teatrali e non solo. 72 compagnie, di cui 3 prime internazionali e 23 prime nazionali a parTire dalle 20.30 a mezzanotte con nove spettacoli a sera.
Nel pomeriggio un mercato bio, eco, regionale e vintage (a cura di Mente Collettiva) dalle 19.30 e una serie di attività pomeridiane dedicate ai bambini,letture e diversi ospiti big.

La novità della terza edizione del Fringe è l’apertura dello Stand-up Freenge: ogni sabato si alterneranno 3 comici che porteranno sul palco, come affermato da Daniele Parisi, presente alla conferenza, la stand up commedy, un genere diffuso in America e che si è fatto strada anche in Italia (significative le esperienze di Satirasi, Social Commedy poi approdati anche in televisione).

Il messaggio lanciato dalla terza edizione del Fringe festival, vera e propria rassegna capitolina del teatro indipendente, è quella di andare #oltreilteatro, valorizzare ciò che sta dietro alla performance e dare risalto alle produzioni indipendenti, fornendo loro visibilità e spazio d’espressione.
Le opere presentate appartengono a diversi filoni: dalla commedia dell’arte all'improvvisazione, dal dramma tradizionale alle nuove drammaturgie, con spettacoli per minori e vietati ai minori. Presenti anche alcune compagnie internazionali, tre le compagnie di Londra, in forza dello stretto richiamo alle versioni americane e britanniche del Fringe Festival.

Il Fringe festival 2014 si svolgerà dal 7 giugno al 13 luglio: per essere aggiornati si può scaricare la app FUNWEEK che aggiornerà puntualmente sugli spettacoli in scena durante il mese di programmazione.

A questo link il calendario dei 72 spettacoli alcuni dei quali verranno seguiti dalla redazione di Gufetto Mag.
 

ROMA FRINGE FESTIVAL 2014 ai nastri di partenza

Dopo le 35.000 presenze dello scorso anno, torna dal 7 giugno al 13 luglio 2014, - con il Patrocinio del Municipio Roma II - l’invasione festosa e colorata del Roma Fringe Festival. La grande vetrina italiana del teatro e dello spettacolo indipendente ospiterà quasi 100 proposte artistiche nazionali e internazionali per un’estate di spettacolo...rigorosamente dal vivo.

Per la terza edizione, 72 compagnie teatrali provenienti da Italia, Belgio, Inghilterra, Francia e Stati Uniti e decine di “stand up comedians” si sono autoprodotti per dare vita a una kermesse unica, in grado di offrire al pubblico un variegato cartellone tra teatro canzone, commedia, dramma, teatro civile, danza e stand up comedy all’insegna della libertà e dell’indipendenza artistica.

Dal 7 giugno al 13 luglio, si parte ogni giorno alle 19.30 con il mercato bio, eco, regionale e vintage (a cura di Mente Collettiva), per poi proseguire dalle 20.30 a mezzanotte con nove spettacoli a sera: un’offerta ampia che trasforma il festival in svago per famiglie, studenti, appassionati e un pubblico più “alternativo”.

E poi ancora: area mescita con birre e vini artigianali, proiezioni delle partite dell'Italia e incontri pomeridiani.

ROMA FRINGE FESTIVAL 2014: 7 giugno - 13 luglio. Villa Mercede, Via Tiburtina 113 – 115 (Zona San Lorenzo). Ingr. gratuito, spettacoli 5 euro

Per info, prevendite e programma: www.romafringefestival.it
 

ROMA FRINGE FESTIVAL 2014: il nuovo bando

Il Roma Fringe Festival, la più grande rassegna off italiana, è giunta alla terza edizione e lancia il bando di partecipazione a tutti gli artisti d’Italia e non solo.
 
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