IL LAGO DEI CIGNI, OVVERO IL CANTO@Teatro Brancaccio: una vita per l'arte - Gufetto Magazine

IL LAGO DEI CIGNI, OVVERO IL CANTO@Teatro Brancaccio: una vita per l'arte

Nel primo fine settimana di marzo è andata in scena al Teatro Brancaccio di Roma l'ultima creazione di Fabrizio Monteverde, uno tra i più apprezzati autori sulla scena contemporanea che,questa volta firma per la storica compagnia del Balletto di Roma la nuova versione di un classico d'eccezione “Il lago dei cigni, ovvero Il canto”, che nel novembre 2014 ha debuttato al Teatro Comunale di Ferrara.

Il Teatro gremito di spettatori accoglie nel silenzio e a sipario chiuso l'ouverture che fa entrare nella magica atmosfera del Lago. Il sipario si apre: sul palco compaiono cumuli di abiti di scena colorati e sul fondale proiezioni di ballerine che interpretano i cigni. Sono queste a danzare in un primo momento sulla musica, ma poi una volta scomparse nel buio dagli abiti di scena emergono dal pavimento le braccia dei danzatori sdraiati a terra, che si muovono all'unisono simulando i lunghi colli dei cigni.

Si alzano in piedi, gli abiti colorati di scena restano a terra e loro, i danzatori, camminano di spalle al pubblico nei loro abiti grigi e consumati, la loro andatura è precaria e voltandosi è subito chiaro il motivo: sono vecchi, il volto è coperto da una maschera rugosa e i capelli sono ingrigiti.

Da sempre uno dei temi portanti della poetica di Monteverde è il corpo corroso, un corpo che si deteriora, che perde la sua compattezza, che si disfa nelle giunture e nei muscoli, ma nonostante la sua formazione contemporanea e di teatro performativo degli anni Settanta, mette in scena questo invecchiamento unendolo al suo amore per le linee del balletto e per un’estetica che della bellezza e armonia ha fatto i propri canoni.
Si ritrova il filo conduttore di questa coreografia nella piéce teatrale di Anton Čechov, “Il canto del cigno”, un atto unico del 1887, la storia di un attore ormai anziano e malato che, rimasto chiuso nel teatro vuoto, ripercorre i grandi ruoli shakespeariani della sua lunga carriera.
Il coreografo si ispira al teatro cechoviano per indagare il misterioso legame tra arte e vita,facendone un grottesco e malinconico “canto”, immaginando dunque, una compagnia di anziani danzatori, anch'essi rimasti chiusi dentro un teatro, che provano ancora una volta l'unico balletto che hanno eseguito per tutta la vita, nell'illusione di vincere la battaglia contro l'inesorabilità del tempo che fugge.

Sulla scena è quasi costante la presenza degli abiti di scena che a volte vengono lanciati in aria, altre volte fungono da riparo lacerati da una vita artistica al termine, e altre ancora vengono ammassati uno sull'altro richiamando alla mente la celebre Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto.
È la partitura di Čajkovskij, seppure sfoltita, a guidare la narrazione, il resto è invenzione, sia tematica che di scrittura coreografica. L'assolo di Odette del secondo atto, ad esempio, è il bandolo della matassa che rende evidente come il tempo inesorabilmente scorre, la danzatrice si muove prima in purezza e leggiadria e poi sempre più in maniera disarticolata ed esangue, rivelandoci sforzo fisico e disperazione in relazione al suo cambiamento fisico.

Sul finale gli anziani personaggi, ritrovando vitalità, ricreano, a loro modo, i passi classici rifacendo, nel secondo atto, le danze tipiche spagnole, russe, napoletane, giocando ad esibirsi fra loro e concedendosi anche qualche applauso.
Il finale li vedrà sparire tutti dentro il cumulo di stracci al di là del fondale, tranne l'anziana Odette che, ferma di spalle, voltandosi svelerà tutta la sua giovinezza togliendosi parrucca e rimanendo a dorso nudo.
Una coreografia quella di Monteverde che scava egregiamente nel binomio arte-vita, in cui l'interprete lavora per diventare personaggio. Una ricerca costante che non conosce traguardo, simile alla metamorfosi di Odette-Odile, metà principessa e metà cigno, che vive in perenne metamorfosi senza arrivare mai al pieno compimento.
Una parabola sul senso profondo dell'essere artista, in cui una vita a perseguire l'ideale non basta.

Info
6 - 8 marzo 2015
IL LAGO DEI CIGNI OVVERO IL CANTO
una produzione BALLETTO DI ROMA

balletto liberamente ispirato a
Il Lago dei Cigni e Il Canto del Cigno di Anton Cecov

musiche
P.I. Cajkovskij

costumi
Santi Rinciari

light designer
Emanuele De Maria

allestimento scenico
Fabrizio Monteverde

assistente alle coreografie
Sarah Taylor
Maitre de Ballet
Piero Rocchetti

coreografia e regia
FABRIZIO MONTEVERDE

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