IL FULMINE NELLA TERRA-IRPINIA 1980@ Fringe Festival: dal sisma alle superficialità italiane - Gufetto Magazine

IL FULMINE NELLA TERRA-IRPINIA 1980@ Fringe Festival: dal sisma alle superficialità italiane

In scena al Fringe Festival 2014, “Il Fulmine nella terra – Irpinia 1980”, un bel testo di Mirko di Martino, messo in scena come monologo da un bravo Orazio Cerino.

Doloroso, intenso, a tratti sfibrante. Così si presenta “Il Fulmine nella Terra” uno spettacolo, patrocinato dal Festival Internazionale del Cinema di Giffoni Valle Piana, che vuole ricordare uno dei più violenti terremoti che la nostra Storia ricordi, quello che devastò l’Irpinia il 23 novembre 1980, attraverso un approfondito spaccato di vita italiana, quei lontani anni ’80 così apparentemente lontani per tecnologia,organizzazione, presenza dello Stato, e invece così incredibilmente vicina nelle inadeguatezze, da lasciarci rammaricati e senza parole.

Il pregio di questo spettacolo è la conservazione della memoria ed insieme la sua riscoperta: il Passato ci racconta molto del nostro presente, ed è più strettamente collegato all’Italia di oggi di quanto si pensi, tant’è che, non a caso, lo spettacolo si apre con le telecronache sportive dell’epoca, così vicine a quelle attuali dei Mondiali.

Questo spaccato degli anni 80, dicevamo, ci viene rappresentato attraverso una ricca raccolta di documentazione d’epoca,filmati,testimonianze, estratti di cinegiornali, raccontati con cura e con un certo velo di ironia disillusa da Orazio Cerino, che non disegna l’uso dell’accento, che personifica gli autori di quelle frasi, di quei ricordi impressi per sempre in una lancinante rievocazione. Cerino fa sue le parole di gente comune e capi di stato, cambiano accento, modulando la voce, mutando registro dal comico all'ironico, senza mai troppo esagerare, lasciando che ci scappi qualche risata e diversi momenti di commozione.

La narrazione del terremoto è intensa, scioccante. Non solo per l’atrocità dell’avvenimento, quanto per l’esatta convinzione che si matura durante lo spettacolo, che a tali disastri non ci si è ancora del tutto abituati, che la storia è ciclica, “che si vince e si perde” come sottolinea più volte Cirino, come nel calcio e nella vita. E che le tragedie si ripetono, a volte rinnovando gli stessi errori: dall'organizzazione dei soccorsi, alla lenta risposta umanitaria, dagli aiuti apprestati disordinatamente passando alla mortificazione di un popolo che la stessa Italia stenta a riconoscere, un patrimonio umano, quello del sud spesso lasciato a se stesso, negli anni 80 come, a volte, ancora ai nostri giorni.

Cirino, che passa da una recitazione scandita e martellante del telegiornale a quella ironica del narratore moderno, suscita non poca commozione. Particolarmente toccante la descrizione dei luoghi dell’Irpinia e l’ironia sulla scarsa conoscenza delle zone colpite dal sisma da parte dei governi locali (probabilmente impossibile al giorno d’oggi): l’immagine che ne deriva è quello di un’Italia povera, che a stento riconosce le proprie strade, un ‘Italia che impazzisce per Heather Parisi alla Tv e canta Miguel Bosè (si sprecano sorrisi nostalgici per la loro rievocazione), o balla i ritmi della Disco Music. L’immagine di un Paese che muore e che vive fra incontri istituzionali con la Thatcher e incredibili defaillance geografiche dei soccorritori. Un’Italia inadeguata.

Lo spettacolo ci mostra questo e ci induce chiedere cosa è davvero cambiato? Forse nulla. Forse siamo ancora, sebbene con qualche differenza e potenzialità comunicativa in più, un Paese che fa difficoltà ad organizzarsi, che è schiavo di piccoli pregiudizi e inefficienze, che scappa dalle situazioni di pericolo, che allontana i suoi figli lontano, lasciando qui tutto com’è, in macerie. “Il Fulmine nella terra” finisce dunque per essere una rievocazione del passato e incredibilmente anche del Presente, un fulmine a ciel sereno sulla superficialità nazionale.

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