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Domani nella battaglia

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L’abitudine è una brutta bestia. È come un parassita, uno di quelli che silenziosamente si fanno strada, risalendo dall’intestino fin dentro il nostro organismo alla radice del pensiero, per poi insediarsi e restare lì a procreare creature dapprima innocue e poi sempre più moleste. All’inizio è solo la golosità di provare qualcosa di nuovo, quel piccolo desiderio a cui si potrebbe resistere, ma non si trova motivo di farlo. Un bisogno che si fa necessario, un pensiero che si slatentizza fino a farsi idea, una piccola lampadina che si accende di riflessi, la resistenza prende fuoco e il bulbo comincia a riscaldare. Qualcuno te ne parla rendendo affascinante la proposta, ti insinua il tarlo che tu stia perdendo qualcosa che va sperimentato, che forse le tue ipotesi erano premature, che il super-io che ti impone di lasciar stare è decisamente troppo premuroso e prevenuto. Ti convinci che il pregiudizio dovrebbe lasciare una stanza vuota nella tua dimora, che è sempre bene conoscere prima di parlare. Pensi ma sì che male c’è in fondo a darsi una possibilità, ed è lì - anche se non puoi saperlo perchè è un avvenimento racchiuso nel tempo futuro che tu ancora speri sia tutto da scrivere - che già si è acquartierato il parassita con le sue truppe.

Da quel momento tu comincerai a guardare l’ora senza sapere perchè, in attesa di una battaglia irrevocabile che continui a sperare di poter rimandare a lungo, forse per sempre, con la sciocca presunzione di aver un qualche potere sull’esito finale del contenzioso. Comincia come una piccola schermaglia facilmente gestibile, del resto hai tutti gli strumenti necessari, anche qualcuno in più del dovuto, che ti fa credere di essere Achille contro la tartaruga. Ti senti quasi un impostore, e allora scopri un po’ le carte e abbassi la guardia. Pensi di essere al riparo di una trincea troppo perfetta, la sabbia nei sacchi è densa, ogni granello stretto all’altro come atomi in una molecola. C’è un cedimento, questo sì, ma piccolo e strutturale, di poco conto se paragonato alla apparente tenuta del resto. Riprovati mille volte gli schemi di attacco, la falange armata fino ai denti in una previsione di vittoria, in cui vedi già stagliarsi la traslata scia di sangue lungo il tuo cammino percorso. Assapori l’eco del trionfo, e i cori della supremazia ti accarezzano i padiglioni delle orecchie. Potresti dipingere con assoluta precisione i particolari della disfatta del nemico, e quasi provi pietà di un così piccolo pesce proiettato nelle tue fauci spalancate e fameliche.

A questo punto dovresti capire che è troppo tardi, che avresti dovuto fermarti prima. Il nemico che si è finto innocuo è solo un abile baro, che al poker scalzerebbe ogni avversario. Si è fatto infinitesimale e docile per poter meglio insinuare un potere sottile sotto pelle. Lo hai lasciato riposare fra le coltri del tuo letto di guerra, è diventato amico dei soldati semplici del tuo accampamento, ha provveduto alle libagioni delle truppe. Si è reso necessario, come quel bisogno che non sapevi di avere. E ora andandosene ti sottrae tutto. Quell’abitudine presa si è così ben insediata che sarà difficile da perdere.

Quando abbandonava il letto adducendo motivi di poco conto potevi ancora fare in tempo a pensare finalmente posso dormire traquillo. Quando ti lasciava da solo potevi ancora programmare tutto quel residuo tempo di libera scelta e opportunità. Guardare l’orizzonte e vedere infinite possibilità prospettarsi come un ologramma sullo spartito futuro, questo ti piaceva molto, sapevi che era nelle tue mani e ti dava ebbrezza. L’estasi dell’opportunità presente annebbiava alcune capacità compromettendole ma non te ne crucciavi, potevi sempre retrocedere di qualche passo e ricondurre tutto nel novero della normalità. Anzi, era quasi piacevole sporgersi oltre quel ciglio così vicino, guardare giù in fondo verso la fine, e sapere di avere ancora il tempo, tutto il tempo del mondo, per far rientrare il pericolo.

Semplicemente ti sbagliavi. E ora il sostegno che credevi inutile ha svestito i panni dell’effemiro ed è passato a chiedere il conto. Mostrandoti come si sta senza. E anche se non ti piace sei costretto ad ammettere che è per sempre, un per sempre duraturo su cui non puoi più mettere il veto.

Enrica Murru

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