Ansa ore 13,50: Trovato il titolo reale che Lennon restituì. L’artista lo rifiutò per protesta quasi 40 anni fa.
Cose vecchie dell’anno nuovo: ci si può ancora stranire benchè si sappia con anticipo dove le cose andranno a parare (in un brutto posto comunque). Essere per questo delle anime in pena che si aggirano per casa con sguardo spento (e tacchi calzati) e voglia di uscire a sbattere la testa (e nel frattempo accontentarsi di far tintinnare stoviglie varie) ovunque si possa non pensare alla propria infelice condizione. Inseguire ciclicamente pensieri concentrici e non ascoltare alcun suggerimento migliorativo, pensandosi poi persone dal forte autocontrollo e con pure un bel paio di gambe, ma agendo sempre come se si fosse il brutto anattroccolo (che però la metamorfosi “cignesca” non la si vede mai).
Cose nuove dell’anno vecchio: pensarsi in nuove vesti con persone nuove che vengono da un settembre vecchio che non si sapeva così felice fino ad ora. Sospirare per un regalo di carta e inchiostro comprato per amicizia e simpatia che si terrà come un uovo da covare nel nido caldo che si vorrebbe per sè. Immaginare, avere paura, pensare, riflettere, scandagliare abissi e inerpicarsi su cime come un calamaro gigante o uno sherpa carico di sacchi a pelo. Prendere le misure per un proprio sè ridimensionato e sentirsi a casa in un altro posto. Perdere il contorno e sfumare verso fuori, guardare con occhio miope ogni esternazione altrui e sentire l’ovatta nelle orecchie. In attesa senza parlare nè muoversi nel timore che qualcosa cambi.
Cose vecchie dell’anno nuovo: derive decivilizzanti di alcue sostanze legali che fanno rompere una bella faccia su un muretto. Come il biondo platino di Fight Club, aitante come un dio e deturpato dalle botte fino a mutare fisionomia e diventare un osceno agglomerato di lineamenti subumani. Cicatrici che rimargineranno male. Lacrime solo a vederti, piccino mio. Che vorrei saperti a casa sempre sotto controllo e sei cresciuto così tanto da diventare cretino come uno qualsiasi. E chissà che ti dice quel tuo cervello annacquato che spesso è rinchiuso in una bolla col castello di plastica e l’erba finta.
Cose nuove dell’anno vecchio: si cresce anche così, solo lasciandosi vivere in nuovi modi sempre uguali a prima. Con un libro intellettuale sui segni zodiacali e un computer sempre acceso e sintonizzato sul mondo fuori. Fuori dalla finestra e dentro casa. E le caramelle ma nessuna colazione, nè pranzo nè cena. Un’amicizia finita con una papera che fa guardia sulla porta, come una Scilla rabbiosa e silente e criptica come una Sibilla. Il disgusto per alcune forme di corruzione patetica della dignità, il fastidio per sciocche idiosincrasie casalinghe che si ripetono in un loop logorroioco. E risposte sempre più laconiche.
Cose vecchie dell’anno nuovo: partire in fuga per un viaggio adolescenziale senza guardare indietro per paura di perdere Euridice. Rifugiarsi nel ghiaccio magari anche affettivo e non sapere cosa spiegare come il vuoto che c’è intorno. Un analfabetismo di ritorno che ottenebra i sensi e ottunde la mente così da non sapere e fingere di non capire che tanto il fardello viene via con te, come un sacco lo porti in spalla e ti farà compagnia nei momenti di solitudine, sarà la carne secca del soldato in missione e la pioggia che cade solo quando esci tu senza ombrello.
Sai, la gente è strana. Prima si odia e poi si ama. Non far si che la mia mente si perda in congetture, in paure.
Enrica Murru























