È difficile riuscire a trovare il giusto modo di viziarsi.
Viziarsi significa toccare le proprie zone erogene umane, accarezzare languidamente i bisogni inconsci che abbiamo e lasciare che l’erezione della completezza (anche se effimera e momentanea) riesca a riempire il vuoto di una giornata storta, di una donna sbagliata o di un momento di semplice down.
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Farlo significa ritrovarsi. Non fare shopping compulsivo, oddio anche quello serve, ma prendersi un lungo tempo di auto adorazione secondo me è più efficace.
È un periodo in cui mi sento molto viziato dalla vita e ingordo, mi vizio anche da me.
Me sto in disparte, mi guardo mentre cresco, cammino e saltello in avanti. Le giornate finalmente diventano fredde e c’è tempo per potermi prendere cura di Ernest. Piccole cose. Una bottiglia di Pix di Bocca di Gabbia, una cena fatta con ingredienti semplici oppure una serata solitaria.
Entrare nella splendida libreria Fahrenheit di Campo dei Fiori a Roma, parlare di romanzi, colori, impressioni di carta e comprare Simic, Haruki, Amis, Roth, poi cenare con un ottimo Riesling del 2001 e un’insalata di verza, uva nera, lattuga, limone e timo, sfogliando le pagine sul tavolo. Il pane che scrocchia sotto le dita.
Entrare nella notte capitolina, andare in un locale dove si legge Bukowski grazie alla giornalista Monica Maggi, bere Belvedere. Guardare la faccia di Hank mentre ride e sentire il caldo alcolico che scorre tra le dita. Tornare a casa, accendere un The Griffin’s Maduro e bere Ardbeg mentre Bill Evans accarezza il pianoforte.
Stare in silenzio sotto le coperte e pensare che l’abbraccio che senti è unico. Incredibile. Una tua comunione con la vita. Ripensare alla torre nera che si aveva dentro. Alle sue macerie su cui poter sempre ricominciare a costruire, ma su cui ora si siede guardando il tramonto di chi si era…
Vizioso. Me lo hanno detto in molti. Ma ora capite cosa intendo?
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Cordialmente vostro
Ernest LeBeau























