Milano. Fashion Week. Nella città più glamour della nostra Italia, si muovono uomini e donne bellissime. Uomini e donne magrissime. Uomini e donne problematicissime. Se Zoolander ci ha fatto ridere, o sorridere, sul mondo della moda, Breat Easton Ellis ha invece scritto del suo darkside con il suo Glamourama, in cui la storia di un giovane super modello era ambiguità sessuale, droga, compromessi troppo facili e psicofarmaci.
Sono qui da qualche giorno e sto saltando da una festa all’altra per delle interviste, incontrando quanto di più aleatorio e per certi versi inquietante si possa trovare: non c’è soltanto il lato scintillante, tra tutte quelle luci si percepisce la ruggine di un impianto che si sta autodistruggendo. Si sente il puzzo della decomposizione, fatta di un brufolino, di una ruga a cui dover porre subito rimedio, ad un centimetro di giro vita in più. Una decomposizione che ha al massimo 27 anni, perché a 30 sei vecchio. Tutti ridono, si baciano, si chiamano “amore” ed è fantastico sentire una giornalista (che a sua volta sembra una modella per la statuaria presenza) dire, con fare davvero stufo per tutte queste menate, ad una tizia che l’apostrofa con “Ciao sweetie”: “Io sono___ di ___ e tu scusa?”.
Il sottotesto “Chi caz sei?!” è molto chiaro e mentre assisto alla scena ghigno, la giornalista fa un sorriso tagliente come un rasoio e la tizia resta di sale. Ci sono bellezze che castigano. Evvivadio!
I ragazzi ci provano con le ragazze, le ragazze ci provano con gli uomini un po’ agè, gli uomini un po’ agè ci provano con i ragazzi che a quel punto fanno di tutta un’erba un fascio e non pensano più di tanto a chi stanno sorridendo e con chi stanno flirtando. Vedo biglietti scivolare in ogni tasca, sotto i drink offerti, vedo mani sfiorarsi e coppie e terzetti di uomini avviarsi verso le toilette.
Perché sono qui? Per incontrare una mia vecchia conoscenza, l’unica che riesce a distaccarsi completamente da tutto questo, che riesce a vivere qualsiasi situazione in modo naturale e con una presenza caratteriale che definire stolida è poco. In ritardo stasera, ma comunque una persona incredibile con cui posso condividere qualsiasi tipo di esperienza in modo del tutto naturale.
Mi aggiro con dello champagne, di cui non mi è dato sapere la provenienza, che ormai è caldo nel bicchiere. In realtà fa davvero schifo.
Ascolto la musica che filtra insieme hit da chart, indie ed elettronica, ma in realtà sono sfinito dalla paura che annuso nell’aria.
Quando tutto sarà finito, quando i corpi tenderanno a pretendere il giusto riposo, la pelle vorrà finalmente scendere dal pennone della gioventù e gli addominali chiederanno di smettere di essere la chiglia estiva su cui far navigare le mani delle ragazze, quando questo sarà finito, cosa resterà? E’ una riflessione che faccio a cuor leggero, ma mi rendo conto che se dovessi esprimerla ad alta voce verrei lasciato solo in un attimo, vedrei sguardi imbarazzati e intimoriti farsi largo tra le persone cercando qualcuno da salutare pur di sparire dalla mia presenza inquietante. Potrei farlo…
Forse il concetto di moda comprende anche chi la vive. Tutto è passeggero. Panta rei. Forse è solo l’oppio dell’insicurezza.
In mezzo a questa enorme sega mentale, che molti troveranno inutile, riprovevole e forse anche dettata dalla sola invidia di un eden così lontano da me, arriva lei. Splendida in un vestito nero con decolletè, capelli raccolti e un trucco leggerissimo. Così minimale da ampliare al massimo la sua bellezza. Mi bacia e mi chiede come va. Le racconto un po’. Dovrebbe parlare con un grosso tizio.
Si guarda in giro e alla fine mi dice “Qui dentro ci sono troppe tette finte e solo stronzi veri. Andiamo a bere una birra”.
L’incanto è spezzato dalla realtà. Dio ti ringrazio.
Cordialmente vostro























