Con Liz ci siamo conosciuti in un think tank folle a Parigi quando facevo l’imberbe rubacuori.
Le persone erano folli, il progetto stesso come ho detto, nonché i datori di lavoro che volevano una cosa ma ce ne facevano fare un’altra e dopo che avevamo fatto quella ci riportavano all’idea principale.
Insomma immaginate questo stress assurdo ogni santo giorno.
In realtà ci eravamo intravisti nell’ambiente, ma siccome sono il saltimbanco che sono e che la mia prima impressione è sempre quella sbagliata, o giusta, dipende da chi sia a impressionarmi, non ho mai creduto di andarle molto a genio.
Un giorno alzo la testa e nell’ufficio che dividevo con altre 7 persone, potete immaginare che grado di esaurimento mentale ci fosse in quella stanza satura di idiozia, mi vedo apparire lei. i suoi occhi enormi, la bocca disegnata leggermente e carnosa al tempo stesso. Sorridente. Come sempre l’avevo vista e come sempre ho immaginato che fosse dentro di sé.
Entra la presentano agli altri della squadra e io dico che già ci conosciamo, mi avvicino per darle un bacio sulla guancia ma la vedo un po’ restia. Ok, primo momento di imbarazzo per il sottoscritto.
Era entrata dentro come capo. Essendo un esterno non mi poteva che far piacere che ci fosse qualcuno di estremamente qualificato a dirigere la baracca. Se poi era lei meglio.
Liz ha un fascino particolare. È una di quelle donne pulite … non so come dirvi, acqua e sapone, ma acqua di Chanel e Sapone d’oro. Ha un’eleganza e un fascino innato e semplice.
Pian piano che cominciavamo a ingranare, la vedevo sorridermi dietro le frasi e dietro gli appunti. La vedevo imbestialirsi con i capi e cercavo di farla ridere. Ho sempre pensato che fosse necessario farla ridere. Chissà perché … forse perché era l’effetto bambino maschio, quello che quando trovi una bella bambina diventi scemo.
Sempre impeccabile. Con il suo decollette seduttivo, involontariamente seduttivo, come tutto di lei (almeno con me era involontariamente seduttiva) e mai fuori luogo era un tarlo quotidiano sotto prozac per il mio cervello. La cosa buffa che mi rendeva perplesso però è che non era soltanto la sua femminilità a farmi gola, anzi. Mi chiedevo continuamente cosa pensasse. La vedevo mentre fumava, come reggeva la sigaretta da star di Hollywood degli anni 50 lei non lo faceva nessuno, da sola e mi avvicinavo lentamente.
Da questi avvicinamenti e condividendo un sacco di deliri abbiamo cominciato a capirci un po’ di più e a prenderci in simpatia, anche se lei contrastava i miei tentativi di approccio sempre con la frase Sei scemo. E quella frase mi faceva chiedere cosa pensasse davvero di me. Se almeno un po’ la interessavo.
Dopo le serate folli (l’aggettivo torna perché non saprei com’altro definirle) a lavoro andavamo a bere insieme e visto che abitavamo uno vicino all’altro più o meno facevamo strada insieme.
Si stava aprendo uno scenario apocalittico. Stavo perdendo la testa.
Una sera cena fuori, dopo un aperitivo, e dopo cena di nuovo un drink, due, tre … era luglio e faceva un caldo terribile, quindi eravamo a piedi. Mentre ci salutiamo le mie labbra si poggiano per un attimo sulle sue e d’istinto chiudo gli occhi. Ci siamo baciati fa ridendo. Sai che sono il tuo capo e non si fa vero? E mi saluta tenendosi in equilibrio sui suoi tacchi.
Salgo a casa. Mi butto sul letto. Guardo il cellulare. Le vorrei scrivere qualcosa.
Mi arriva un sms “Il tuo capo vorrebbe vederti per dirti di persona quanto sei scemo”. Scendo le scale e compongo A-R-R-I-V-O.
Mi faccio aprire, ascensore, terzo piano. Si apre la porta e lei ha una leggerissima sottoveste bianca, si appoggia al muro e mi fa Entra, scemo.
Tutta la notte ho pensato soltanto a non accartocciare quei momenti come la stagnola del kebab, a goderne con lei, attimo per attimo, la mia bocca sul suo sesso, le sue labbra che si schiudevano in respiri leggeri. Le sue mani, lunghe, grandi, che ho sempre visto appoggiate a uno strumento a corda nella mia immaginazione, mi toccavano lusingandomi e sferzandomi. Erano mani che sapevano di me come nei miei pensieri solitari. Come le mie dita nella sua bocca che si bagnavano di piaceri nascosti. Non ricordo quando finimmo, mi svegliai soltanto nella mia stanza. A casa mia.
Il giorno dopo abbastanza disorientato. Una doccia veloce e in ufficio.
Alla domanda Dov’è Liz? Mi rispondono che era andata via perché si era trasferita a New York dopo aver accettato un ruolo da top manager in una grande azienda. Ricordo la serata insieme a lei e mi spiace non poterne vivere altre.
Accendo il computer e trovo una mail.
C’era scritto “Sei scemo. Un adorabile scemo”.
Sorrisi. Sorrido ancora quando penso a lei.
Cordialmente vostro
Ernest LeBeau























