
Poche parole. Perché davvero non ne ho per descrivere questa cosa.
A letto. Io e lei. Ci siamo arrivati dopo una bellissima serata in cui abbiamo tirato fuori tutte le nostre doti seduttive, in cui ci siamo corteggiati fino a far rumore, tra bicchieri portati lentamente alle labbra a mani che si sfioravano fugacemente.
Lei meravigliosa, come soltanto una persona di rara intelligenza può essere, perché la sua intelligenza, il suo acume sono estremamente eccitanti. Avvolta in un vestito capace di incresparsi ad ogni suo sorriso.
Dicevo, a letto. Io e lei. Le dita nelle bocche, le lingue che assaporano la pelle, lei che sorride beffarda e inizia a toccarmi … con … in modo strano. Come se stesse ispezionando qualcosa. Come se stesse indagando.
La mano è lenta, palpeggia, tasta, soppesa. A un certo punto mi sento un po’ a disagio. Mi guarda e mi dice “Che senti?!”. Sgrano gli occhi. “Cosa?” Faccio io. “Che senti! Che provi?”. “Ma io …”. “Che sensazione hai? Che si prova? E se faccio così? E se mi muovo così?” “Davvero … cioè, voglio dire … si dovrebbe agire e non …” “E se stringo? E se allargo? E se invece …” “… e se invece chiamassimo Piero Angela!?”.
A letto. Io. Da solo. Guardo Giacobbo.
Cordialmente vostro
Ernest LeBeau























