Unione Sovietica, anni '80.
Troviamo Christiane, una donna con due figli a carico, Alex e Arianne, che viene abbandonata dal marito, fuggitivo nella Berlino Ovest. Da quel momento, in seguito ad una profonda crisi personale, la donna diviene una fervente attivista all'interno del partito socialista, che detiene il potere assoluto ormai in decadenza. Crescendo, il figlio maschio, di nascosto, frequenta ambienti rivoluzionari e partecipa a manifestazioni di piazza dove contesta il regime. Durante una di esse viene arrestato dalla polizia, proprio sotto gli increduli occhi della madre, che, ironia della sorte, si stava recando a ritirare un premio “alla carriera” per la sua fervida devozione alla diffusione dell'ideale del Partito. Christiane non regge il colpo e cade in coma colpita da infarto. Da quel giorno Alex le si dedica totalmente, e all'ospedale, assistendola, conosce e si innamora di Lara, l'infermiera assegnata a sua madre. Nel mentre, il resto del mondo punta gli occhi su Berlino, simbolo della divisione, confine da valicare. Gli equilibri internazionali si spezzano, proprio come le pietre che compongono il muro. È il 9 novembre 1989 e tutto cambia: l'est si apre senza freni ad un occidentalizzazione a cui non è pronto.
Poco dopo Christiane si risveglia.
È chiaro che il suo cuore, così debole, non può subire traumi.
È chiaro che la frantumazione del muro sarebbe il trauma più grande, l'infinitamente insopportabile.
Da qui comincia la sfida enorme che coinvolge familiari e amici della donna, diretti magistralmente da un regista interno al film, fantasioso e temerario, il giovane Alex. Pellicola che diverte e commuove, sdrammatizza e costringe alla riflessione, “Good bye,Lenin!” è un prodotto interessante del mondo occidentale che mostra la visione, e la confusione, dell'Est Europa all'epoca della caduta del muro.
Ma l'aspetto maggiormente sviluppato, quello meglio reso, è l'interpretazione della parola LIBERTÀ.
È probabilmente il più grande dono che ci è stato fatto dopo la vita stessa, è ciò che ci concede il pensiero autonomo, è il portale che ci conduce alla fantasia. Ma è anche la cosa che amministriamo con maggiore difficoltà.
Immensa e potente quanto vasti e interpretabili sono i suoi significati, la libertà è la condizione in cui generalmente ci identifichiamo, cioè l'indipendenza del proprio agire rispetto a qualsiasi obbligo esterno; eppure è evidente che la definizione è quanto mai semplicistica.
Supponiamo di trovarci a passeggiare nell'Atene del quinto secolo a.C., sarebbe possibile incrociare per strada un personaggio di bassa statura e dalla fluente barba bianca. L'uomo veniva chiamato Socrate, ed era solito proporre domande del tutto simili alla nostra: cos'è la libertà?
Consideriamo la possibilità che rivolga a noi la questione; con tutta probabilità le definizioni date poc'anzi non lo soddisfarebbero. Infatti il filosofo ricercava l'essenza del concetto, il nome insito nella parola che ne fornisce l'entità. Dobbiamo quindi, in linea con il pensiero socratico, cercare il significato dentro di noi e poi “partorirlo”; in quel momento forse sapremo veramente di essere liberi. Questi sono però discorsi prettamente astratti, discorsi che si fanno quando non ci sono preoccupazioni più grandi, quando non si deve combattere ogni giorno contro un regime che ti condiziona in tutto ciò che fai. I cittadini della Germania dell'Est, e in generale tutti quelli del blocco sovietico, non avevano dentro di loro pensieri alti e farciti di filosofia, ma solo tanta paura e rabbia, o incoscienza e sottomissione. Sapevano per certo cosa volevano che fosse la libertà: non la vita che avevano avuto fino a quel momento; l'essenza era prettamente materiale.
Forse Socrate sarebbe stato d'accordo con loro.
A questo punto è evidente che il significato è determinato da infinite variabili, e quindi la condizione, il luogo, le esperienze, la necessità creano il valore che assume la parola per il singolo. In particolare, forse il più importante di questi fattori è la necessità.
Nel film di cui trattiamo, i vari personaggi hanno concezioni differenti di libertà, e nello specifico il confronto avviene fra madre e figlio. Si è detto che Alex, per nascondere la distruzione del muro, crea una realtà fasulla intorno a Christiane, un mondo immaginario e magistralmente costruito che ancora vive nel socialismo. È in questo momento che entra in gioco la concezione di libertà secondo necessità. La donna, chiusa nella sua stanza, pensa di essere libera, ma non lo è doppiamente, poiché il regime in cui crede è per definizione una dittatura, e poiché il socialismo stesso è un'illusione creata dal figlio, che a sua volta la costringe in una prigione vasta come la sua mente. Si scoprirà poi, al termine del film, che anche la madre aveva mentito ai figli, non permettendo loro, quindi, un pensiero libero, e che la stessa non approvava in segreto l'Unione Sovietica volendola abbandonare.
Questo film mostra in maniera fantastica innanzitutto che la libertà non può esistere senza democrazia, ma anche che è incredibilmente soggettiva e facilmente soggetta a finzioni. Infatti il figlio crede nella libertà, ma limita quella della madre pensando di allargarla poiché segue la necessità; quello di cui la donna aveva bisogno, paradossalmente, per essere libera di vivere.
La libertà comoda va secondo propria necessità, la libertà reale segue la conoscenza della verità.
È per questo che ci va stretta.
Titolo Originale: GOOD BYE, LENIN!
Regia: Wolfgang Becker
Interpreti: Daniel Bruhl, Katrine Sass
Durata: h 1.58
Nazionalità: 2002
Genere: commedia
Al cinema nel Maggio 2003























