Sono state mille le interpretazioni date al film L’invasione degli ultracorpi, girato nel 1956 da Don Spiegel e ispirato all’omonimo romanzo di Jack Finney. Si è voluto vedere, tra gli altri, un intento apertamente critico, da parte di regista e sceneggiatori, verso il regime comunista, immane terrore dei liberali Stati americani. Ma pare che Spiegel volesse semplicemente attaccare e presentare in tutta la sua inettitudine una certa concezione della vita: quella che ci rende omologabili, standardizzabili, che ci vede sacrificare anche gli affetti, i valori o le nostre stesse personalità per un non meglio identificato stato di quiete che tanto assomiglia a una versione borghese del girone dantesco degli ignavi.
La storia comincia con uno sconvolto Dottor Miles Bennet (Kevin McCarthy) che, in un ospedale, racconta ciò che sta succedendo nella sua città. Inizia così un lungo flash back in cui assistiamo alla lenta trasformazione degli abitanti di Santa Mira in vuoti simulacri di un essere umano. Vediamo i primi sintomi di uno strano cambiamento cui fa seguito il ritrovamento di un corpo molto simile ad una statua di cera, ma che prende velocemente le sembianze dell’uomo che lo ha scoperto. L’agghiacciante scoperta dei grossi baccelli che contengono i sembianti segna l’inizio della corsa finale degli eventi che portano alla fuga del dottor Miles da una Santa Mira ormai completamente mutata. Il finale lascia però una speranza al Pianeta, la speranza di poter ancora essere se stesso, con le sue peculiarità e i suoi bizzosi abitanti. E questo nonostante il regista avesse pensato ad una conclusione molto più cupa (che la casa di produzione bocciò), nella quale il prossimo ad essere sostituito saresti stato tu che stai guardando.
La pellicola è considerata ancora oggi uno dei punti cardine della cinematografia fantascientifica. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la fantascienza conquistò ampio spazio negli interessi collettivi: il cinema produsse alcuni dei cult che a tutt’oggi dettano legge, fiorirono riviste e correnti di pensiero ispirate ad un ipotetica realtà alternativa, la letteratura di genere trovò sempre maggiori appassionati. Nonostante questo contesto restò il fatto che le pellicole fantascientifiche, come appunto L’invasione degli ultracorpi, venissero prodotte con budget limitatissimi. Il che non tolse nulla alla spettacolarità e all’intensità del film, le quali ancora oggi arrivano a colpire con forza anche i non appassionati al genere.
La tensione claustrofobica che, mano a mano, si stringe attorno ai personaggi nulla deve ad effetti speciali o a forzature di sorta. Tutta l’energia della vicenda è sostenuta dalla sua semplicità, dal veloce svolgersi degli eventi e dalla cura con cui è stata costruita l’ambientazione e la stessa trama. Inoltre il film contiene tutti gli elementi che saranno poi basilari nella caratterizzazione del cinema di fantascienza: l’alieno cattivo, perché vuole sostituire il suo freddo ordine calcolato al nostro disordine sentimentale, l’eroe senza macchia che non si piega nemmeno a costo della vita, un invasione incombente e tutta una seria di altri fattori che, rimescolati in vario modo, restano la matrice su cui poggia tutto il genere. Un altro elemento al suo attivo è la profondità con cui vengono dipinte la perdita di “umanità” e l’alienazione dell’individuo nel mondo moderno. Tutto questo ha fatto si che, nel 1994, L’invasione degli Ultracorpi venisse iscritto nel Registro Nazionale dei Film della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.
Regia – Don Spiegel
Cast – Kevin McCarthy, Dana Winter, King Donovan, Carolyn Jones, Larry Gates, Jean Willes, Bobby Clark, Ralph Dumke, Virginia Christine, Jean Andrew, Everett Glass, Tom Fadden, Guy Way
Genere - Fantascienza
Durata – 80 minuti
Produzione – Walter Wanger Production
Uscita- 1956























