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Il villaggio dei dannati

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Il Villaggio dei dannati, opera più importante del defunto Wolf Rilla, è tra i cult del genere horror- fantascientifico. Nonostante l’evoluzione degli effetti speciali abbia raggiunto picchi elevati questa piccola opera conserva intatta tutta la sua energia il suo spirito nero. Tratto dal romanzo di John Wyndham, “I figli dell’invasione” del 1957, la pellicola ha avuto un sequel nel ’63, dal titolo The children of the damned e un remake nel ’95 per mano di John Carpenter che, nonostante l’impegno, nulla ha della grazia dell’originale.

A Midwich, un piccolo e ordinario villaggio inglese, una cappa di sonno scende inaspettata e istantanea sopra tutto e tutti. Chiunque oltrepassa i confini della cittadina cade in un sonno quasi mortifero. La situazione dura parecchie ore, allarmando le autorità. Se non che, veloce come è arrivato, il torpore sparisce lasciando gli abitanti vivi e vegeti ma incapaci di spiegare cosa sia successo. Di li a poco si scopre che tutte le donne del villaggio sono incinte, comprese le illibate (il che fece incorrere il film nelle proteste della Catholic Legion of Decency) e quelle senza marito. I bambini che di li a poco vedranno la luce saranno tutti uguali: belli, biondi, con una eccezionale capacità di sviluppo fisico e cerebrale e con la stessa luce cupa nello sguardo. Un invisibile cordone ombelicale unisce questi piccoli esseri dotati di poteri straordinari: leggono nel pensiero e possono costringere chiunque a eseguire i loro voleri. Il gruppo risulta sempre più consapevole e dunque compatto nel difendersi da qualsiasi atto o pensiero considerato minaccioso per la propria sopravvivenza.

La paura e la tensione che queste piccole creature, tanto più terribili in quanto hanno l’aspetto di bellissimi bambini, diffondono nel villaggio, aleggia sommessa ma crescente man mano che il Dottor Zellaby (George Sanders), l’unico capace di capire e in qualche modo gestire quello che sta succedendo, si conduce verso l’unica conclusione possibile.

La pellicola è semplice, senza effetti speciali, a parte la luminescenza che brilla negli occhi dei piccoli protagonisti quando utilizzano i loro poteri, priva di spargimenti splatter di sangue o liquidi affini. Il vecchio bianco e nero contribuisce brillantemente a tenere viva e costante l’atmosfera cupa e la sensazione di ansia che è elemento costante nello svolgimento della trama. Ma sono soprattutto i bambini alieni, arrivati nei ventri delle loro madri umane con una “sofisticata” forma di inseminazione artificiale e che si scoprono essere una delle propaggini di una nascente invasione aliena a danno dei primitivi umani, a fare da nucleo nero della storia.

La contrapposizione tra l’alieno cattivo, portatore di un sistema superiore frutto di intelligenze grandiose ma prive di qualsiasi sentimento e l’essere umano disordinato ma in fondo buono e giusto perché mosso da sentimenti e passioni più o meno profonde, trova nella fantascienza dell’epoca il suo più vasto compimento. E gli alieni di Midwich sono più terribili ancora, più spaventosi e più disumani proprio perché si presentano sotto le vesti di cuccioli, di piccoli e dolci creature che dovrebbero essere indifese e tutte gemiti e sorrisi. Al massimo qualche bricconata gli potrebbe venir concessa, tanto più nell’immaginario politicamente corretto con cui l’Occidente figurava se stesso nonostante le doglie dei cambiamenti socio politici in atto.

La paura di ciò che non si conosce e non si capisce è una delle più ataviche nell’animo umano, e tutto può esservi ricondotto: dagli spiriti dei trapassati a un piatto esotico con un nome impronunciabile. Ma a Midwich questa paura è tanto più crudele e difficile da sconfiggere perché calpesta, senza fare una piega,  l’umana visione dei legami cosiddetti naturali che imporrebbe ai bimbi il sentimento dell’amore filiale. Essi sono invece legati solo a loro stessi in quanto gruppo (come non rintracciarvi allora anche la paura dell’omologazione e dell’annientamento dell’umana individualità), e nella loro consapevolezza di esseri superiori e freddi calcolatori, vogliono solo sopravvivere per portare a termine la propria missione, del tutto sprezzanti di qualsivoglia affetto o legame o passione di sorta. Qualsiasi sia la prospettiva con cui ci si volge a questa preziosa opera, o qualsiasi fosse la vera intenzione dell’autore è certo che, nonostante siano passati cinquant’anni dalla sua realizzazione, il fascino oscuro della storia rimane intatto e pronto a prendere tutte le forme che la fantasia o la paranoia dello spettatore vorranno darle.

 

Regia – Wolf Rilla

 

Cast –  George Sanders, Barbara Shelley, Martin Stephens, Michael Gwynn, Bernard Archard, June Cowell, Linda   Bateson, John Kelly,Carlo Cura. Lesley Scobe, Mark Milleham, Roger Malik, Elisabeth Munden, Teri Scoble, Peter Preidel, Peter Taylor, Howard Knight

 

Genere – Horror Fantascienza

Durata – 98 minuti

Produzione – Ronald Kinnoch

Uscita – 1960

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