1982. La Disney tenta di rinnovarsi e conquistare un pubblico più interessato alla novità dei videogames che al cinema. Infatti il riscatto che ogni nerd si auspicherebbe è quello di Flynn, che salva il mondo a colpi di joypad. O meglio, nel tentativo di smascherare il subdolo direttore che fece carriera nella società informatica Encom con il ripetuto furto di proprietà intellettuali, viene colpito da un raggio convertitore e trasportato in un mondo tutto virtuale dove dovrà combattere la dittatura dell’ MCP (Master Control Program) coadiuvato da programmi amici. Come parabola di una dittatura e dello sparuto gruppo di rivoluzionari che, contro ogni probabilità, la sovvertono, ristabilendo la tolleranza e l’esercizio legale, Tron funziona poco. Come esortazione a tirare le briglie al progresso informatico in vista di un futuro tecnologico in cui i computer combatteranno i loro creatori per provocarne la sudditanza, Tron costruisce un ossimoro, da quel film tecnicamente avanguardista che è. Invece Linsberger, che scrive e dirige, è assolutamente encomiabile quando, facendo di necessità virtù, fonda lo stile del suo film su superfici di geroglifici sparati a velocità supersonica in prospettive ambientali scarne, abbozzate con poche linee e piani dai colori netti e sgargianti. Uno stile cosi caratteristico da non solo entrare nel retroterra culturale di ogni giovane smanettone, ma da rendersi inimitabile nella sua estrema peculiarità: eppure, ancora un ossimoro, al servizio di una storia di quelle fatte con lo stampino dalla Disney. Che Tron sia un barile di contraddizioni con c’è dubbio. Ad esempio spalanca il vasto orizzonte di un’intuizione così precoce senza esplorarlo a fondo, in tutto il suo potenziale, anzi, il mondo virtuale vuole sottostare alle nostre leggi fisiche definito nei suoi rapporti di spazio e tempo, che nel regno astratto dei programmi (matrix lo insegna bene) non sussistono. Cioè prima tutta la concretezza dell’astratto ripiegata su dinamiche narrative conosciute e inusitate, poi Tron che è invecchiato presto, Tron che non ha saputo rinnovare il suo pubblico (nonostante qualche mostro lo produca ancora, cercate Tron Guy su youtube) e tutte le critiche che in 28 anni si sono susseguite attorno ad un successo comunque precario e che ci stanno tutte. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare. Innanzitutto una scena che mi sento di citare per la brillante ironia: il riposo in un “loco ameno”, topos immancabile ed idilliaco in un gran pezzo di letteratura (da Dante ai grandi poemi cavallereschi di Tasso ed Ariosto), viene digitalizzato, e Tron, Flynn e Rem si abbeverano a “cagion de ristorarse” al fiume dell’energia, all’ombra dei pixel. Ma soprattutto tra i meriti quello di aver capito, in anticipo sui tempi, sulle persone, sui libri, dove stessero andando a parare i tempi, accaparrandosi parte dei diritti sulla nozione di realtà virtuale. E non solo. Chissà che la vocazione profetica di questo (nonostante tutto) gioiellino degli anni ottanta non risulti ancora più letterale se, in un futuro non così remoto, andremo in vacanza negli sfondi caraibici dei nostri desktop.
Un film di Steven Lisberger. Con Jeff Bridges, Bruce Boxleitner, David Warner, Cindy Morgan, Barnard Hughes. Fantascienza, durata 96 min. - USA 1982.























