L’ “aristocratico” Visconti entra nelle case popolari di Roma insieme alla intramontabile “Nannarella”. La storia è quella di una madre che vorrebbe una bambina prodigio, mai attuale come oggi.
Si dice che il regista Luchino Visconti sia andato un giorno a far visita a Cesare Zavattini, sceneggiatore padre del Neorealismo italiano (scrisse, tra gli altri, “Ladri di biciclette”) e gli abbia chiesto “una pepita d’oro dal suo sacchetto” e quella fu il soggetto originario di questo struggente film, figlio del popolo e della sceneggiata drammatica, ma anche grande saggio di quello che si definisce “cinema classico”, dove la parola classico non vuol dire noia, ma grande professionalità capace di dare ampio respiro anche alla storia più semplice.
Protagonista è Maddalena Cecconi (Anna Magnani) che, udito l’annuncio di un concorso bandito da una casa di produzione, porta la figlioletta Maria a Cinecittà, con la speranza che si avveri quel sogno del cinema che lei può guardare solo dal suo terrazzo sul grande schermo all’aperto nel cortile delle case popolari. La donna è disposta a combattere contro il marito Spartaco (Gastone Renzelli, attore non professionista), che è convinto che “tanto so’ tutte favole!”, a cercare doppi lavori per pagare i favori di uno dei tanti trafficanti (in questo caso il personaggio di Annovazzi, interpretato da Walter Chiari) che orbitano intorno al regista Blasetti (nella parte di se stesso) purché a sua figlia sia data quella possibilità che a lei è stata negata.
Visconti all’epoca disse che la cosa che più lo aveva motivato a fare questo film era stata la possibilità di lavorare con Anna Magnani in quanto diva e simbolo del cinema italiano e si vede. La storia gira tutta intorno a lei, eppure non c’è un minimo segnale di cedimento, un momento meno convincente, un attimo in cui la scena le venga rubata da qualche altro personaggio.
Con questo film ci si può innamorare di lei come attrice e come “donna forte”, lei che in sottoveste fa scenate, parla allo specchio, stringe la sua bambina come tutte le madri farebbero, ma allo stesso tempo come non potrebbe fare nessuna, perché il senso del tragico, quell’ansia profonda di qualcosa che ora c’è, ma tra un attimo potrebbe sparire è tipico di lei, l’ accompagna in tutti i suoi film, ma qui ha una spinta in più proprio perché interpreta una madre.
Il nascere dell’illusione, il suo alimentarsi sul terreno delle facili promesse, il suo morire al confronto con le cose che davvero contano nella vita sono i grandi temi che attraversano il film, sempre attuali come lo è il cinema, che non smetterà mai di attrarci con la sua irresistibile fuga dalla realtà, che siamo attori o spettatori, che lo vogliamo o no, guardando un film noi usciamo da noi stessi e possiamo permetterci il lusso di sognare, proprio come Anna, appoggiata alla ringhiera del suo balcone, in una notte d’estate romana.
ARTICOLO DI: Chiara Ciolfi
Bellissima (Italia, 1951)
un film di Luchino Visconti
con Anna Magnani, Walter Chiari, Tina Apicella, Gastone Renzelli, Arturo Bragaglia, Alessandro Blasetti
soggetto di Cesare Zavattini
sceneggiatura di Suso Cecchi d’Amico, Francesco Rosi, Luchino Visconti
Produzione: Salvo D’Angelo per Società Film Bellissima
Distribuzione: Cei Incom























