Le otto attrici sfilano sul palchetto allestito per la conferenza stampa in una delle sale del cinema Adriano di Roma. Sono tutte bellissime e i loro abiti rispecchiano le rispettive anime. Mentre il regista prende posto tra le “sue” donne il moderatore si appresta a passare la parola ai numerosi giornalisti ansiosi di ricoprire di domande i protagonisti.
Perché pur essendo autrice del testo e della regia teatrale Cristina Comencini non si è occupata anche della regia cinematografica?
Risponde Cristina Comencini:
Era tutto tanto femminile, forse troppo, pensavo di aver tirato fuori, a teatro, il massimo possibile dalla storia: un uomo poteva fare altro. Inoltre, devo proprio dire che soprattutto nella seconda parte la regia ha dato forza drammatica alle attrici, grazie allo sguardo di un uomo che scopre la forza e si sentimenti delle donne.
Cosa ha imparato dell’universo femminile?
Risponde Enzo Monteleone:
Prima di tutto, fare questo film mi ha dato la possibilità di apprezzare grandi attrici, è sempre bello lavorare con il talento. In ogni caso, di donne ne ho conosciute nella mia vita, ma nel testo ho ritrovato mia madre com’era a 40 anni- si dice che le mamme hanno sempre 40 anni per i figli- lei aveva un’eleganza innata, portava il filo di perle e un completo a fiori come quello indossato da Paola Cortellesi nel film. Le mamme non piangono mai, per lo meno non devono piangere davanti ai figli, ma quando capitano i momenti di debolezza sono capaci di rimettersi subito in pista.
Guardando il film si nota che le madri degli anni ’60 erano infelici per via delle ambizioni mancate, dei problemi coniugali, delle famiglie a volte opprimenti, ma sembra che a distanza di tempo anche le figlie covino molte insoddisfazioni. Le donne sono più felici di prima?
Risponde Monteleone:
Io credo che non si possa dirlo in generale, di certo emerge molto chiaramente dal film l’idea che le donne abbiano sviluppato una grande forza che le ha portate a riprendersi la propria vita.
Cosa vi ha intrigato di più del vostro personaggio?
Risponde Alba Rohrwacher:
A me ha molto colpito la situazione di queste quattro giovani donne che si incontrano un po’ per caso e passano insieme un pomeriggio da cui usciranno cambiate. Il mio personaggio è Giulia, figlia di Beatrice, lei subisce l’affetto della madre, così come subisce la vita e per la prima volta attraverso l’emozione, la rabbia, la voglia di capire diventa più consapevole anche di se stessa.
Risponde Claudia Pandolfi:
Il mio personaggio è Rossana, figlia di Sofia, lei in cuor suo sa di non essere mai stata desiderata dalla madre, ha un carattere brusco e aggressivo, a tratti credo di assomigliarle. A un certo punto del pomeriggio tira fuori anche lei il suo disagio interiore: per sentirsi donna e rivendicare la sua femminilità nei confronti di un marito che la vede “maschile” perché brava ed efficiente sul lavoro, si trova a desiderare un figlio.
Risponde Valeria Milillo:
A me è piaciuto molto l’aspetto della facilità emotiva con cui venivano fuori le varie storie personali, non ho sentito il distacco tra la mia vita di relazione e il set. Il mio personaggio, Cecilia, figlia di Claudia è nevrotica, sola, ma anche coraggiosa e tenera.
Risponde Carolina Crescentini:
Il mio personaggio Sara, figlia di Gabriella, vive sui nervi. In un certo senso rappresenta il riscatto della madre perché è una musicista affermata, in realtà non ascolta nessuno, né le amiche né il marito, come se le attenzioni fossero un pericolo per lei. È chiusa agli altri, cinica e per questo anche molto divertente. Ricevuto il copione ho fatto un piccolo gioco: ne ho date delle copie alle mie amiche, perché con le amiche anche quando stai benissimo esce sempre il lato imperfetto della tua vita, quello che vorresti cambiare e che ti aiuta a metterti in discussione.
Risponde Paola Cortellesi:
Il mio personaggio, Sofia, è scritto benissimo, uno di quei ruoli che è un piacere interpretare.
Si tratta di una donna schietta, ma frustrata, che vive male il perbenismo della sua epoca, ma alla fine non riesce a sfidare le convenzioni. Mi è piaciuto molto interpretarla, forse anche perché è molto distante da me, è una donna seduttiva.
Risponde Margherita Buy:
Il mio personaggio è Gabriella e trovo che in lei la cosa più bella sia il dolore nella grossa rinuncia al suo talento. Ho cercato di alleggerire un po’ questo dolore di fondo, in anni come quelli in cui si imparava anche a soffrire per la famiglia, che era sentita come un valore sommo, più importante di tutto.
Risponde Marina Massironi:
Il mio ruolo, quello di Claudia, mi ha fatto arrabbiare, ma anche intenerire, la stessa cosa che mi capita con mia madre. Forse il punto è quella vocazione al sacrificio per cui non sono portata e che non so capire; di certo la cosa che caratterizza Claudia è questo equilibrio difficile, questo dualismo che esplode nella vecchiaia.
Risponde Isabella Ferrari:
Il mio personaggio, Beatrice, è l’ingenuità, il sogno, la luce. La pancia di nove mesi con cui recito è per lei un peso materiale, ma non la frena nella sua dimensione aerea fatta di libri e di amore. L’anima provinciale del personaggio è venuta fuori alla prima lettura del copione con la Comencini, è stato facile: ho rubato l’accento e i gesti a mia madre e a teatro è stato molto spassoso, le donne si divertivano molto, gli uomini magari erano più increduli, ma ogni sera mi sembrava di capire di più il testo e ho desiderato interpretare tutti i diversi ruoli.
Come ci si regola con le candidature per i premi più importanti come i David di Donatello?
Risponde Monteleone:
Candidiamo otto protagoniste.
Avete mai pensato di introdurre personaggi maschili? O di avvicinare la vicenda narrata ai nostri tempi? Inoltre, le quattro vecchiette protagoniste di “Pranzo di ferragosto” non potrebbero essere le quattro madri tra altri venti anni?
Risponde Monteleone:
Io sono convinto che la forza del film sia il testo così com’è. Ci sono molti film tratti da testi teatrali, per esempio “Il dubbio”, nelle sale in questi giorni, mantenuti quasi identici e di grande qualità. Penso che se avessimo fatto entrare i mariti nella storia sarebbe diventata una commedia come le altre, invece qui mi interessava soprattutto il lavoro con le attrici e sulla macchina da presa. Il cambiamento più importante è stato sicuramente quello di aggiungere al cast quattro attrici diverse per interpretare le figlie, poiché il cinema necessita di un maggior realismo. Per quanto riguarda il paragone con “Pranzo di ferragosto”, posso dire che mi è piaciuto, ha una grande personalità come pellicola, ma non vedo il legame.
In quante copie esce il film?
Risponde Filippo Roviglioni:
Esce in 200 copie.
Come ha lavorato al montaggio?
Risponde Monteleone:
L’obiettivo era rendere il materiale il più sciolto possibile, quindi abbiamo previsto una serie di tagli e di movimenti di macchina, preventivando di conseguenza una quantità industriale di ciak che hanno sfinito le nostre povere attrici.
Abbiamo cercato di realizzare un montaggio quasi invisibile, accentuando particolari quali un’alzata di sopracciglio o una mezza risata che sarebbero stati più evidenti in teatro.
Inoltre, l’esigenza primaria è anche stata diversificare molto i colori e gli arredi tra le due epoche: coloratissimi gli anni ’60, quasi decolorati tra bianco e nero gli anni ’90.
Soprattutto dalla seconda parte si evince che gli uomini sono diventati più apprensivi, è davvero così?
Risponde Claudia Pandolfi:
Forse perché percepiscono la nostra fuggevolezza, forse perché quando perdi il controllo hai paura e gli uomini lo stanno un po’ perdendo su di noi. Le donne ora scelgono molto di più per se stesse, è proprio un mutamento sociale.
Risponde Valeria Milillo:
Dipende, non tutti sono fragili come nel film.
Risponde Carolina Crescentini:
Per esempio il mio personaggio non potrebbe stare con un uomo più solido e sicuro di sé perché probabilmente l’avrebbe già lasciata.
Non c’è stata nessuna rivalità tra le attrici sul set?
Risponde Monteleone:
Sono sempre andate tutte perfettamente d’accordo: abbiamo le prove del backstage. Inoltre quattro di loro conoscevano già il testo alla perfezione per averlo interpretato in teatro.
Risponde Buy:
Non c’è stata affatto rivalità, oltre tutto i ruoli erano tutti bellissimi.
Risponde Cortellesi:
Penso che sia ora di sfatare questa leggenda delle attrici che devono per forza odiarsi e contendersi i primi piani. Inoltre non bisogna dimenticare che un buon lavoro si fa in squadra e con una punta di malizia potrei dire che ho conosciuto molti uomini molto competitivi.
Questa ricerca sfrenata della maternità di Cecilia è un sollievo per le frustrazioni quotidiane?
Perché non farsi portavoce, anche in occasione dell’8 marzo, di un rinnovamento della legge per l’affido, anche per le donne single?
Risponde Milillo:
Io penso che ognuno personalmente potrà prendere le sue iniziative, per quanto riguarda il personaggio, la maternità per lei non rappresenta una toppa, ma la volontà di dedicare la sua vita a uno scopo, senza dimenticare l’imprinting della famiglia numerosa datole dalla madre.
Ci sono altri film al femminile a cui si è sentito vicino? Quale elemento della storia
non volevi assolutamente perdere nella resa scenica?
Risponde Monteleone:
Mi sono riferito soprattutto a commedie degli anni ’60 e ad alcune attrici come Sylvia Koscina, Claudia Cardinale, per me era fondamentale che rimanessero la forza e l’intelligenza delle donne.
Per le attrici che hanno recitato “Due partite” : che differenze avete notato tra la regia di una donna e quella di un uomo?
Risponde Ferrari:
Siamo state decisamente avvantaggiate perché il percorso era molto ben tracciato, a me personalmente sembra di non aver cambiato quasi nulla. Sicuramente avere Enzo alla regia ci ha regalato molta libertà.
Risponde Massironi:
La differenza è stata data soprattutto dal mezzo, inoltre volevo dire che Enzo ha facilitato al massimo anche l’inserimento di Paola che è stato molto naturale, lei ha trovato subito la giusta misura.
Risponde Buy:
Forse l’orecchio di un uomo ci ha fatto bene, ci ha fatto andare un po’ avanti, nel senso che dovevamo stare attente a come ci ponevamo.
Risponde Milillo:
Il mio è un caso diverso perché ho cambiato proprio ruolo, da madre a figlia e lo abbiamo costruito con Enzo, mi ha dato delle coordinate e una grande libertà di provare lì per lì e di proporre mie idee.
ARTICOLO DI: Chiara Ciolfi
























