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PRATIBHA PARMAR: Una retrospettiva.

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Il Gender Bender accoglie nella sezione Soggettiva il ritorno a Bologna di Prathiba Parmar, vera e propria icona del cinema glbt che mancava in città dal 1996 quando fu ospite di Immaginaria, festival internazionale del cinema lesbico. Una retrospettiva completa dell’artista inglese, di origine indiane, che ha imposto sin dai primi lavori il carattere politico del suo fare cinema: rappresentando e denunciando razzismo, sessismo e omofobia.

Coniugando l’impegno politico a un estetica cinematografica assai raffinata la Parmar è riuscita da subito ad imporre i suoi lavori alla ribalta internazionale arrivando alla prima vera svolta già nel 1991 con A Place Of Rage, documentario sul ruolo delle donne afroamericane nel movimento per i diritti civili che ricevette, oltre al riconoscimento internazionale, anche quello del National Black Programming Consortium , uno dei più importanti enti della cultura afro presente negli stati uniti.

 

Del 1993 è invece Warriors Marks dove l’argomento sono le mutilazioni sessuali In Africa. E’ superfluo dire che all’epoca, 15 anni fa, l’argomento in questione era pressoché sconosciuto in Europa, e questo ribadisce la sensibilità della regista britannica per le questioni che hanno a che fare con le libertà civili e i diritti umani e la sua capacità di essere pienamente dentro la realtà, non solo quella del proprio mondo, ma quella globale. Quello delle mutilazioni sessuali(infibulazione e escissione) è una pratica in uso in ben 28 paesi africani e in diversi paesi arabi che con la crescente immigrazione dal continente nero verso l’Europa ha portato questa problematica anche da noi. Discuterne pone problemi di vario genere vista la sua radice culturale e la contrarietà di molte donne al suo divieto, tant’è che in occidente si sono formate diverse associazioni di donne per la conservazione di tale pratica. Questo spiega anche le numerose critiche che il film ricevette all’epoca della sua uscita da numerose personalità della cultura africana.

 

Sicuramente in questioni del genere si ripropone l’annoso problema dell’ incontro di culture differenti che guardano con diffidenza, e talvolta con orrore, le abitudini degli altri. Certo è che sono numerosissime le donne africane contrarie alle mutilazioni genitali che scappano dalle loro famiglie e dai loro sposi promessi pur di conservare la loro integrità psichica e fisica. Oltre a menomare il corpo infatti l’infibulazione spesso ferisce profondamente l’anima, facendo perdere la sfera del piacere sessuale delle donne e rendendole simili a oggetti sessuali incapaci di godere del sesso dei propri compagni. Quello che sorprende della Parmar è la sua capacità di raccontare storie estreme come queste con grande attenzione verso la realtà dei fatti, in puro stile documentaristico, e di unirvi costantemente le ragioni dell’arte. Gli spezzoni di Warriors Marks ad esempio sono intramezzati dalle scene di performances di una danzatrice africana che rappresenta di volta in volta una delle condizioni descritte nel documentario. La presenza della regista britannica è forse la mossa più azzeccata degli organizzatori del Gender che hanno portato a Bologna una delle più famose registe lesbiche in circolazione e allo stesso tempo hanno trovato un oratore d’eccezione per discutere di problematiche e realtà che ultimamente in Italia hanno difficoltà ad emergere, vittime della regressione culturale del paese che si manifesta con il crescente razzismo e intolleranza delle nostre città.

 

La diversità, unico specchio possibile per conoscere noi stessi e l’altro, viene progressivamente isolata, minimizzata, talvolta addirittura rifiutata. Non ci saranno mai abbastanza parole per dire quanto delittuoso sia un processo del genere che a lungo andare porta all’abbrutimento e a pericolose svolte estremiste sulla superiorità di una cultura su un'altra, di un comportamento sull’altro. Il Gender, che delle diversità e della loro messa in scena è il simbolo, fa dannatamente bene in questo momento, soprattutto quando da la possibilità di conoscere gente come Prathiba Parmar ai non addetti ai lavori o semplicemente agli eterosessuali, sempre un po’ restii ad avvicinarsi al mondo gay e lesbico per i soliti motivi di provincialismo e omofobia.

 

La personale speranza del vostro inviato è che questo festival possa crescere ulteriormente negli anni, che acquisti ancora maggiore visibilità, che diventi un patrimonio, non solo Bolognese, ma italiano.

 

ARTICOLO DI: Nicola Terzini
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