Tralasciando per una volta recensioni di film e interviste a volti noti del cinema, il vostro affezionatissimo, reduce dall'esperienza al Giffoni Film Festival, ha deciso di parlarvi della faccia nascosta di questa manifestazione: di tutto quello che va al di là del lavoro di corrispondenti, tecnici e critici cinematografici; in una parola, ha deciso di parlarvi dell'anima del Giffoni.
Scoprirla non è stato assolutamente facile. All'inizio tutto sembra uguale agli altri festival del cinema che si svolgono in giro per il mondo: troupe giornalistiche ovunque, gente che schiamazza dietro al divo di turno, fotografi e cameraman nervosi e sudatissimi per i loro pesanti apparecchi, ristoratori a caccia di clienti e una marea di giurati pieni di rumoroso entusiasmo giovanile. Tutto questo, devo dire la verità , è divertente, entusiasmante addirittura, ma non è l'identità vera di questo festival; a parte la differenza di età dei giurati (fatto comunque da non trascurare) queste scene sono molto simili a quelle che si vedono a Venezia, Cannes o Berlino. Ma allora che cos'è che rende unico il festival della cittadina campana?
Â
Il vostro Nicola confessa di averlo cominciato a capire dopo 4 o 5 giorni, prima infatti era troppo preso dalle corse tra sale cinematografiche e conferenze stampa e certi particolari proprio gli sfuggivano. Ha cominciato ad accorgersene solo a tarda notte quando, rientrato esausto in albergo, si metteva a sfogliare il suo taccuino malconcio per ritrovarvi colonne di nomi che indicavano le più disparate provenienze geografiche: Majdi, Joao, Katerina, Carmine, Ingmar, Baptiste, Boris...Gente con cui aveva iniziato una conversazione apparentemente per caso, seduto davanti una granita o appoggiato contro un condizionatore per fuggire l'afa e che in poco tempo erano diventati, sono sicuro di poterlo dire, suoi amici. Ognuno di loro era al festival per un suo motivo: chi per recensire, chi per visionare le opere in concorso in vista di futuri festival, chi come accompagnatore di giovani giurati, chi come autore di un lavoro, in cerca di riconoscimento.
Â
Pian piano il vostro inviato di fiducia ha cominciato a notare che queste amicizie gli davano una sensazione assai differente da quelle di simili temporaneeconoscenze strette in vacanza o ad un concerto poiché, in quel tipo di occasioni, tutti quanti sono un pò meno se stessi, e l' euforia di un momento ludico porta ad accettare e ad apprezzare comportamenti e modi di essere che normalmente rifuggiremmo senza sentirci minimamente in colpa. Tutte quelle persone cominciavano un discorso chiedendo informazioni sul vostro affezionatissimo, tenendo la parola "IO" soltanto per la seconda o terza battuta e così ha cominciatoa fare anche lui, sempre più conquistato da quello che a poco a poco gli sembrava uno spirito di comunione e disponibilità verso l'altro che mai aveva provato prima.
Â
Con questo non voglio cadere in una retorica tra il figlio dei fiori e il buon cristiano ma solo raccontare quella che è stata un'esperienza eccezionale al di là della dimensione artistica del festival, e che forse è stata addirittura più importante: la dimensione umana. Quello di Giffoni, come più volte ha sottolineato il direttore guru Gubitosi nelle varie conferenze stampa, è un festival di cinema indipendente che ha come protagonisti giovani essere umani nel pieno dell' età della formazione.
Â
E' chiaro dunque e, assolutamente necessario, che l'intera manifestazione sia permeata da una forte impronta didattica e da un'esigenza di comunioneche a ben guardare (bisogna comunque imparare quel tipo di sguardo) è evidente appena si mette piede in paese: quando si vedono le combriccole spontanee formate dai giovani giurati, i loro giochi, le discussioni, i loro amori concentrati in dieci giorni, per questo non meno degni di altri pluriennali.
Â
A Giffoni il vostro affezionatissimo ha visto sorrisi e lacrime , udito cori di canzoni pop e interventi di rara profondità : per concludere, ha percepito soprattutto umanità , incredibilmente slegata da differenze di genere, cultura, religione o estrazione sociale. Ha visto che certe cose possono realizzarsi senza aver nulla a che fare con il buonismo o la retorica e lui stesso ha versato qualche lacrima, stando bene attento a non farsi vedere da nessuno, perchè al momento di ripartire, di lasciare quell'angolo di mondo e di tempo per tornare alla materiale superficialità del quotidiano, non ne aveva proprio voglia.
Â
ARTICOLO DI: Nicola Terzini
























