Tuttavia, al di là delle aspettative di una parte del pubblico, la pellicola rivela una problematica fondamentale, anzi essenziale nella vita del regista Lars von Trier, la depressione, argomento che da solo ha meritato e merita fiumi di trattazione, ma che in effetti lascia chi ne è affetto solo con se stesso e con un senso di potenza/impotenza che connota tutto il film. Però nel momento drammatico della fine, quando il pianeta Melancholia, dieci volte più grosso della Terra, sta per colpirla, la depressione rende forte e serena Justine che nulla ha da perdere - la sorella più debole e fragile che con il tentativo di sposarsi ha cercato inutilmente di crearsi una vita normale inserita negli schemi - mentre colpisce Claire che ama e crede fermamente nella vita cui fatalmente deve rinunciare. Il ritmo estremamente lento dell’incipit anticipa il terribile epilogo e pare mettere in evidenza un ruolo demiurgico di Justine nell’attrarre Melancholia fino a farsi fagocitare come mostra la scena in cui nuda nell’anima e nel corpo gli si offre invitante e più potente della stessa terra: così potrebbe spiegarsi il riavvicinamento del pianeta dopo che si stava allontanando dall’orbita terrestre. Al di là del realismo angosciante della seconda parte, quasi contraltare al pathos romantico del tentato matrimonio, pur se connotato da forti tinte di depressione, pare verosimile il fatto che Melancholia sia una sorta di ectoplasma di tutte le angosce sparse nel mondo o meglio una specie di somatizzazione spaventosa e distruttiva come è nel quotidiano l’essere affetti da tale patologia. Certamente l’aver costruito questo film avrà avuto una funzione catartica e purificatrice e quindi liberatoria per il regista, e per gli altri... Al pubblico l’ardua sentenza! Salvatore Longo
Melancholia
























