The Fighter

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La carne maciullata e il corpo esausto, dolorante sono soltanto la proiezione fisica di un disagio morale che Michy Ward, il pugile del titolo, prova tuto il giorno nello schifo di Lowell, una cittadina sperduta nel Massachusetts resa celebre per i due secondi nei quali Sugar Ray Leonard venne messo al tappeto, vuoi per fortuna vuoi per merito, da Dickie Eklund. Dickie il fratellastro di Michy, nonché suo allenatore. Alice, la matrigna, fa invece da manager, a seguito la tribù delle sorelle dai soprannomi improponibili e una fidanzata che, come tutte le donne di questo film, ha il fegato di chi è cresciuto nella strada.

Gli strali della critica hanno puntato sul finale. “Troppo happy” o “troppo all’americana”, pacificatorio e brusco. Diciamoci la verità: bersaglio facile. Spargete qualche sorrisino sugli ultimi minuti di film e sentirete tuonarvi contro almeno parte dei custodi del tempio, nel migliore dei casi con toni mitigati dal numero di volte che siffatta critica è stata avanzata e, d’altra parte, ignorata. Le lacrime, si sa, fanno vendere biglietti alla faccia delle stelline nel giudizio, ma questo nello specifico non è un caso di ruffianeria da lacrimucce, piuttosto è quello di un film inaffondabile con così deboli argomentazioni. Un film è sempre un sistema complesso. E’ fatto di ambiguità, contraddizioni, livelli di significato e forme che cambiano a secondo della prospettiva e cioè del punto di vista. Il filo dell’interpretazione può legare tra loro contenuti diversi e in maniera differente, ma esistono delle associazioni a tal punto parziali da risultare carenti o, nel peggiore dei casi, che non vengono fatte. Un film di pugilato non è mai soltanto un film di pugilato. Esiste una componente poetica che rende felice l’assimilazione del ring (e di tutto ciò che vi avviene) con il succo amaro della vita stessa. Sul ring si sputa lo stesso sangue che cavano fuori le giornate più nere. Anche in The Fighter c’è una comunità di perdenti a vita, emarginati sul fondo lercio della scala sociale. Essi incassano ogni sfida il triplo dei colpi di Michy andando a terra ogni giorno. Sono la massa indistinta di sconfitti che Michy si porta dietro e sul ring: vivono più o meno indirettamente ogni vittoria alla ricerca di un riscatto morale. Come contenuto sono un elemento imprescindibile per comprendere la figura e l’azione del protagonista: chi lo circonda cerca attraverso di lui non denaro o protagonismo ma resurrezione, esorcizzando sul ring anche i propri definitivi fallimenti. Appurato (come succede per l’intero film) che a Lowell la vita è dura e già scansato per questo l’errore di un eccessivo buonismo, non concedere neanche il riscatto solo simbolico nell’happy end sarebbe crudele, inutile e probabilmente anche sterile.

Un film di David O. Russell. Con Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Jack McGee. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 115 min. - USA 2010. - Eagle Pictures

Giordano Giuseppe

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