Presentato a Venezia 2010 nella sezione “Controcampo italiano”, il quinto lungometraggio di Roberta Torre, che ha scritto anche la sceneggiatura a quattro mani con Laura Nuccili, giunge a otto anni di distanza dal fortunato esordio cinematografico con “Angela”, che ha anche segnato l’inizio della collaborazione con Donatella Finocchiaro.
Il film sarà distribuito in 45 copie.
Il film è girato a Librino, quartiere di periferia di Catania progettato da Kenzo Tange per fare da modello a una nuova area della città siciliana, ma in realtà dismesso e trascurato.
Può raccontarci come si è sviluppata l’idea iniziale del film?
Roberta Torre: Ho voluto ambientare il film in periferia, ma in questo caso, pur avendo Librino delle specificità architettoniche, non sembra Catania, potrebbe essere ovunque: non ho voluto legare troppo il film alla regionalità, anche perché l’abbiamo presentato prima all’estero – al Sundance Film Festival e a Mosca – e poi in Italia.
Questo viaggio mi è servito anche per capire come sono gli occhi che guardano all’Italia, che viene comunicata come una terra piena di gioia semplice e di bellezza. Ho capito io stessa i “messaggi” del film, una parola che di solito non uso, ma che mi sembra possa funzionare in questo contesto.
Mi è piaciuto molto anche mescolare attori affermati con facce nuove, per creare cortocircuiti creativi e importanti collaborazioni. Penso che sia un modo per i “nuovi” di accumulare esperienze e per i “vecchi” di ricevere nuova linfa vitale.
Può chiarire meglio i messaggi del film?
Roberta Torre: Rispondo con un esempio: spesso all’estero mi hanno fatto domande sui motivi dietro il degrado anche culturale dell’Italia, che è considerata la culla della bellezza e io mi sono trovata spiazzata, perché ero pronta a rispondere a domande tecniche, ma non a disquisire sul tema dell’estetica. Da qui ho pensato che forse ho voluto raccontare la bellezza nei rapporti umani e soprattutto nel rapporto madre-figlia che a volte può essere anche molto semplice nella sua messinscena.
Ha mai avuto a che fare con persone che abbiano vissuto esperienze extrasensoriali?
Roberta Torre: Sì, ho conosciuto molte persone che hanno vissuto esperienze miracolose, anche per documentarmi prima del film. Li distinguerei dal contesto extrasensoriale, ma penso comunque che sia un terreno che non può essere esplorato con le caratteristiche della ragione. Questo film a Venezia ha vinto il premio Brian per il miglior lungometraggio ateo, votato da una giuria presieduta dal matematico Piergiorgio Odifreddi e questo avvalora il fatto che a me non interessasse tanto indagare la parte spirituale quanto la potenza dei rapporti, tanto più che una delle frasi pronunciate da Rita, la mamma della piccola protagonista, indica che anche il semplice ascolto genera miracoli.
Laura Nuccili: Confermo che a interessarci particolarmente era l’evoluzione del rapporto tra Rita e Manuela per cui riescono ad avvicinarsi e a “toccarsi”.
Possiamo chiedervi una breve riflessione sul tema del bisogno di speranza sfruttato in termini economici?
Piera Degli Esposti: Io sono stata molto felice di interpretare una parrucchiera che non solo illude esteticamente le clienti, ma fa loro anche le carte. L’ho interpretata con l’ottimismo di un personaggio che accudisce la testa delle clienti dentro e fuori e che crede che l’illusione aiuti a vivere.
Donatella Finocchiaro: Tutto parte dal bisogno di attenzioni. Da lì si mette in moto il processo per cui la madre si ritrova a fare la manager della figlia, fino alla scena culminante in cui la ragazzina fa la critica a sua madre, dicendo che lei ha “preso per il culo” tutti, rincorrendo valori fatui – Rita in questo rappresenta molto la società di oggi- e la risposta della donna è che in fondo non importa che tutto si sia messo in moto per una bugia, perché l’importante è dare alla gente qualcosa in cui sperare.
Roberta, lei ha letto il libro di Luzzatto su Padre Pio?
Roberta Torre: No
Come mai, diversamente da altri suoi film, qui non sembra aver dato molto spazio alla musica, considerando la grande fucina musicale di Catania?
Roberta Torre: Ha ragione, forse per la prima volta non sono partita dalla musica tra i primi elementi di costruzione della storia, anche perché, come dicevo, non volevo regionalizzarla .
Per l’occasione mi sono servita di un brano originale di Erica Mou, “Oltre” e delle musiche composte da Federico Di Giambattista e Andrea Fabiani.
Pino Micol: Io vorrei intervenire riprendendo il discorso su Padre Pio, essendo pugliese. Anche se non sono credente ho seguito con molto interesse la sua involuzione verso il marketing. Credo che il santuario di Pietrelcina sia uno di posti meno spirituali d’Italia: sembra un suk! C’è la faccia di Padre Pio perfino sui cavatappi..personalmente avrei paura a usarli…mi sembrerebbe di staccargli la testa!
Per tornare al discorso sulla bellezza, invece, vorrei dire che Librino è bella a suo modo e che anche Catania è una bellissima città, ingiustamente poco celebrata.
Per ricollegarmi al riferimento di uno dei giornalisti alla poesia “I limoni” di Montale, sono convinto che un’immensa apertura dell’animo si possa verificare anche osservando qualcosa di semplice come un limone, appunto.
Roberta, perché sceglie sempre di girare in periferia? Come è cambiato il suo rapporto con Donatella, dal primo film girato insieme?
Roberta Torre: Effettivamente ho una fascinazione per le periferie, a partire da quella di Palermo a Roma, dove conosco benissimo la zona di Tiburtina. Mi diverto di più e credo che siano i luoghi dove il contemporaneo trova le sue forme prima che altrove. Mi piace mimetizzarmi come se anch’io fossi un’abitante del posto. A Librino all’inizio la gente del quartiere era diffidente, poi si sono abituati a noi, ci siamo sempre più integrati, alla fine ci portavano le torte sul set!
Mi piace essere costretta ad entrare in punta di piedi in un mondo che pare essere totalmente estraneo.
Il rapporto con Donatella è prezioso per me, è uno di quei casi che è raro trovare nell’arco della propria vita artistica, poiché è già difficile trovare qualcuno con cui lavorare senza razionalizzare troppo. Tra me e lei c’è quasi un codice segreto di comunicazione. E’ il tipo di rapporto che ho avuto anche con Daniele Ciprì, per esempio.
Donatella Finocchiaro: Roberta è stata la mia “mamma” artistica e quest’anno per me ricco di commedie – dopo questo film ho girato anche “Manuale d’amore” che però è uscito prima nelle sale – è iniziato con questa in cui recito un personaggio sopra le righe, con i vestiti leopardati, i tacchi, i capelli biondi con la ricrescita…inizialmente non pensavo di essere adatta, poi ho capito che Rita è fatta di mille donne e potevo metterci anche un po’ di me.
Anche in questo film ritorna la presenza degli angeli, del carattere angelicato..è un filo conduttore?
Roberta Torre: E’ vero, ha colto uno dei temi che ritornano nei miei film. L’incipit è accompagnato da un sospiro, idealmente quello della Madonna, di cui si deve svelare la statua. Inizialmente in sala di montaggio avevamo costruito una scena con molti rumori, ma mi sono resa conto che non funzionava, allora ho voluto togliere tutto e lasciare solamente questa specie di afflato, che dà l’avvio alla storia. In generale, la figura dell’angelo mi ha sempre affascinato, l’ho riproposta anche nella chiesa di Librino, con queste enormi statue kitsch dorate. In realtà la chiesa era bianca e spoglia, noi l’abbiamo fatta ridipingere in stile sudamericano, tutta blu.
Ragazze, come avete vissuto questa vostra prima esperienza?
Carla Marchese: Per me era in assoluto la prima esperienza lavorativa e Roberta mi ha aiutato molto. Ora ho 15 anni, ma mentre giravamo ne avevo veramente 13. Ora mi piacerebbe continuare, ho un agente, ma per adesso oltre a fare provini aspetto l’uscita del film.
Martina Galletta: Anche per me Roberta è stata una “mamma”, mi ha presa, sconvolta e rimanovrata. Anche Donatella mi ha aiutata molto, anche perché stiamo lavorando insieme a teatro ne “La Ciociara”.
Piera, quanto c’è della strega cattiva di Biancaneve nel suo personaggio?
Piera Degli Esposti: Molto. Con Roberta abbiamo fatto un bel lavoro di improvvisazione e sicuramente sono in debito verso la strega che mi è sempre stata più simpatica di Biancaneve fin da quando ero bambina.
Chiara Ciolfi
























