Poetry

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A 66 anni Mija vive col nipote, studente di liceo di una piccola città nella Corea del Sud. I due abitano in un piccolo appartamento in una cittadina di provincia attraversata dal fiume Han, nella Corea del Sud. Un giorno, proprio sul letto di questo fiume, galleggia senza vita il corpo di una giovane fanciulla, Agnes. Mija viene a conoscenza della cosa e sgomenta ne parla a Jongwook, perché la fanciulla era una studentessa che frequentava lo stesso istituto scolastico del nipote. Ma Jongwook sembra non interessarsi affatto dell'incidente luttuoso.  Mija è eccentrica e piena di curiosità. Il caso la porta a frequentare un corso di scrittura poetica e, per la prima volta nella sua vita, a scrivere una poesia. La donna cerca la bellezza anche nel suo ambiente, al quale fino ad allora, non aveva prestato un’attenzione particolare. Ha l’impressione così di scoprire delle cose che erano sempre state davanti ai suoi occhi. Ma il suo sogno di scrivere poesia deve fare i conti con una realtà dolorosa e sordida, a cui si rifiuta di prestare il fianco, che immagina diversa e finisce per trasfigurare – forse per l'Alzheimer che la sta aggredendo. Una realtà a cui si ribella con la ricerca della bellezza. Ultimo lavoro di regia e sceneggiatura di Chang-dong Lee è un ritratto severo del cambiamento in atto dei valori della società sud coreana e sin dall'inizio delinea un racconto che articola in parallelo orientamenti di valore e di morale sociale stridenti. La personalità pura e leale di Mija, che sempre cerca di cogliere e riconoscere quello sguardo trascendente la realtà che le permetta finalmente di riuscire a scrivere poesie, si trova invece a confrontarsi con un quotidiano malsano di cui il nipote ne fa già parte. In particolar modo colpisce l’indifferenza, l’assenza di senso di colpa nel nipote e nei suoi amici, dovuti probabilmente all’annebbiamento spirituale di un intero popolo e in particolare nei ragazzini che forse più di tutti crescono e si formano in una realtà vuota e senza più ideologie. Ma, l’eroina di Poetry, Mija, non si arrende a questa decadenza sociale ne tantomeno al Alzheimer che inizia a dare i primi sintomi. Mija affronta la vita con forza e volontà non facilmente associabili a una persona della sua età. Per occuparsi del nipote, lavora come badante presso un anziano emiplegico mentre per "occuparsi di se stessa" si scrive ad un corso di poesia perché come lei stessa afferma più volte nel film le sono "sempre piaciuti i fiori e perché a sempre detto cose strane". In realtà lei è l’unica in questo film che sembra conservare una profonda sensibilità lontana dalla logica del denaro e della materialità, una sensibilità che la porterà a rendere giustizia alla memoria della giovane ragazza morta suicida. L’epilogo mette in scena la vera disperazione dell’indiretta protagonista del lungometraggio, la piccola che è stata tormentata fino alla più tragica delle decisioni. Il suo sguardo in macchina è intenso e commovente e chiunque diventa in qualche modo testimone del suo folle gesto e dei suoi sentimenti. Non c’è bisogno di parole, ma la poesia da lei recitata ci fa scoprire il significato totale della sua storia, e il cerchio si chiude.

Carlo Barberio

 

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