Esiste nella carriera di tutti i registi un punto di svolta: esso è prima personale che professionale, coinvolge prima la sfera emotiva e la considerazione di se stessi nel mondo che un modus operandi. Un film che corrisponde a questo cambiamento, racconta cosa è successo in quegli anni di assenza con una deviazione del percorso artistico precedente, che quindi procede verso altre tematiche ed altri linguaggi. Biutiful è, non a caso, il film in cui Inarritu abbandona il suo sceneggiatore di fiducia (Guillermo Araga) e la struttura narrativa ad incastri con cui aveva esordito, e al piacere della narrazione, al succedersi di eventi mozzafiato, sostituisce un gioco raffinato di emozioni che calamitano empatia, incastonate in una trama lineare, silenziosa, elegante. Si sviluppa nell’altra Barcellona, misera e decrepita, dalla quale le architetture di Gaudì sono sfocati pinnacoli che svettano sullo skyline: qui vive Uxbal che non ha soldi, non ha un lavoro, ma ha due figli e un cancro. La diagnosi fa partire un conto alla rovescia contro la morte: Uxbal vuole sia tirar fuori tutto il denaro che i suoi affari illeciti gli consentono sia ricomporre la famiglia sfasciatasi, per lasciare in eredità almeno ai propri figli quel futuro del quale la malattia prematura lo ha privato. Niente sconti sul tema, niente buonismi di fondo pronti a riaffiorare, quando tutto crolla, come tanti lidi salvifici a cui approdare dal mare (in tempesta) dell’esistenzialismo. Biutiful è un film cupo che se ne sta a sventolare la bandiera del nichilismo, e imperversa e insiste nella sua opera dissacratoria fino a devastare ogni fiducia nell’altrui persona, ogni scopo da attribuirsi al vivere, ogni valore positivo su cui gli uomini hanno fondato la loro società. E se una visone così disastrosa acquista spessore è grazie al volto vuoto e disilluso di un Barden stupefacente, che nel personaggio quasi cinicamente affronta con stoica rassegnazione l’atrocità del proprio e altrui destino. Javier Barden è cosi straordinariamente bravo che la storia strappa il velo della finzione e, vera, bussa alle porte della coscienza di noi spettatori, mentre il senso di colpa sociale di un Innaritu scrittore e regista tormentato diventa anche il nostro, battezzando ogni fotogramma. Attraverso la presenza trasversale della morte che ora si incista in ombra, ora si staglia all’orizzonte quale punto di arrivo, ora si manifesta nel corpo esanime di un bambino, il realismo di base impatta saltuariamente su situazioni di fantastico puro: Uxbal vede e comunica con i defunti. Visionarietà allucinatoria del protagonista? O una realtà paranormale di quelle che mettono le vite reiette in relazione con antichi e occulti saperi? Non sappiamo che statuto di veridicità dare a quei momenti in cui i confini tra generi si incrinano, ma chi gestisce l’innesto conferma, con le sue scelte, qui e altrove, di avere la sensibilità e la competenza perché il contesto del film sia all’altezza e non venga asfissiato della titanica interpretazione di Barden. Biutiful è Cinema, dove il requisito necessario e forse sufficiente per la C maiuscola è la capacità di FAR PENSARE, di costruire, cioè, un momento catartico non solo per chi partecipa alla gestazione dell’opera d’arte, ma anche per chi la approccia da esterno. Il film dell’anno.
Titolo originale Biutiful
Lingua originale spagnolo, inglese
Paese Messico, Spagna
Anno 2010
Durata 138 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 1,85:1
Genere drammatico
Regia Alejandro González Iñárritu
Soggetto Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura Alejandro González Iñárritu, Armando Bo, Nicolás Giacobone
Produttore Alejandro González Iñárritu, Guillermo del Toro, Alfonso Cuarón, Jon Kilik, Fernando Bovaira
Distribuzione (Italia) Universal Pictures Italy
Fotografia Rodrigo Prieto
Montaggio Stephen Mirrione
Effetti speciali Pau Costa
Musiche Gustavo Santaolalla
Scenografia Brigitte Broch, Marina Pozanco
Costumi Bina Daigeler, Paco Delgado
Trucco Alessandro Bertolazzi
Interpreti:
Javier Bardem: Uxbal
Maricel Álvarez: Marambra
Hanaa Bouchaib: Ana
Guillermo Estrella: Mateo
Eduard Fernández: Tito
Diaryatou Daff: Ige
Cheng Tai Sheng: Hai
Luo Jin: Liwei
Guillermo Estrella: Mateo
Rubén Ochandiano: Zanc
§Ana Wagener: Bea
























