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La dolce mano della rosa bianca

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“La dolce mano della rosa bianca” racconta l’incontro di due vite nella morte: quella di Marco appena reduce da un litigio con la ragazza e di una non meglio identificata bambina bionda a cui piace andare al parco per giocare da sola. In entrambi i casi è una telefonata a provocare il tragico incidente stradale, quasi fosse proprio il destino l’ultimo renitente ad adeguarsi all’uso del cellulare.

 

Dalle mie parti il cinema indipendente è sempre il benvenuto, anzi, sono sempre incline ad aggiudicare la mia stima ai registi esordienti: sia perché riescono a muovere con tenacia mezzi e risorse modesti a favore di prodotti che poco hanno da invidiare allo splendore estetico dei film delle major, sia perché riescono a conservare la propria impronta nelle opere che propongono, impronta che restituisce tutto il genuino entusiasmo di chi ha deciso di consacrare la vita ad una  passione. La premessa vuole annoverare sin da subito Davide Melini, autore de “La dolce mano della rosa bianca”, in questa schiera di scalatori della vetta di un grande sogno. Nel suo lavoro c’è poi un merito ulteriore, cioè l’aver preferito una storia semplice e una morale categorica ai tortuosi percorsi allegorici di chi spera in tal modo di accattivarsi la critica più austera e intellettuale; insomma Davide io me lo immagino cosi: spontaneo ed entusiasta. E di spontaneità ed entusiasmo vivono le sue scelte: vira verso il cinema di genere in una sola scena horror probabilmente per il piacere tutto cinefilo di confrontarsi con un modello, dà vita ai protagonisti in pochi tratti e radicali per poi subito passare ad alimentare la storia con sentimenti personali e storie direttamente o indirettamente vissute. Ricerca la sua firma esibendo movimenti di macchina complessi ed attingendo a tutto il repertorio linguistico a disposizione delle immagini cinematografiche. In sedici minuti il risultato è buono, ma non privo di sbavature. Da una parte, infatti, le premesse massicce non sono all’altezza di una morale semplice semplice e neanche abbastanza nascosta da dover essere dichiarata esplicitamente con una massima simil-pubblicità progresso. Insomma altri contenuti ci sono ma vengono in questo modo zittiti o ridotti al confronto. Dall’altra parte c’è invece lo scarto che si evidenzia nella prima scena tra ritmo delle immagini e ritmo della colonna sonora che non procedono all’unisono ma con dispersive discrepanze: la macchina da presa avrebbe potuto assecondare con più instabilità, velocità di movimento e stacchi (quest’ ultimi anche al posto delle dissolvenze) il ritmo martellante della musica rock.

 

Tutto il resto è il piacevole, emozionante viaggio di un regista esordiente che esplora gli spazi delle possibilità espressive.

 

ARTICOLO DI: Giuseppe Giordano

 

CAST:

Carlos Bahos as Marco

Natasha Machuca as Rosa Bianca

Leocricia Sabán as Maria

 

NOMI PRINCIPALI DELLA TROUPE:

Produttori: Davide Melini e Fabel Aguilera

Produttrice esecutiva: Fabel Aguilera

Direttore di produzione: Alessandro Fornari

Organizzatrice generaler: Vanessa López

Direttore della fotografia e operatore: José Antonio Crespillo

Operatore steadycam: Fernando Moleón

Caposquadra elettricisti: Manolo Salas

Scenografa: María Cubiles

Costumista: Carmen Acosta

Make-up ed effetti speciali: María García

Suono: Christian Valente

Musica: Christian Valente e Ivan Novelli

Montatore: Biktor Kero

Effetti speciali visivi 3D: Miguel Serón

Disegno grafico: Daniel Tamayo

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