Se pensate al classico film sul Natale tutto rosa e fiori vi sbagliate! La solitudine è la protagonista indiscussa. A ribadire tale concetto è lo stesso Bent Hamer, regista di “Tornando a casa per Natale”, che il 26 Novembre, per l’anteprima romana del suo ultimo lavoro, nelle sale dal 3 dicembre, ha tenuto una conferenza presso l’Hotel Bernini durante la quale ha svelato parecchi retroscena e aneddoti del film.
Il regista norvegese è partito riconoscendo piena paternità dell’idea del film alla moglie che gli ha consigliato di realizzare una trasposizione cinematografica di “Only Soft Presents Under the Tree” raccolta di racconti di Levi Henriksen. Dopo averne selezionati sei dai dodici iniziali, Bent Hamer ha deciso di rielaborare e inserire la storia dei due rifugiati, che fa da prologo ed epilogo al film, trasformandosi in una sorta di filo conduttore. Oltre ad essere un racconto di Natale, è anche una riflessione sul significato di casa, casa che la coppia di rifugiati neanche possiede. Nella realizzazione del film, afferma Hamer, si è cercato di creare, attraverso l’uso di effetti speciali e di un accurato uso delle musiche, le atmosfere del Natale così come lui le ricorda sin da bambino.
Per quanto riguarda l’ambientazione delle riprese, avvenute in autunno, dopo aver consultato statistiche e condizioni meteorologiche, è stata scelta una cittadina svedese per le sue location completamente innevate, o almeno cosi si pensava. A causa dell’inattesa assenza di neve, infatti, c’è voluto l’uso di camion che ne trasportassero di artificiale per ottenere l’effetto asettico dei paesaggi completamente imbiancati. Questo tipo di ambientazione si accorda alla solitudine dei personaggi dei suoi film. Il concetto di solitudine, sempre forzata, triste, si collega a quello di natura. ”La mia volontà è sempre stata raccontare la verità della gente sola, più esposte e disposte a mostrare i propri sentimenti”, afferma Hamer. Il cambio di rotta di “Tornando a casa per Natale” riguardo alla multiculturalità dei personaggi albanesi, kosovari, protestanti e mussulmani che popolano i luoghi del film lo spingono verso panorami più ampi e universali. “Sono solito raccontare storie locali che diventano universali viaggiando al di fuori dei confini nazionali”, spiega Hamer. Sarebbe dovuto essere il figlio dello stesso regista ad interpretare la parte del ragazzino protestante che finge di non voler festeggiare il Natale per restare con la bambina mussulmana, ma all’ idea di salire su un terrazzo con lei e darle un bacio è scappato via dalle prove sbattendo la porta. Oltre questo simpatico aneddoto, quel che tiene a sottolineare il regista è la completa riuscita del film: ”il film è riuscito così come lo avevo immaginato sin dal primo momento, soprattutto grazie ad un lavoro corale, nel quale nessuno si è limitato a concentrarsi solo ed esclusivamente sul compito assegnatogli ma relazionandosi e lavorando in sintonia con tutto il set”. Particolarmente vincente è stato il rapporto instaurato con il compositore delle musiche al quale ha chiesto di arrangiare liberamente senza seguire schemi troppo rigidi affinché si raggiungesse la giusta atmosfera con le immagini. L’operazione appare completamente riuscita con la canzone inserita nella scena finale che vede protagonista la coppia Kosovo – albanese, ripresa estasiata alla visione dell’aurora boreale. La scena è intrisa di un’atmosfera tesa a rafforzare l’idea di speranza, nucleo centrale del film. La speranza di poter cambiare, migliorare.
Il film, già un successo in Norvegia, è destinato a ripetersi anche in Italia.
Carlo Barberio
























