Un film decisamente sconcertante. Almeno all’inizio, poi capisci che, se vuoi goderlo, devi abbandonarti alle immagini, immergerti come in una corrente e farti trasportare rinunciando ad applicare le consuete metodologie di lettura, frutto della cultura e del razionalismo occidentali.
E non può essere altrimenti perché Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti non solo è un film tailandese, ma è impregnato dalla prima all’ultima sequenza della cultura di quel Paese e della filosofia propria delle religioni orientali.
Lo spettatore occidentale è quindi generalmente ‘spaesato’ essendo - specialmente nella nostra epoca - quanto mai lontano da temi come la reincarnazione (in forma umana o animale), la trasmigrazione delle anime, il contatto tra spiriti dei morti e dei vivi e il panteismo, fondamentali invece per culture come quella del regista Apichatpong Weerasethakul che al riguardo ha avuto occasione di dichiarare: “Non è un film su Boonmee, ma sulla mia idea di reincarnazione”.
Apichatpong Weerasethakul (Bangkok 1970) vive e lavora a Chiangmai (in Thailandia) e prima ancora che un grande regista è un eccellente artista visivo osannato ed esposto in tutto il mondo nelle principali gallerie d’arte contemporanea. Questa sua origine di ‘artista visivo’ (i suoi primi video sono del 1994, mentre il primo lungometraggio è del 2000) sono evidenti nel linguaggio cinematografico dei suoi film: semplice, quasi povero, immediato, ma che esprime ricerca e profondità di pensiero e che affascina e cattura come certi quadri di Chagall o Mirò capaci con pochi tratti di esprimere quell’universo fantastico che è anche in noi, ma che non siamo più in grado di percepire.
È lo spirito con cui ci si avvicina all’arte visiva quello giusto per abbandonarsi alle immagini - a volte senza logica apparente - di Lo zio Boonmen, riuscendo in questo modo a goderne l’ intrinseca grande bellezza e a percepirne la profondità di pensiero.
Ed è ininfluente il fatto che Boonmen sia (forse) vissuto realmente: secondo un monaco (autore del volumetto ‘Un uomo che ricorda le sue vite passate) era un vecchio, giunto nel monastero per aiutare e apprendere la meditazione, che un giorno raccontò di aver rivissuto - mentre meditava - le immagini delle sue vite precedenti come bisonte, mucca o come spirito incorporeo.
Poco importa se questo come altri casi siano realmente esistiti: sono l’espressione di una filosofia dell’esistenza in cui nel rapporto uomo-animale si cancella ogni linea di separazione, così come in quello tra vivi e defunti (vedi il ‘fantasma?’ del figlio divenuto scimmia e quello della moglie defunta accolti nel desco in una delle scene iniziali e invitati a dividere il pasto e a guardare gli album con le foto successive alla loro scomparsa).
Il viaggio nella giungla compiuto da Boonmen alla ricerca, per morirvi, del luogo di nascita di una delle sue vite non è forse simile ai ‘bilanci di una vita’ che si fanno quando ci si sente vicini alla morte?
Molto bravi tutti gli attori, compresi quelli non professionisti cui Apichatpong Weerasethakul ha affidato anche parti da protagonisti (Boonmen e la moglie defunta): un complesso omogeneo con uno stile - diverso da quello occidentale, ma anche da quello dei grandi capolavori del cinema giapponese e cinese - che bene esprime la profonda interiorità dell’opera.
Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti affronta con straordinaria semplicità, ma in modo mai banale, i grandi temi della vita e della morte, con un ritmo spesso lento, ma avvincente. È un film diverso da tutti quelli che mi è capitato di vedere, diametralmente opposto alle tipologie di spettacolo imperanti sugli schermi, piccoli o grandi che siano, un film in cui fantastico e soprannaturale convivono con il quotidiano, e infatti il regista non rinuncia alla cronaca e all’autobiografia anche se paiono filtrati dal sogno.
Infine un encomio e un grazie alla Bim che in anni in cui volgarità e inutilità trionfano sugli schermi e nei botteghini ha avuto il coraggio di distribuire un film raffinato, rarefatto e intelligente come questo, un film che è poesia dell’immagine, mostrando di credere ancora alla funzione dell’intelligenza umana.
La scheda
Regia: Apichatpong Weerasethakul
Attori principali: Thanapat Saisaymar (Boonmee), Jenjira Pongpas (Jen), Sakda Kaewbuadeee (Tong), Natthakarn Aphaiwonk (Huay, moglie di Boonmee), Geerasak Kulhong (Boonsong, figlio di Boonmee), Wallapa Mongkolprasert (principessa)
Soggetto e sceneggiatura: Apichatpong Weerasethakul
Scenografia: Akekarat Homlaor
Direttori della fotografia: Sayombhu Mukdeeprom, Yukontorn Mingmongkon e Charin Pengpanich
Montaggio: Lee Chatametikool
Sound designer: Akritchalerm Kalayanamitr e Koichi Shimizu
Anno: 2010
Produzione: Simon Field, Keith Griffiths, Charles de Meaux e Apichatpong Weerasethakul
























