Di Rabbit Hole apprezziamo l’equilibrio della sceneggiatura. Avete presente il silenzio riverente con cui ci si avvicina ad un lutto? Ecco, il regista di Rabbit Hole onora i suoi personaggi, appunto in lutto, riuscendo a tradurre su celluloide quell’atmosfera sospesa dei funerali, frutto di compassione e rispetto del dolore altrui. E se ci tengo ad anteporre questo aspetto, è perché dall’altra parte della barricata –che separa il bello dal brutto, il buon gusto dal cattivo- c’è una (purtroppo) vasta produzione di film americani che identificano la profondità e l’autorità di un film drammatico in una gamma di scelte penose, che investono un po’ tutti gli aspetti; dalla sceneggiatura alla recitazione, alle modalità della messa in scena. Insomma intendo impennate narrative quali impossibili colpi di scena, l’esibizione di tutto il dolore possibile che quasi onora il principio del “più ci metti, più ci trovi” e di conseguenza ad entrambi mari di lacrime e grida strazianti. Un sacco di chiasso per tutt’altro risultato che il valore artistico. Nulla di tutto questo è invece attribuibile a Rabbit Hole che mette da parte il tentativo di appassionare i fan di Swarzy per fare cinema come si deve.
La storia è quella di una coppia di coniugi e del loro dolore per la perdita di un figlio bambino. Ad otto mesi dalla tragedia tutto è ancora lontano dall’ essere digerito, e il “fantasma” del piccolo ancora abita la casa. La sequenza di apertura è degna di nota: comincia con Becca Corbett (Nicole Kidman) che lavora il giardino e l’immagine di un fiore sullo sfondo di lei che sorride; si trasmettono vita, rinascita, equilibrio e calore. Poi la vicina sbadata calpesta quel fiore e il gesto, per quanto piccolo, porta in sé un valore simbolico di morte che Becca accusa ripiombando nella disperazione. Un ribaltamento di contenuti sull’asse di un gesto minuscolo è una piccola lezione di cinema in un gioco sopraffino di sceneggiatura che lascia permeare le emozioni senza deformarle con forzature espressive. E ovviamente mancano le forzature sul fronte della fotografia, dove tutto ancora rispetta l’ideale di ricercatezza e significato: le immagini sovraesposte quasi sbiancano del tutto al contatto con la luce, quasi rifuggano il mondo di fuori, al cui cospetto si annullano. E lì dove possono sopravvivere, cioè in casa, alla luce soffusa delle lampade, si impregnano di un giallino smorto, di un calore domestico appassito con la tragedia. Il percorso di riscatto dal dolore infatti non è semplice, sia che avvenga fuori, a contatto con gli altri, sia che avvenga in casa, con al fianco chi la perdita l’ha condivisa, anche se in misura diversa. Ma il volto di una Kidman straordinaria (la migliore di tutto il cast), scavato e pallido e alla cui bellezza il dolore non toglie nulla, anzi aggiunge nobiltà, è lo specchio dell’ unico esito offerto come possibile: il lutto non finisce, nè la sofferenza si estingue mai, ma infine si impara a convivere con quel ricordo: tutto ciò che resta del caro estinto.
Titolo originale Rabbit Hole
Paese USA
Anno 2010
Durata 90min
Genere drammatico
Regia John Cameron Mitchell
Soggetto David Lindsay-Abaire
Sceneggiatura David Lindsay-Abaire
Casa di produzione Olympus Pictures, Blossom Films, Odd Lot Entertainment
Distribuzione (Italia) Videa-CDE
Fotografia Frank G. DeMarco
Montaggio Joe Klotz
Musiche Anton Sanko
Scenografia Kalina Ivanov
Interpreti e personaggi:
Nicole Kidman: Becca Corbett
Aaron Eckhart: Howie Corbett
Dianne Wiest: Nat
Sandra Oh: Gaby
Jon Tenney: Rick
Tammy Blanchard: Izzy
Giancarlo Esposito: Auggie
























