L’esordio alla regia di Massimo Natale non strabilia ma ciò nonostante convince. Da un punto di vista estetico/formale la telecamera è sempre immersa nel mare, tutto ruota attorno ad esso, ergendosi a protagonista principale della narrazione. Nonostante sia quasi del tutto girato in una spiaggia della puglia, recintata perché controllata dalla Nato, il racconto non ne risente in dinamicità e coinvolgimento, questo anche grazie al lavoro impeccabile di Vladan Radovic alla fotografia. Il film è la storia di Martino e dei suoi sogni che viaggiano in parallelo con il ricordo della favola del pirata Dragut, che la madre, scomparsa prematuramente, gli leggeva da piccolo. È in questo ricordo che Martino si rifugia, ora si sente orfano, il padre e il fratello non lo capiscono, e ai loro occhi è solo un bambino che non deve pensare ma unicamente obbedire. La pellicola, sembra, infatti, orientata a spronare le persone verso la comprensione di pensieri alternativi e modi di essere differenti, ossia a una maggiore apertura mentale, in un periodo, invece, in cui l’Italia versava (e oggi anche più) in uno stato confusionario, nel quale cliché politici e gesti estremi prendevano largo nell’era della Democrazia Cristiana. Bologna l’ha vissuto sulla propria pelle. Il 2 agosto del 1980 all’interno della stazione ottantacinque persone persero la vita in seguito ad un attentato terroristico. Membri dei Nar, gruppo terroristico di stampo neofascista, furono condannati. Questo clima d’instabilità è evidente nella personalità dei personaggi del film ma Martino, nonostante la giovane età, non rinuncia a pensare con la propria testa mostrandosi cosi agli occhi della sua famiglia “strano”. Sarà un capitano dei marines con la sua tavola da surf a far rilassare il viso di martino fino a quel momento sempre rigido e accigliato. Soprattutto sarà la libertà che il mare, con le sue onde da serfare, a dargli lo stimolo e il coraggio necessari per allontanarsi dai luoghi comuni dei suoi compaesani sugli americani e non solo, e di farsi avanti con la ragazza del fratello, di cui è innamorato. Il nucleo centrale del film è quindi il rapporto tra il marine americano e Martino. Durante i loro incontri, le lezioni di surf diventano luogo di confronto e riflessione sulle loro incomprensioni familiari, e paradossalmente a giovarne sarà il capitano Clarke, che grazie alle parole del piccolo Martino, avrà la possibilità di ripensare ai propri errori, decidendo così di tornare negli Stati Uniti per ricucire il rapporto ormai deteriorato con il figlio. Proprio quello che vorrebbe Martino dal proprio padre: essere capito e accettato. Il finale è metaforico. Il confine tra realtà e sogno è sottile. L’aspetto fiabesco diventa fondamentale. La possibilità di poter sognare deve sempre restare salda per evadere dal contesto in cui si vive, anche se con la frase che chiude il film, Massimo Natale, ci catapulta nuovamente con i piedi per terra precisando che sognare non vuol dire dimenticare.
Il pensiero va alle vittime della strage di Ustica e di Bologna.
Carlo Barberio
Cast tecnico:
Regia di Massimo Natale
Con Luigi Cardo, Matilde Maggio, Treat Williams, Pietro Masotti
Genere: Drammatico
Durata: 90 min
Italia 2010
























